Vi insegniamo noi come si fa

Articolo pubblicato il 15 maggio 2026

C’è una formula che ricorre con stanca regolarità nel dibattito pubblico occidentale su Israele: “Israele ha diritto a difendersi, ma criticare il governo Netanyahu è legittimo.” Pronunciata con l’aria di chi ha appena risolto un problema complesso, questa frase funziona in realtà come una chiave universale — apre qualsiasi porta senza richiedere di sapere cosa ci sia dietro. È il lasciapassare morale che permette di dire tutto senza conoscere niente.

Il problema non è la frase in sé. Il problema è la struttura di pensiero che rappresenta.

𝗟𝗮 𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗶𝗻 𝘀𝗮𝗹𝘀𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮

C’è una somiglianza scomoda tra la retorica coloniale del Novecento e il modo in cui una parte del mondo occidentale — in particolare quella che si definisce progressista e anti-colonialista — si rapporta oggi a Israele. La retorica coloniale classica aveva una logica precisa: noi possediamo gli strumenti giusti per giudicare, i parametri corretti per valutare, la visione superiore per indicare la strada. Voi no.

Oggi quella struttura si ripresenta quasi identica, con i colori politici invertiti. Noi sappiamo cos’è una risposta proporzionale. Noi sappiamo come si dovrebbe fare la guerra. Noi sappiamo di cosa avete bisogno politicamente. E soprattutto: noi sappiamo meglio di voi cosa state sbagliando anche se magari non sappiamo indicare sulla mappa dove sia Israele… o “Isdraele” come scrive quale “espertone”.

Il fatto che questo venga esattamente da chi ha elaborato il concetto di decolonizzazione, di agency, di diritto dei popoli a essere artefici della propria storia, è una contraddizione che nessuno sembra voler nominare. L’agency — il diritto di ogni soggetto collettivo a pensare e agire autonomamente — viene riconosciuta a tutti tranne che a Israele, che deve invece continuamente rispondere a un tribunale morale esterno i cui criteri cambiano a seconda della convenienza. (Vogliamo parlare del concetto di genocidio che l’Irlanda ha chiesto di cambiare per poterlo attribuire a Israele?)

Non è analisi. È paternalismo. È, per usare una metafora scomoda ma precisa, la stessa logica di “Faccetta nera” — l’idea che ci sia sempre qualcuno abbastanza civilizzato da poter giudicare chi non lo è.

𝗖𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗡𝗲𝘁𝗮𝗻𝘆𝗮𝗵𝘂 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝗮𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝘀𝗶𝗮

Prendiamo sul serio quella formula. Chi dice “critico Netanyahu ma non Israele” sa distinguere la posizione di Netanyahu da quella di Benny Gantz? Conosce le ragioni per cui Gantz è entrato nel gabinetto di guerra dopo il 7 ottobre e poi ne è uscito — non perché contrario all’operazione militare, ma per calcoli politici interni precisi? Sa cosa propone Yair Lapid? Sa cosa dicono i laburisti israeliani sulla conduzione della guerra?

La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è no. E non perché chi parla sia in malafede — ma perché la critica a Netanyahu non richiede di sapere nulla di tutto questo. Funziona come costruzione retorica autonoma, indipendente dalla realtà che pretende di descrivere.

Ma c’è una domanda ancora più radicale che non viene quasi mai posta: di fronte al 7 ottobre 2023, al massacro di 1.200 persone, agli ostaggi, al cerchio di fuoco coordinato di sette fronti — Gaza, Libano, Yemen, Iraq, Siria, Cisgiordania, Iran — cosa avrebbe fatto concretamente un governo diverso? Quale leader israeliano, di qualsiasi orientamento, avrebbe potuto accettare di non rispondere? Quale opposizione stava chiedendo questo?

La domanda non viene posta perché la risposta smonta la critica alla radice. Nessuno — né a destra né a sinistra dello spettro politico israeliano — avrebbe accettato di fare un suicidio collettivo per far piacere a qualcuno. Come del resto nessun altro paese democratico lo avrebbe fatto nelle stesse circostanze.

𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝘃𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲

C’è un altro presupposto implicito nel dibattito e(s)terno su Israele: che sia un caso speciale, un’entità che aspetta una guida morale dall’esterno per capire cosa fare. Come se tutti gli israeliani dovessero conoscere l’inglese — cioè parlare il linguaggio elaborato nelle università occidentali, nelle redazioni angloamericane, nelle ONG internazionali — per essere presi sul serio. Se uno va in Israele capisce quanto sia lontana l’Europa con le sue piazze, un’eco confusa e lontana!

Israele è una società del tutto normale nel senso più preciso del termine: complessa, frammentata, contraddittoria, poco interessata a quello che pensano gli altri. Ha le sue fratture profonde — tra religiosi e laici, tra ashkenaziti e mizrahi, tra ebrei e arabi israeliani. Ha il suo cinismo politico, la sua stanchezza istituzionale, i suoi conflitti generazionali irrisolti. Ha giovani che preferiscono lo spirituale al politico e militanti che si esauriscono. Ha pragmatici che cambiano strategia e idealisti che resistono.

