
Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte

Perché a volte quando parli della questione della guerra sei così cinico e a volte pieno di odio?
Non sono assolutamente pieno d’odio e quando qualcuno me lo ha detto sono davvero rimasto sorpreso e rattristato. So cosa provo e non ho odio verso nessuno, queste parole o accuse però mi hanno fatto riflettere. Probabilmente posso dare questa impressione perché ho un modo di ragionare che parte molto rapidamente dalle conseguenze. Quando sento dire che bisogna fermare la guerra, creare uno Stato palestinese, porre fine all’occupazione, garantire la pace o proteggere i civili, non sono portato anzitutto a chiedermi se queste affermazioni siano moralmente condivisibili: spesso lo sono e in molti casi le condivido anch’io. La mia reazione quasi immediata è però un’altra: come si arriva concretamente a quel risultato, attraverso quali passaggi, con quali soggetti, quali garanzie e quali conseguenze prevedibili? Per me il “come” non è un problema tecnico che viene dopo aver stabilito il “cosa”, ma fa già parte del contenuto stesso della proposta. Se non riesco almeno a intravedere un percorso realistico che conduca da una situazione presente a quella desiderata, faccio fatica persino a chiamarla una soluzione.
È forse qui che nasce una parte dell’impressione di freddezza che posso dare quando si parla di Gaza. Davanti alla richiesta di un cessate il fuoco, per esempio, tendo subito a domandarmi chi dovrebbe rispettarlo, chi dovrebbe garantirlo, che cosa accadrebbe agli ostaggi, alle armi di Hamas, al governo della Striscia, alla sicurezza israeliana e alla possibilità che una tregua venga utilizzata per ricostruire capacità militari e preparare un conflitto successivo. Queste domande possono sembrare un modo per sottrarsi alla richiesta morale più semplice, ma per me accade esattamente il contrario: proprio perché considero importante fermare la morte dei civili, non riesco ad accontentarmi della formulazione dell’obiettivo. Una soluzione che producesse una pausa di qualche mese seguita da una guerra ancora più sanguinosa sarebbe stata forse rassicurante nel momento in cui veniva proclamata, ma non per questo più umana nelle sue conseguenze.
La stessa difficoltà emerge quando si parla di uno Stato palestinese. Posso ritenere auspicabile che israeliani e palestinesi arrivino a vivere in due Stati sicuri e riconosciuti e, nello stesso tempo, non riuscire a considerare sufficiente la formula “due Stati”. Subito vengono i confini, Gerusalemme, gli insediamenti, i rifugiati, la sicurezza, il disarmo dei gruppi armati, il sistema politico palestinese, le garanzie internazionali e soprattutto la domanda su che cosa accadrebbe se una delle parti non rispettasse gli accordi. Non pongo queste domande per svuotare il principio, ma perché senza di esse non so ancora quale realtà concreta stiamo indicando con quelle parole. Due progetti possono chiamarsi entrambi “Stato palestinese” e produrre conseguenze radicalmente diverse; è il modo in cui vengono costruiti a determinare che cosa saranno realmente.
Credo che una parte dell’incomprensione derivi dal fatto che nel discorso politico contemporaneo l’enunciazione di un principio morale viene talvolta trattata quasi come se contenesse già in sé una parte della soluzione. Dire “pace”, “cessate il fuoco”, “fine dell’occupazione” o “libertà per la Palestina” può diventare non soltanto l’indicazione di un obiettivo, ma anche una dichiarazione di appartenenza morale.
A quel punto chi introduce ostacoli, precedenti storici, interessi contrastanti o conseguenze indesiderate rischia di apparire come qualcuno che vuole impedire che quel bene si realizzi. Io funziono quasi al contrario: più un obiettivo mi sembra moralmente importante, meno sono disposto ad accontentarmi della sua enunciazione. Se una proposta non regge alla domanda “come?”, per me il problema non è la domanda. Questo può facilmente essere scambiato per cinismo, soprattutto perché significa parlare continuamente anche di ciò che può andare storto: terrorismo, fallimento degli accordi, incentivi perversi, radicalizzazione, leadership che mentono, governi che cambiano, società che non reagiscono come avevamo previsto. Ma non parto dal presupposto che israeliani o palestinesi siano peggiori degli altri esseri umani; parto dal presupposto molto meno consolante che una soluzione politica non dovrebbe funzionare soltanto se tutti diventano improvvisamente ragionevoli, moderati e in buona fede. Se il successo di una proposta dipende dal fatto che nessuno cerchi di approfittarne, che nessuno tradisca gli accordi e che nessuna organizzazione armata provi a sabotarla, allora quella proposta può essere moralmente affascinante ma è ancora politicamente fragile.
