Blog di Don Roy Benas

Leggevamo il menù e abbiamo scoperto di essere la portata principale

Le reti digitali e il nuovo fronte della guerra ibrida in Europa

Da mesi seguo la mobilitazione pro-palestinese con una convinzione che, all’inizio, era soprattutto un’intuizione: Israele e gli ebrei non erano necessariamente il punto di arrivo, ma forse il primo terreno sul quale qualcosa di molto più ampio stava prendendo forma.

Negli ultimi mesi quella sensazione è diventata più concreta. Ceuta, le scuole francesi, il 17 ottobre, Milano, Barcellona: cambiano le cause, cambiano i Paesi, ma ricompare la stessa capacità di individuare una frustrazione, amplificarla attraverso le reti digitali e trasformarla rapidamente in mobilitazione reale.

Alla fine ho deciso di mettere insieme materiali che raccoglievo da tempo e che pensavo di utilizzare per articoli diversi. Separati raccontavano storie differenti; messi uno accanto all’altro hanno cominciato a mostrare qualcosa di molto più grande, nel quale Israele sembra quasi essere stato soltanto l’inizio.


Cosa

Hanno fermato la “mente” del Movimento 17 ottobre. Così è stato presentato Youssef Siher, trent’anni, ricercatore, giornalista freelance, già collaboratore dell’ISPI e del Fatto Quotidiano, individuato dagli investigatori come uno dei principali amministratori dei canali attraverso i quali il Movimento 17 ottobre aveva cominciato a organizzare le proprie iniziative. La moglie è indagata nella stessa inchiesta e, secondo quanto emerso dalle indagini, i due erano gli unici abilitati a pubblicare sui canali centrali Instagram e Telegram. Il fermo sembra aver avuto un effetto immediato: le indicazioni che il 24 ottobre avrebbero dovuto comunicare all’ultimo momento tre diversi punti di concentramento nelle città non sono mai partite e nei giorni successivi la struttura centrale del movimento si è praticamente fermata. Siher, dunque, qualcosa aveva effettivamente costruito e la sua individuazione ha colpito un nodo importante.

Pensare però che, trovata la “mente” del Movimento 17 ottobre, il problema sia stato sostanzialmente risolto mi sembra difficile. Lo stesso provvedimento della Procura sostiene che Siher avrebbe «approfittato di quanto accaduto» il 17 e 18 ottobre per dare corso al proprio progetto, mentre la pagina Instagram di cui era ritenuto la mente risulta nata dopo quei disordini. Questo colloca il suo ruolo in una fase precisa: non all’origine del fenomeno, ma nel tentativo di raccogliere una mobilitazione già avvenuta, darle una struttura, un linguaggio e soprattutto una continuità. Prima di Siher esistevano già la convocazione di “Italia in Piazza”, gli scontri nelle città italiane e un ambiente nel quale migliaia di giovani erano stati raggiunti e mobilitati attraverso i social. E prima ancora, fuori dall’Italia, erano già accadute cose molto simili.

Il primo episodio che mi aveva fatto riflettere su questo fenomeno era stato Ceuta, alla fine di luglio. Tra il 30 e il 31 luglio oltre settantamila persone attraversarono il confine tra il Marocco e l’enclave spagnola in una mobilitazione che aveva avuto nei social un elemento determinante. I documenti del CNI spagnolo resi pubblici successivamente hanno mostrato che già il 29 luglio l’intelligence aveva individuato convocazioni per il giorno successivo diffuse attraverso Facebook e WhatsApp, con indicazioni sull’orario e sulle modalità dell’attraversamento. Due dei gruppi monitorati raccoglievano complessivamente circa 180.000 utenti. Il dato non indicava naturalmente 180.000 persone pronte a partire, ma rendeva evidente la dimensione della platea digitale raggiunta dalla convocazione.