Niente di tutto questo appare nel dibattito esterno, dove gli israeliani esistono solo come categoria — o carnefici da condannare o vittime da difendere — mai come società che pensa con la propria testa in una situazione che gli altri non vivono. Così un giovane arabo israeliano, palestinese, viene cacciato in Europa perché israeliano… non importa chi sei, cosa pensi!

𝗜 𝗴𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶 𝗶𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗶𝗮𝗻𝗶: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮

È qui che il divario tra la narrazione esterna e la realtà interna diventa più evidente e più istruttivo.

Nel dibattito occidentale, i giovani sono per definizione il motore del cambiamento progressista. Dal Nepal al Perù, dal Bangladesh alle Filippine, la Generazione Z ha guidato le proteste contro le classi dirigenti consolidate. In Ungheria i giovani hanno contribuito in modo decisivo alla sconfitta elettorale di Viktor Orbán dopo sedici anni di potere. È un pattern globale così consolidato da essere diventato quasi un’aspettativa automatica.

In Israele non funziona così. E capire perché è molto più rivelatore di qualsiasi slogan.

La Generazione Z israeliana è tendenzialmente più conservatrice e più a destra rispetto ai genitori e ai nonni — già questo rompe lo schema. Ma la vera discontinuità non è ideologica, è emotiva e biografica. Decine di migliaia di giovani israeliani erano in piazza prima del 7 ottobre, contro la riforma giudiziaria di Netanyahu. Erano presenti, visibili, organizzati. Dopo gli attacchi di Hamas molti sono tornati a manifestare per gli ostaggi. Ma poi, progressivamente, si sono ritirati.

Non perché abbiano cambiato idea politica. Non perché approvino Netanyahu. Ma perché il 7 ottobre ha riscritto completamente le coordinate morali ed emotive dentro cui si muovono.

Il 7 ottobre ha colpito i giovani israeliani più duramente di qualsiasi altra fascia della popolazione. Tra le vittime degli attacchi e i caduti nella guerra successiva, i giovani sono stati sovrarappresentati in modo drammatico. I loro coetanei sono morti al festival di Nova, sono stati presi in ostaggio, sono tornati dal fronte di Gaza e del Libano con esperienze che non si traducono in slogan. Protestare mentre i tuoi amici combattono o muoiono non è una scelta politica — è una questione di lealtà esistenziale che non ha equivalenti nelle piazze europee.

“Prima del 7 ottobre protestare era quasi la cosa più cool che si potesse fare”, racconta una giovane attivista di Tel Aviv che ha continuato a partecipare alle manifestazioni. “Dopo il 7 ottobre è diventato cool tornare nella propria unità di riserva e andare a combattere.”

Non è conformismo. Non è passività. È una risposta umana comprensibile a un trauma collettivo di proporzioni che chi manifesta a Berlino o a Milano semplicemente non ha vissuto — e probabilmente non riesce nemmeno a immaginare.

La sociologa Noa Lavie descrive una generazione che dopo il 7 ottobre ha perso fiducia nelle istituzioni statali, ma invece di trasformare quella perdita in mobilitazione politica si è ripiegata su percorsi individuali, su una ricerca di spiritualità, su tentativi privati di elaborare un senso di vulnerabilità che non aveva precedenti nella loro esperienza. Non è apatia — è elaborazione di un lutto collettivo che non ha ancora trovato una forma pubblica.

Chi osserva dall’esterno e si aspetta che i giovani israeliani si comportino come i giovani britannici o quelli tedeschi sta applicando uno schema universale a una situazione che universale non è. Sta chiedendo, in sostanza, che una generazione ferita risponda ai parametri elaborati da chi quella ferita non la conosce.

Questo è il punto in cui la presunzione analitica si trasforma in qualcosa di più grave: una incapacità radicale di ascolto empatico. Di sospendere il proprio schema interpretativo per provare a capire dall’interno una realtà che non si vive.

𝗚𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶

C’è un’ultima ironia in tutto questo, forse la più amara. Tutto il dibattito occidentale su Israele si svolge in nome dei palestinesi — della loro sofferenza, dei loro diritti, della loro dignità. Eppure i palestinesi sono esattamente gli ultimi a essere ascoltati, compresi, rappresentati in modo reale in questo dibattito.

Sono diventati una bandiera. Una categoria astratta attraverso cui combattere battaglie che hanno tutto a che fare con la politica interna occidentale — le tensioni identitarie, i conflitti generazionali, le guerre culturali — e quasi nulla con la concreta realtà di chi vive a Gaza, in Cisgiordania, nei campi profughi libanesi.

I palestinesi reali, con la loro complessità, le loro divisioni interne, la loro pluralità di voci, la loro capacità di pensare autonomamente — esattamente come gli israeliani reali — non esistono nel dibattito. Esistono solo come simbolo di una causa pensata, finanziata, guidata e decisa altrove da chi nel territorio non c’è.

E un simbolo, un’immagine retorica o diciamolo pure: una caricatura della realtà, per definizione, non ha bisogno di essere ascoltato.

“𝘋𝘶𝘦 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘥𝘢𝘵𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘪𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭𝘪𝘢𝘯𝘦. 𝘜𝘯𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘭’𝘖𝘤𝘤𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘧𝘦𝘳𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘢 𝘷𝘪𝘤𝘪𝘯𝘰.”


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