Lo stesso vale per l’accusa di odio. Posso avere giudizi molto severi su Hamas, sull’Autorità Palestinese, sulle scelte compiute dalle leadership palestinesi, sull’educazione politica prodotta in decenni o sul consenso sociale accordato alla violenza senza per questo desiderare il male dei palestinesi. Al contrario, considero problematico un atteggiamento che riconosce loro dignità soltanto nella misura in cui li tratta come vittime prive di responsabilità. Se considero i palestinesi persone adulte, soggetti politici e non semplicemente comparse dentro una tragedia prodotta da altri, devo poter attribuire loro anche scelte, responsabilità, errori e possibilità di cambiamento. La critica può essere dura, perfino sgradevole, ma non coincide necessariamente con l’ostilità verso le persone.
Forse è questo il punto che spiega meglio molte delle mie posizioni: non riesco a separare completamente l’intenzione dalle conseguenze. Una politica nata da un principio generoso può produrre risultati disastrosi, così come una scelta dolorosa può evitare un danno maggiore. Per questo diffido delle formule che sembrano risolvere un problema semplicemente nominandone il contrario. La pace non nasce dalla parola “pace”, uno Stato non diventa stabile perché lo si riconosce, un cessate il fuoco non garantisce che il fuoco non ricominci e un accordo non diventa efficace soltanto perché è stato firmato. Prima di dire che una soluzione è buona ho bisogno almeno di capire attraverso quale meccanismo dovrebbe funzionare. È forse questo che può sembrare cinismo, ma per me è precisamente il modo di prendere sul serio ciò che diciamo di voler ottenere.

Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte

Tu stai facendo propaganda israeliana? Ti pagano? Tu sei un hasbara?
No, non sono pagato da Israele né da organizzazioni israeliane per ciò che scrivo. Ho scelto personalmente di occuparmi soprattutto delle ragioni israeliane perché considero quella prospettiva molto meno presente e molto più deformata di quanto normalmente si pensi, e non ho alcun problema a riconoscere che questa è una forma di advocacy. Io spingo le ragioni di Israele e degli ebrei e non mi interessa cercare di essere equidistante; sto dalla parte di Israele! Considero imprescindibile che la posizione che ho scelto non determini in anticipo i fatti: se un dato è falso, resta falso anche se mi sarebbe utile; se una ricostruzione israeliana non regge, va abbandonata; se Israele sbaglia, non ho bisogno di negarlo ma certamente non la metto in evidenza o vado ad esporla come un trofeo. Se sei un amico fai l’amico.
In Israele questa attività viene spesso indicata con il termine Hasbarà, che significa letteralmente “spiegazione” e che all’estero viene spesso tradotto come public diplomacy, mentre nel linguaggio polemico è diventato quasi sinonimo di propaganda o di un propagandista. A me interessa soprattutto il significato più semplice della parola: spiegare. Quando sono stato in Israele mi è capitato di essere presentato proprio come uno che “fa Hasbarà”, e mi colpivano la sorpresa e spesso il ringraziamento, perché evidentemente non è così comune che un non ebreo, e per di più un sacerdote cattolico, scelga spontaneamente di dedicare tempo a spiegare ragioni israeliane che molto spesso vengono giudicate prima ancora di essere conosciute.
È precisamente questo che cerco di fare.
Se in una discussione tutti conoscono le accuse contro Israele, gli episodi veri o presunti delle situazioni a Gaza, le dichiarazioni delle ONG, le categorie del colonialismo, dell’occupazione o dell’apartheid, io ritengo necessario spiegare che cosa rappresentino Hamas, Hezbollah o l’Iran per chi vive in Israele, quale sia il rapporto storico degli ebrei con quella terra, perché la sicurezza occupi un posto tanto centrale nella politica israeliana o che cosa pensino realmente gli israeliani delle soluzioni che noi proponiamo loro dall’Europa, allora mi interessa portare dentro ciò che manca. Io non mi occupo di raccontare ciò che è già presente in ogni spazio della comunicazione!
Faccio Hasbarà nel senso in cui la intendo io: provo a spiegare Israele, le sue ragioni e il punto di vista ebraico laddove li vedo assenti o deformati, senza chiedere che il lettore li condivida e senza concedermi il diritto di piegare i fatti alla causa che ho scelto.
Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte
Tu parli come se sapessi tutto tu mentre tutto quello che scrivono i giornali e i media sarebbe sbagliato?