Quando scrissi di Ceuta il 3 agosto mi interessava proprio questo passaggio. I social non avevano semplicemente diffuso un’opinione sulla politica migratoria spagnola o sul rapporto tra Madrid e Rabat. Avevano contribuito a mettere fisicamente in movimento una quantità enorme di persone. Circolavano video che presentavano il confine come aperto o facilmente attraversabile, immagini di chi era riuscito a passare, istruzioni pratiche e informazioni sulle rotte. A quel punto il messaggio non agiva più soltanto sul modo di pensare di chi lo riceveva, ma sul suo comportamento: qualcuno vedeva un video sul telefono, decideva di partire e poche ore dopo si trovava davanti a un confine internazionale. Fu allora che cominciai a ragionare sull’uso di questo sistema come strumento di guerra asimmetrica, perché per la prima volta si vedeva con chiarezza la capacità tecnica dello strumento.

Due mesi più tardi tornai sull’argomento guardando ciò che stava accadendo nelle scuole francesi. Una protesta partita il 21 settembre da problemi concreti di un liceo di Créteil, in particolare la mancanza di insegnanti, si era estesa nel giro di pochi giorni a centinaia e poi a più di mille istituti. Sui social circolavano volantini adattati alle rivendicazioni delle singole scuole, molti dei quali prodotti con strumenti di intelligenza artificiale: in un istituto il problema erano i professori mancanti, in un altro la mensa, altrove gli edifici, il divieto dei cellulari o altre questioni locali. Non era necessario imporre a tutti la stessa motivazione; si potevano raggiungere gruppi differenti parlando a ciascuno attraverso la propria frustrazione e portarli verso lo stesso comportamento. In quell’articolo del 2 ottobre avevo distinto questo uso dalla propaganda tradizionale parlando di propaganda “tattica”: non più soltanto convincere una popolazione di qualcosa, ma individuare una popolazione già sensibilizzata e trasformare rapidamente quella sensibilizzazione in un’azione concreta.

Pochi giorni dopo, sempre in Francia, il meccanismo si mostrò su una scala ancora diversa. La convocazione del 17 ottobre era nata durante settembre da un account TikTok anonimo, inizialmente attorno al costo dei carburanti, e non era stata presa particolarmente sul serio nemmeno da alcuni protagonisti storici dei Gilet gialli. In meno di un mese quella data diventò però un punto di convergenza per rivendicazioni molto diverse: caro vita, studenti delle scuole superiori e delle università, lavoratori, gruppi dei Gilet gialli che si riattivavano, realtà sindacali e comunità locali. Dal 27 settembre vennero pubblicati circa 460.000 messaggi riferiti alla mobilitazione; su TikTok i video che citavano il 17 ottobre totalizzarono circa 132 milioni di visualizzazioni e 18 milioni di “mi piace”, mentre una mappa collaborativa arrivò a indicare più di mille possibili punti di ritrovo in tutta la Francia. Il 17 ottobre scesero infine in strada tra 550.000 e 800.000 persone, mentre quasi ogni momento delle manifestazioni, compresi gli scontri e i saccheggi verificatisi in alcune città, veniva filmato e rilanciato in diretta sulle stesse piattaforme che avevano contribuito alla mobilitazione.

Nello stesso giorno qualcosa di analogo avveniva in Italia. L’account “Italia in Piazza”, comparso su Instagram il 4 ottobre, aveva diffuso una convocazione contro il caro vita che nei giorni successivi era passata attraverso TikTok e Telegram. A Milano una parte dei giovanissimi era presente fin dall’inizio, ma altri raggiunsero il centro quando gli scontri erano già cominciati, dopo aver visto sul telefono i video che rimbalzavano da un account all’altro. Questo particolare mi sembra rilevante perché mostra un ulteriore sviluppo: la rete non serve più soltanto a convocare la manifestazione prima che avvenga; la manifestazione stessa, una volta iniziata, produce immagini abbastanza forti da attirare nuovi partecipanti mentre è ancora in corso. Il social porta la persona in piazza, ciò che accade in piazza torna sul social e richiama altre persone.