No, non credo affatto di avere la verità in tasca e, se mai, più mi occupo di queste cose più mi accorgo di quante informazioni manchino, di quante ricostruzioni siano provvisorie e di quanto sia facile sbagliare. Quello che però non riesco più a fare è accontentarmi del primo livello della notizia, soprattutto quando quel primo livello contiene già implicitamente un’interpretazione. Se leggo «Gaza: l’IDF uccide cinque palestinesi» oppure «Israele bombarda Gaza, cinque vittime», la prima cosa che mi viene da chiedere è: chi erano quei cinque? Perché sono stati colpiti? Erano civili, combattenti, membri di Hamas o della Jihad islamica? Erano casualmente presenti nell’area oppure erano l’obiettivo dell’operazione? E soprattutto: esiste qualche informazione ulteriore che permetta di capirlo?
Molto spesso, quando vado a cercare direttamente ciò che ha pubblicato l’IDF, trovo un livello di dettaglio che nella notizia che avevo letto non compariva affatto: nomi, fotografie, appartenenza all’organizzazione, ruolo ricoperto, partecipazione a determinati attentati, responsabilità operative, ragione per cui quella persona era considerata un obiettivo. A volte vengono indicati comandanti, uomini delle Nukhba, responsabili del lancio di razzi, cecchini, reclutatori, persone coinvolte nel 7 ottobre o nella detenzione degli ostaggi. A quel punto mi accorgo che la notizia iniziale «Israele ha ucciso cinque palestinesi» non era necessariamente falsa, ma era enormemente incompleta, perché mi diceva soltanto la nazionalità dei morti e il soggetto che li aveva uccisi, lasciando fuori proprio le informazioni necessarie per capire che cosa fosse accaduto.
Metto un esempio del 4 novembre:


Ed è qui che nasce una parte importante della mia diffidenza verso il modo in cui veniamo informati. Perché queste cose devo andarmele a cercare io? Perché devo leggere comunicati in inglese, aprire canali israeliani, cercare una fonte in ebraico o ricostruire il seguito di una notizia per sapere chi fossero le persone delle quali poche ore prima mi era stata raccontata soltanto la morte? Non mi aspetto che un giornale assuma automaticamente per vera la versione dell’IDF, ma mi aspetto che me la faccia conoscere. Il lavoro dell’informazione dovrebbe consistere precisamente nel raccogliere le diverse informazioni disponibili, attribuirle correttamente e permettere al lettore di capire dove i fatti siano accertati, dove vi siano versioni contrastanti e dove semplicemente non sappiamo ancora abbastanza. Se invece una parte della ricostruzione viene omessa sistematicamente, il problema non è soltanto ciò che viene detto, ma ciò che il lettore non saprà mai se non decide di cercarlo da solo.
Questo è anche uno dei motivi per cui posso sembrare convinto di sapere più degli altri. Molto spesso non so di più perché possieda qualche capacità particolare, ma perché continuo a cercare dopo che la notizia è già stata data per conclusa. Quando vedo un numero voglio sapere chi c’è dentro quel numero; quando leggo «palestinese» non considero quella parola sufficiente a descrivere una persona coinvolta in una guerra; quando leggo «attacco israeliano» voglio sapere che cosa Israele dichiara di avere colpito e perché; quando una versione viene contestata voglio sapere da chi e sulla base di quali elementi. A volte alla fine scopro che la ricostruzione israeliana non regge, altre volte che era incompleta, altre ancora che forniva informazioni decisive che il racconto iniziale aveva semplicemente lasciato fuori. È esattamente questo che significa per me informarsi.
Il problema, quindi, non è che penso di possedere la verità mentre gli altri sarebbero ignoranti. Il problema è che considero insufficiente un’informazione che si arresta nel momento esatto in cui dovrebbe cominciare l’analisi. Dire che cinque palestinesi sono stati uccisi mi informa su un fatto; sapere chi fossero, perché siano stati colpiti, quale ruolo avessero, che cosa sostenga chi li ha colpiti e se quella ricostruzione possa essere verificata mi permette finalmente di capire quel fatto. Tra le due cose c’è una differenza enorme, e non vedo perché dovrei fingere che non esista soltanto per evitare di sembrare troppo sicuro di ciò che penso.
Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte
Come mai per te i media e le informazioni da parte israeliana sono affidabili, non sono forse una parte del conflitto?
Perché quando valuto una fonte non considero soltanto ciò che dice, ma anche chi parla, dentro quale sistema opera, quali scopi persegue e quale funzione attribuisce alla comunicazione. Non considero quindi ragionevole trattare come perfettamente equivalenti una dichiarazione proveniente da uno Stato democratico, nel quale esistono opposizione, stampa critica, magistratura, responsabilità individuali e istituzionali, conflitto pubblico e possibilità concreta di smentire la versione ufficiale, e una dichiarazione proveniente da un’organizzazione terroristica per la quale la costruzione della percezione internazionale è parte integrante della propria strategia. Questo non significa che Israele dica sempre la verità e Hamas sempre il falso; significa che il contesto nel quale l’informazione viene prodotta entra necessariamente nella valutazione della sua credibilità.
Il terrorismo, del resto, non utilizza la comunicazione soltanto per raccontare ciò che ha fatto: spesso produce l’azione anche perché venga vista, interpretata e trasformata in effetto politico. È un meccanismo sul quale ho già scritto altrove e che considero fondamentale per comprendere Hamas: la distruzione, le vittime, le immagini, i numeri, la sofferenza civile e la loro diffusione internazionale non sono semplicemente ciò che resta dopo la battaglia, ma possono diventare strumenti attraverso i quali compensare l’inferiorità militare, aumentare la pressione su Israele e spostare il conflitto dal terreno militare a quello dell’opinione pubblica. La narrazione, in questo tipo di guerra, non è qualcosa che arriva dopo: è parte della guerra stessa.
Israele naturalmente comunica, ha portavoce, uffici stampa, diplomazia pubblica e interesse a difendere la propria immagine, ma proprio durante questa guerra mi ha colpito quanto poco sia riuscito a trasformare tutto questo in una vera strategia narrativa internazionale. Basta guardare i suoi canali ufficiali: video dell’IDF pubblicati mentre Israele è quotidianamente al centro dell’attenzione mondiale raccolgono talvolta poche decine di migliaia di visualizzazioni, numeri inferiori a quelli che un comune divulgatore italiano può ottenere in poco tempo parlando di un prodotto commerciale. Ricordo anche le conferenze stampa in inglese del portavoce del Primo Ministro, David Mencer, nei momenti più caldi della guerra: poche decine di persone collegate in diretta e davanti a lui spesso gli stessi quattro o sei giornalisti.
Questo non dimostra che Israele non investa nella comunicazione, ma mostra quanto poco sia riuscito a renderla efficace e quanto sia distante dalla rappresentazione di una macchina propagandistica onnipresente e capace di imporre la propria versione al mondo. Paradossalmente, proprio questa debolezza contribuisce alla maggiore genuinità che attribuisco al sistema israeliano. Vedo un Paese che non riesce nemmeno a parlare con una voce sola: giornali che contraddicono il governo, militari e politici che si accusano reciprocamente, famiglie degli ostaggi che contestano pubblicamente il Primo Ministro, opposizioni che utilizzano gli errori dell’esecutivo, indagini, fughe di notizie, richieste di commissioni d’inchiesta e una società che discute apertamente delle proprie responsabilità. Una dichiarazione ufficiale può essere falsa o sbagliata, ma viene prodotta dentro un sistema nel quale può essere contestata anche dall’interno e nel quale la menzogna può avere un costo politico, giudiziario o personale.
Per questo trovo singolare il meccanismo opposto che vedo spesso nel dibattito pubblico: la formula “lo dice l’IDF” viene usata quasi come se contenesse già la confutazione di ciò che segue. Israele mostra un filmato e viene definito propaganda; pubblica una registrazione e può essere manipolata; presenta documenti e potrebbero essere falsi; porta giornalisti sul posto e allora mostra loro soltanto ciò che vuole mostrare. Se qualsiasi prova viene respinta in anticipo perché proviene da Israele, non siamo più davanti a un atteggiamento critico, ma a un sistema nel quale Israele non può per definizione produrre una prova valida.
Io preferisco un criterio diverso: ascolto ciò che dice Israele, gli attribuisco un credito iniziale maggiore di quello che attribuisco a Hamas proprio per la diversa natura dei due sistemi e poi verifico ciò che posso verificare. Quel credito rimane sempre revocabile davanti ai fatti. Se una ricostruzione israeliana non regge, la scarto; se viene confermata, non vedo perché dovrei continuare a sospettarla soltanto perché israeliana. Non credo a Israele perché sto dalla sua parte: semplicemente non considero intellettualmente onesto fingere che tutte le fonti nascano nelle stesse condizioni e perseguano gli stessi fini.
Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte
Quando parli dei palestinesi sembra che a te non importi nulla di loro, perché li odi?
Non li odio, non odio nessuno. Diciamo che non provo una particolare simpatia per i palestinesi, e mi spiego!
Non provo simpatia per ciò che la loro vicenda politica ha prodotto. Non credo ci sia nulla di scandaloso nell’ammetterlo, purché si dica anche da dove nasce questo giudizio. Non nasce da un odio etnico, religioso o da un rifiuto aprioristico; non penso che esista qualcosa nella natura di un palestinese che lo renda diverso o peggiore di un altro essere umano. Il mio giudizio nasce da ciò che osservo quando guardo alla loro storia politica, alle scelte compiute dalle loro leadership, alle forme che la lotta nazionale ha assunto, alla società che quelle scelte hanno contribuito a costruire e alla difficoltà, che mi sembra impressionante, di elaborare un’alternativa anche dopo decenni nei quali la lotta armata non ha prodotto il risultato sperato. Vedo sconfitte ripetute che non conducono a una revisione sostanziale della strategia, occasioni politiche che non riescono a diventare una soluzione, leadership che sopravvivono ai propri fallimenti e una causa nazionale che continua troppo spesso a definire se stessa attraverso ciò contro cui combatte invece che attraverso ciò che vuole costruire.