È dentro questo ambiente che, dopo il 17 ottobre, compare il Movimento 17 ottobre. Qui il passaggio non consiste più semplicemente nel fare circolare una convocazione, ma nel provare a dare stabilità politica e capacità organizzativa a una massa che si è già mossa. Il movimento si presenta come privo di presidente, segretario, sede e portavoce, rivendica la “fluidità come strategia”, crea gruppi territoriali e annuncia una mobilitazione permanente ogni sabato. Per il 24 ottobre la struttura progettata era già più elaborata: gli appuntamenti comunicati in precedenza venivano cancellati e sostituiti con tre punti di concentramento per città da rendere noti soltanto alle 14.30, seguiti alle 15.30 dalla comunicazione della destinazione finale. Il fermo di Siher ha impedito che quel sistema entrasse in funzione e ha permesso di vedere quanto la struttura dichiaratamente priva di capi dipendesse comunque da un centro capace di impartire le indicazioni.

Il 24 ottobre, mentre in Italia quella struttura veniva colpita, a Barcellona centinaia di giovanissimi si riunivano in piazza Catalunya dopo una convocazione circolata soprattutto su TikTok. La protesta non era stata formalmente comunicata alle autorità e si era sviluppata attraverso un percorso ormai familiare, nel quale alla piattaforma pubblica si affiancavano gruppi più chiusi su altre applicazioni. Gli scontri terminarono con 128 arresti, 72 dei quali minorenni, quindici agenti feriti, ventitré esercizi commerciali vandalizzati e trentatré incendi. Soltanto due degli arrestati avevano precedenti per disordini pubblici, un dato interessante perché rende difficile ridurre quanto accaduto alla semplice presenza dei soliti gruppi organizzati che si spostano da una manifestazione all’altra.

Mettendo insieme questi episodi, ciò che mi interessa non è la somiglianza delle rivendicazioni, che anzi cambiano molto, ma il progressivo accorciamento della distanza fra spazio digitale e azione fisica. In pochi mesi abbiamo visto i social contribuire a concentrare persone su un confine, adattare motivazioni differenti a comunità differenti, trasformare una data in un appuntamento nazionale, alimentare una manifestazione mentre era già in corso e infine tentare di stabilizzare quella capacità in una struttura permanente. Sono funzioni diverse dello stesso ambiente.

Un account appena nato, un video, una data, un gruppo Telegram o WhatsApp possono diventare il punto iniziale di una catena che raggiunge reti già esistenti, associazioni, militanti, influencer e infine migliaia di persone che non appartengono a nessuna organizzazione. A quel punto la rete non si limita più a suggerire che cosa pensare di un avvenimento: può contribuire a stabilire dove trovarsi, quando arrivare e quale evento seguire, continuando ad agire anche quando l’evento fisico è già cominciato. Per capire meglio ciò che sta accadendo bisogna quindi osservare il percorso attraverso il quale un contenuto inizialmente marginale riesce a essere ripreso, moltiplicato, separato progressivamente dalla propria origine e infine trasformato in comportamento collettivo.

Come

La prima cosa da togliere di mezzo è l’immagine un po’ ingenua di migliaia di bot che ricevono un ordine e cominciano tutti insieme a ripetere la stessa frase. I bot esistono, naturalmente, ma le operazioni documentate negli ultimi anni mostrano un sistema molto più articolato, nel quale convivono profili automatici, account falsi gestiti da persone, siti costruiti appositamente, utenti autentici, influencer e infine media tradizionali. Meta, la società proprietaria fra l’altro di Facebook e Instagram, usa da anni l’espressione “comportamento coordinato non autentico” per descrivere reti di account che fingono di essere persone o comunità indipendenti mentre agiscono in maniera organizzata. Nel 2022 Meta smantellò una grande rete russa che utilizzava più di sessanta siti costruiti per imitare testate giornalistiche occidentali e la collegò a due società russe, Structura e Social Design Agency.