Quando provo a guardare più profondamente dentro la società palestinese, ciò che cerco non è soltanto la sua sofferenza, che è evidente, ma quello che essa sta preparando per il proprio futuro. Guardo al modo in cui vengono educati i bambini, alla condizione delle donne, alla libertà politica, alla capacità di dissenso, al rapporto con la violenza, alle prospettive economiche, alla costruzione di istituzioni, alla produzione culturale e scientifica, all’impresa, alla possibilità di trasformare una popolazione che da generazioni vive dentro il conflitto in una società che sappia immaginare se stessa al di fuori di esso. Cerco, in altre parole, qualcosa che mi faccia desiderare di vedere finalmente liberate tutte quelle energie perché possano esprimere qualcosa di grande, qualcosa che oggi sia già riconoscibile in embrione e che un domani possa diventare il contributo palestinese al mondo. E faccio fatica a trovarlo in misura tale da modificare il giudizio complessivo che mi sono formato. Certamente esistono palestinesi che hanno scelto strade diverse, persone che hanno rifiutato la violenza, contestato Hamas, cercato il dialogo con gli israeliani, costruito imprese, studiato, insegnato, curato, pensato una convivenza possibile. Sarebbe assurdo negarne l’esistenza. Ma quando cerco di giudicare una società non faccio il censimento delle persone buone e delle persone cattive: guardo quali idee diventano cultura, quali uomini diventano leadership, quali valori vengono trasmessi ai figli, quali comportamenti vengono premiati e quali invece restano marginali. Sapere che esistono persone capaci di andare controcorrente non basta ancora a convincermi che quella corrente abbia cambiato direzione.
Anche la storia dei rapporti del movimento nazionale palestinese con altri Paesi arabi contribuisce alla mia diffidenza. La crisi con la monarchia giordana culminata nel Settembre Nero, il ruolo della presenza armata palestinese nella destabilizzazione libanese e la frattura con il Kuwait dopo la scelta di Arafat durante l’invasione irachena non sono episodi che considero irrilevanti quando cerco di capire perché diversi Stati arabi, pur sostenendo pubblicamente la causa palestinese, siano stati molto più prudenti quando si è trattato di integrare stabilmente grandi comunità palestinesi o di assumersi direttamente il problema. Sono vicende storicamente complesse, nelle quali certamente non esiste una sola responsabilità, ma proprio la loro ripetizione mi impedisce di liquidare come semplice razzismo o insensibilità la diffidenza che il movimento palestinese ha suscitato anche in una parte del mondo arabo.
Se mi fermassi qui, tuttavia, non capirei ciò che considero la parte più tragica della questione palestinese. Perché più guardo questa realtà e meno riesco a vedere soltanto un popolo responsabile delle proprie scelte: vedo anche una popolazione che è stata utilizzata, sfruttata e in molti casi abusata proprio da coloro che sostenevano di rappresentarla o di difenderla. Generazioni di palestinesi sono diventate materiale politico nelle mani di leadership locali, governi arabi, potenze regionali, organizzazioni armate, movimenti ideologici e interessi internazionali. Sono stati trasformati di volta in volta in combattenti, profughi permanenti, simboli della lotta araba, strumenti di pressione contro Israele, immagini da mostrare al mondo.
Persino quando penso ai bambini il problema per me non è soltanto quanti siano morti, ma che cosa sia stato fatto delle loro vite prima ancora che morissero: quale futuro sia stato loro proposto, quale rapporto con il nemico sia stato insegnato, quanto spazio abbiano avuto per immaginare un’esistenza nella quale la propria identità non fosse inseparabile dalla guerra dei loro genitori e dei loro nonni.
È qui che il mio giudizio sui palestinesi comincia inevitabilmente a spostarsi verso altri. Perché una leadership palestinese può scegliere una strada disastrosa, ma intorno ai palestinesi si è costruita per decenni un’enorme infrastruttura internazionale fatta di Stati, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative, associazioni, movimenti politici, università, chiese, finanziatori e attivisti, e proprio da questo mondo mi sarei aspettato l’introduzione di una prospettiva diversa. Mi sarei aspettato che l’obiettivo diventasse progressivamente quello di sottrarre i palestinesi alla dipendenza dal conflitto: trasformare i campi in città normali, il profugo in cittadino, l’assistenza in sviluppo, l’educazione alla rivendicazione in educazione alla responsabilità, l’identità costruita sulla perdita in capacità di costruire qualcosa di nuovo. Mi sarei aspettato un investimento ossessivo nella libertà personale, nella formazione, nel lavoro, nell’emancipazione femminile, nell’economia, nella cultura, nella nascita di una classe dirigente capace di dire che una causa nazionale non può richiedere in eterno il sacrificio della società che pretende di rappresentare.