Il primo passaggio consiste nel gettare il seme, che non deve necessariamente essere una notizia completamente falsa. È molto più efficace partire da qualcosa che esiste già: il prezzo della benzina, una guerra, una protesta, un episodio di violenza, una difficoltà economica, una tensione fra comunità. Su quel fatto si può intervenire scegliendo un particolare, modificandone il contesto, aggiungendo un elemento falso oppure semplicemente proponendo l’interpretazione più capace di provocare indignazione. L’intelligenza artificiale ha reso questa fase enormemente più economica, perché permette di tradurre, riscrivere e adattare lo stesso contenuto a pubblici differenti. L’EEAS, il Servizio europeo per l’azione esterna, cioè il servizio diplomatico dell’Unione Europea, nel suo rapporto del 2026 sulle operazioni di manipolazione informativa descrive ormai come abituale l’uso dell’AI per produrre commenti, tradurre e adattare testi, generare articoli, clonare voci e costruire video destinati a reti di profili falsi.

Una volta preparato il contenuto bisogna dargli l’apparenza di qualcosa che sta già circolando. Un esempio particolarmente chiaro è Matryoshka, detta anche Operation Overload, una campagna di influenza filorussa studiata sia dall’Unione Europea sia da VIGINUM, il servizio francese incaricato di individuare le interferenze digitali straniere. Un primo gruppo di account, chiamati “seeder”, semina il contenuto iniziale; un secondo gruppo, gli “amplifier”, lo riprende, lo modifica leggermente e lo rilancia. Lo scopo non è soltanto raggiungere molti utenti, ma fare in modo che una storia compaia contemporaneamente in abbastanza luoghi da dare l’impressione che esista già come argomento pubblico. I profili utilizzati possono essere sacrificati: se vengono chiusi, se ne aprono altri; se un dominio viene bloccato, se ne registra uno nuovo. Il valore non sta quindi nel singolo account, ma nella possibilità di ricostruire continuamente la rete.

Il passaggio decisivo avviene quando il contenuto esce da questa prima rete artificiale ed entra nelle mani di persone vere. Qualcuno lo condivide perché conferma ciò che già pensa, qualcun altro perché lo indigna, altri ancora perché appartiene al proprio campo politico. Sono quelli che in precedenza avevo chiamato un po’ brutalmente gli “zombie”: persone autentiche che in quel momento funzionano come ripetitori inconsapevoli, senza avere alcun rapporto con chi aveva prodotto il messaggio iniziale. Poi arrivano profili più importanti, influencer, militanti, giornalisti o politici. A quel punto l’origine comincia a perdersi e il profilo falso che aveva lanciato il contenuto può persino scomparire, perché ormai sono utenti reali a diffonderlo.

Doppelgänger, un’altra grande operazione russa documentata da Meta e dalle autorità americane ed europee, ha utilizzato proprio questo passaggio costruendo siti quasi identici a quelli di testate giornalistiche reali. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha documentato imitazioni di giornali come il Washington Post e Fox News; Meta aveva trovato lo stesso sistema rivolto soprattutto a Germania, Francia, Italia, Ucraina e Regno Unito. Una notizia che nasce su un sito falso può così essere condivisa come se fosse un articolo autentico, ripresa da un influencer e raggiungere persone che non hanno più alcun modo immediato di riconoscerne la provenienza.

Anche i media autentici possono diventare involontariamente parte dello stesso percorso. Matryoshka ha utilizzato falsi video, graffiti, screenshot e documenti per poi chiedere direttamente a giornalisti e organizzazioni di fact-checking di verificarli. VIGINUM ha documentato questa tecnica in decine di paesi. Persino la smentita può così contribuire alla diffusione: per spiegare che un video è falso bisogna comunque mostrarlo, descriverlo e raccontare ciò che sostiene. Il contenuto che all’inizio viveva ai margini della rete entra in questo modo nell’agenda di testate e organizzazioni che volevano semplicemente confutarlo.