Ed è precisamente qui che la mia critica diventa forse più dura verso il mondo esterno che verso gli stessi palestinesi. Ho l’impressione che una parte enorme dell’advocacy internazionale abbia finito per innamorarsi della “causa palestinese” molto più di quanto si sia preoccupata dei palestinesi concreti. Una causa ha bisogno di simboli, di martiri, di profughi, di immagini di sofferenza, di una memoria permanente dell’ingiustizia e soprattutto di un nemico al quale ricondurre tutto. Una persona, invece, ha bisogno di una casa, di un lavoro, di una scuola che le insegni qualcosa di più della propria ferita, della possibilità di criticare chi la governa, della libertà di pensare che forse la vita dei propri figli vale più della continuazione della lotta. Quando la causa diventa più importante della persona, anche la sofferenza cambia funzione: non è più qualcosa che bisogna far cessare a qualunque costo, ma diventa parte della dimostrazione che la causa è giusta. Ed è questo, più di qualsiasi altra cosa, che considero terribile.
Perciò il mio sentimento nei confronti dei palestinesi non è semplice. C’è rabbia quando guardo alle scelte compiute, c’è diffidenza quando vedo una cultura politica che continua a produrre forme di radicalizzazione che considero pericolose, c’è paura quando penso a ciò che alcune di quelle ideologie farebbero se avessero realmente la possibilità di realizzare tutto ciò che proclamano. Ma c’è anche compassione, e soprattutto una sensazione crescente di spreco umano, perché non riesco a guardare una popolazione che da generazioni vive in questa condizione senza chiedermi che cosa sarebbe potuta diventare se tutte le energie utilizzate per mantenere viva la lotta fossero state impiegate per costruire una società.
Non mi basta, per cambiare questo giudizio, sapere che esistono singoli palestinesi giusti, coraggiosi o capaci di immaginare qualcosa di diverso. Naturalmente esistono, e alcuni hanno pagato anche personalmente il prezzo del proprio dissenso. Ciò che aspetto di vedere è che quelle persone cessino di essere eccezioni e diventino cultura, educazione, istituzioni e leadership; che il palestinese che riconosce l’esistenza di Israele, rifiuta il terrorismo, vuole costruire invece di distruggere e considera la propria libertà più importante della perpetuazione della causa non venga presentato come un’anomalia o un traditore, ma come il possibile volto di una società futura. Finché non vedrò questo cambiamento, continuerò a guardare con grande preoccupazione alla realtà palestinese; e contemporaneamente continuerò a considerare scandaloso che proprio una parte del mondo che proclama più rumorosamente la propria solidarietà ai palestinesi sembri così poco interessata a favorire la nascita di quella alternativa.
Domande che mi fanno o che potrebbero farmi:
Perché sei cinico e a volte pieno d’odio?
Tu stai facendo propaganda?
Ma tu credi di sapere tutto?
Perché dai sempre credito alle fonti Israeliane?Tu odi i palestinesi?
Perché rifiuti la parola: “genocidio
…aggiungerò altre domande e risposte
Come fai a rifiutare il genocidio a Gaza che oramai è dato per certo da tutti e anche dal Tribunale Internazionale?
La mia difficoltà con la parola “genocidio” nasce innanzitutto dal significato preciso che quella parola possiede. La Convenzione del 1948 non definisce genocidio semplicemente l’uccisione di molte persone appartenenti a un gruppo, ma richiede che determinati atti siano compiuti con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, quel gruppo in quanto tale. Le stesse Nazioni Unite sottolineano che questo intento specifico, il cosiddetto dolus specialis, è l’elemento che distingue il genocidio da altri crimini gravissimi.
Per questo, quando sento dire che “basta guardare Gaza” per sapere che è in corso un genocidio, non riesco a considerare sufficiente questa risposta. Vedo una guerra devastante, una quantità enorme di distruzione, moltissimi morti, feriti, sfollati e una popolazione sottoposta per anni a condizioni estremamente dure; ma proprio perché l’accusa di genocidio è più specifica di tutto questo, per me deve essere dimostrata e non semplicemente dedotta dall’orrore della situazione.
I punti sui quali fondo il mio giudizio sono principalmente questi:
1. Il numero dei morti non dimostra da solo l’intento genocidario. Una guerra può essere terribilmente sanguinosa senza essere per questo un genocidio, così come può contenere crimini di guerra o altre violazioni gravissime senza che questo basti a dimostrare l’intenzione di distruggere un popolo in quanto tale. La Convenzione richiede qualcosa di ulteriore: l’intento specifico di distruzione. Se prendiamo come riferimento circa 74.000 morti su una popolazione prebellica di circa 2,2 milioni di persone, parliamo di poco più del 3% della popolazione nell’arco di tre anni di guerra; e dentro quel numero si trovano insieme civili e combattenti, senza che ancora disponiamo di una classificazione attendibile e condivisa che permetta di stabilire quanti appartengano alle due categorie. Quel 3% è una tragedia enorme in termini umani, ma non può diventare da solo la dimostrazione di un progetto di distruzione fisica del gruppo. Se esistono altre categorie giuridiche capaci di descrivere crimini e violazioni gravissime, perché la necessità di arrivare necessariamente al genocidio?
2. La domanda decisiva per me è quale sia l’obiettivo operativo osservabile. Se Israele avesse perseguito sistematicamente la distruzione fisica dei palestinesi di Gaza, mi aspetterei una condotta coerente con quello scopo. Guardo non soltanto alle dichiarazioni di alcuni politici estremisti, ma agli ordini militari, alla condotta sul terreno, agli avvisi di evacuazione, alla creazione di corridoi e zone di evacuazione, alle operazioni annullate o modificate, agli aiuti fatti entrare, alle campagne di vaccinazione consentite attraverso pause umanitarie e alle evacuazioni mediche. Sono comportamenti che devono essere messi sul tavolo quando si cerca di ricostruire l’intento dello Stato, perché il genocidio non viene dimostrato selezionando alcune frasi e ignorando ciò che concretamente viene fatto.
3. La sproporzione tra distruzione materiale e distruzione della popolazione per me conta moltissimo. Secondo UNOSAT, nel giugno 2026 circa l’82% delle strutture di Gaza risultava distrutto o danneggiato. Se un esercito possiede la capacità di produrre una devastazione materiale di queste dimensioni, ma dopo anni di guerra la mortalità complessiva rimane nell’ordine di pochi punti percentuali della popolazione, per me la sproporzione richiede una spiegazione. Se l’obiettivo fosse stato realmente la distruzione fisica del gruppo, perché una capacità militare capace di raggiungere l’82% delle strutture avrebbe prodotto un risultato così differente sulla popolazione? La distruzione materiale, proprio perché è enorme, diventa un elemento da confrontare con la mortalità quando la domanda specifica riguarda l’intento di sterminio.
4. Anche la demografia deve entrare nel ragionamento, ma bisogna guardarla correttamente. La popolazione residente di Gaza è diminuita durante la guerra, anche perché decine di migliaia di persone hanno lasciato la Striscia. Ma nello stesso 2025 il Ministero della Salute di Gaza ha registrato 50.227 nati vivi e 24.650 morti complessivi: più del doppio delle nascite rispetto alle morti. Questo significa che, al netto degli spostamenti della popolazione, il saldo naturale è rimasto positivo. Non è una formula matematica capace da sola di escludere il genocidio, perché il diritto parla anche della distruzione “in parte” di un gruppo; è però un dato che deve entrare seriamente nella valutazione di una tesi secondo la quale l’obiettivo perseguito sarebbe la distruzione fisica della popolazione palestinese di Gaza.
5. Hamas non può scomparire dall’analisi della mortalità civile. Questa guerra avviene in un territorio urbano densamente popolato nel quale Hamas ha costruito una parte fondamentale della propria infrastruttura militare dentro o sotto aree civili e nel quale la morte dei civili produce anche un effetto politico internazionale. Per me è quindi metodologicamente sbagliato trasformare ogni morto palestinese nella prova immediata dell’intenzione israeliana di uccidere palestinesi. Bisogna chiedersi chi fosse l’obiettivo, dove si trovasse, quali informazioni avesse l’esercito, quali precauzioni fossero possibili, quale ruolo avesse Hamas e che cosa sia concretamente accaduto.
6. Un totale dei morti non ci dice ancora chi sia morto, come sia morto e perché. Quando leggiamo “74.000 morti” abbiamo davanti un numero complessivo, non ancora una spiegazione di quelle morti. Il Ministero della Salute di Gaza fornisce suddivisioni per età e sesso, ma non una distinzione sistematica e verificabile tra civili e combattenti. Sappiamo quindi quanti siano classificati come bambini, donne, anziani o uomini adulti, ma non sappiamo con sufficiente precisione quanti degli uomini adulti fossero combattenti, quanti membri delle organizzazioni armate rientrino nelle altre categorie e quale sia, alla fine, il rapporto reale tra civili e combattenti. C’è poi una seconda domanda: tutti i morti registrati durante la guerra sono stati uccisi direttamente dall’IDF? Anche qui la risposta non può essere semplicemente presunta, perché in quel totale possono entrare cause differenti, combattimenti, errori di fuoco, razzi palestinesi ricaduti nella Striscia, morti indirette e morti non direttamente provocate dalle operazioni militari israeliane. Questo non autorizza a diminuire arbitrariamente il numero delle vittime, ma impedisce anche l’operazione opposta: prendere il totale complessivo, trattarlo come se rappresentasse automaticamente civili deliberatamente uccisi da Israele e utilizzare poi quella trasformazione come prova dell’intento genocidario. Se non conosciamo con precisione la composizione di quel numero, l’incertezza deve rimanere tale e non può essere convertita in certezza dell’accusa.
7. Gli aiuti e le misure di protezione sono rilevanti rispetto all’intento. Non parlo soltanto genericamente di “aiuti”. Durante la guerra sono entrati a Gaza alimenti, medicinali, carburante e altri beni; centinaia di migliaia di bambini sono stati vaccinati contro la poliomielite attraverso campagne organizzate con pause umanitarie; pazienti palestinesi sono stati evacuati per ricevere cure all’estero attraverso procedure che richiedevano anche il coordinamento israeliano. Se sto cercando di stabilire l’intento di distruggere fisicamente una popolazione, non posso selezionare soltanto le condotte che sembrano confermarlo ed eliminare quelle che appaiono incompatibili con quello scopo.
8. Le dichiarazioni dei singoli politici non equivalgono automaticamente alla politica dello Stato. In Israele sono state pronunciate frasi gravissime da esponenti politici e quelle frasi devono essere esaminate. Ma l’intento genocidario dello Stato non si dimostra raccogliendo una serie di dichiarazioni e mettendole una accanto all’altra: bisogna stabilire quale rapporto abbiano con chi possiede realmente il potere operativo, quali ordini siano stati impartiti, quali politiche siano state attuate e soprattutto se la condotta effettiva della catena politica e militare sia coerente con il progetto di distruggere il gruppo palestinese in quanto tale. È questa connessione che deve essere dimostrata.
9. Non considero sufficiente neppure l’argomento secondo cui “lo diranno i tribunali”. Al 3 novembre 2026 la causa Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia è ancora lontanissima da una decisione sul merito. Israele ha depositato la propria contromemoria nel marzo 2026; la Corte ha poi concesso al Sudafrica fino al 22 novembre 2027 per la replica e a Israele fino al 22 maggio 2029 per la controreplica. Le misure provvisorie adottate dalla Corte sono obbligatorie, ma non costituiscono una sentenza che Israele abbia commesso genocidio. Non considero quindi corretto utilizzare oggi come fatto giuridicamente accertato ciò che la stessa Corte non ha ancora giudicato nel merito.
10. Mi interessa distinguere il giudizio morale dalla qualificazione giuridica. Posso considerare un bombardamento terribile, una decisione irresponsabile, una sofferenza intollerabile o perfino un’azione criminale senza che la parola corretta diventi automaticamente “genocidio”. Esistono categorie differenti proprio perché descrivono condotte differenti: crimini di guerra, crimini contro l’umanità, violazioni del diritto umanitario e genocidio non sono modi diversi per dire che qualcosa è molto grave. Se trasformiamo “genocidio” nella parola con cui esprimere semplicemente il grado massimo della nostra indignazione, abbiamo smesso di utilizzarla come categoria giuridica.
Il problema che vedo oggi è che la parola è uscita progressivamente dal terreno della prova ed è diventata una specie di prova morale essa stessa. Chi la pronuncia dimostrerebbe di stare dalla parte delle vittime; chi chiede di dimostrarla viene trattato come qualcuno che nega la sofferenza palestinese o vuole giustificare Israele. Questo meccanismo per me è profondamente sbagliato, perché rende quasi impossibile discutere dell’accusa proprio nel momento in cui quell’accusa dovrebbe richiedere il massimo rigore.
Io non parto dalla conclusione che un genocidio a Gaza sia impossibile per definizione o che Israele non possa essere responsabile di crimini gravissimi. Parto dalla domanda: le prove disponibili dimostrano davvero l’intento specifico richiesto per chiamare genocidio ciò che è accaduto? Fino a questo momento, la mia risposta è no. Vedo elementi che meritano indagine e comportamenti israeliani che devono essere giudicati per ciò che sono, ma non vedo una dimostrazione sufficientemente solida dell’intenzione di distruggere il popolo palestinese di Gaza in quanto tale.
Ed è proprio perché considero l’accusa enorme che non mi accontento di una parola enorme.