L’algoritmo interviene premiando ciò che sembra suscitare interesse. Commenti, condivisioni, visualizzazioni e reazioni fanno aumentare la visibilità, e una rete coordinata può produrre artificialmente almeno i primi segnali necessari a far partire il movimento. Il risultato decisivo arriva però quando l’amplificazione artificiale accende quella autentica. Da quel momento sono gli utenti reali a fornire gratuitamente discussioni, indignazione, immagini, commenti e nuove condivisioni, mentre l’operatore iniziale perde progressivamente importanza.

La mobilitazione francese del 17 ottobre permette di capire la sproporzione fra il pubblico raggiunto e il risultato necessario. Secondo i dati di Visibrain riportati da Le Monde, i video TikTok che citavano la mobilitazione avevano accumulato circa 132 milioni di visualizzazioni e 18 milioni di “mi piace”; il giorno della protesta scesero effettivamente in strada fra 550.000 e 800.000 persone. Non possiamo sapere quante di quelle persone siano state mobilitate direttamente da TikTok, ma il rapporto di scala resta istruttivo: prendendo come riferimento i soli 18 milioni di utenti che avevano espresso un “like”, una partecipazione equivalente a circa il 3-4 per cento sarebbe stata sufficiente a produrre una manifestazione di quelle dimensioni; rispetto alle visualizzazioni complessive siamo nell’ordine di mezzo punto percentuale.

Non serve dunque convincere la maggioranza delle persone raggiunte. Su una platea digitale enorme basta una frazione molto piccola che compia il passaggio successivo. Né occorre immaginare costi proporzionati al risultato: pubblicare un video, aprire un account o rilanciare una convocazione ha un costo marginale infinitamente inferiore a quello che avrebbe avuto una mobilitazione tradizionale di centinaia di migliaia di persone, con sedi territoriali, militanti, volantini, manifesti, riunioni e mesi di preparazione. Un tentativo che fallisce costa relativamente poco; uno che riesce può mettere in movimento una città.

È qui che il sistema passa dalla propaganda alla mobilitazione. Una volta che esiste una comunità abbastanza grande e sensibilizzata, al messaggio politico si può aggiungere un’indicazione concreta: una data, un luogo, un appuntamento. Le piattaforme pubbliche servono a raggiungere la platea più ampia; da lì si passa a spazi più chiusi, dove i gruppi diventano più piccoli e le indicazioni più precise. Il cambio di piattaforma corrisponde quindi anche a un cambio di funzione: prima visibilità, poi organizzazione.

Il meccanismo continua a funzionare anche quando la manifestazione è già cominciata. A Milano abbiamo visto ragazzi raggiungere il centro dopo aver guardato sul telefono i video degli scontri; in Francia quasi tutto ciò che accadeva il 17 ottobre veniva filmato e rilanciato in diretta. La piazza produce nuovo materiale che torna immediatamente nella rete e può attirare altre persone oppure modificare la percezione di ciò che sta accadendo. Da uno stesso evento si possono inoltre estrarre immagini completamente differenti senza falsificarne nessuna: una vetrina distrutta, una carica della polizia, migliaia di manifestanti pacifici. Sono tre frammenti autentici della stessa giornata, ma ciascuno, isolato dagli altri, costruisce un racconto diverso.

A questo punto l’artificiale e l’autentico sono ormai sovrapposti. L’intervento iniziale può essere stato prodotto o amplificato artificialmente, ma il successo arriva soltanto quando persone reali lo fanno proprio. Più questa trasformazione riesce, più diventa difficile ricostruire l’origine. Quando il contenuto viene ripetuto da migliaia di utenti, compare sui giornali o porta persone fisicamente in strada, davanti a noi non vediamo più necessariamente chi lo aveva messo in moto, ma soprattutto i soggetti che nel frattempo hanno cominciato a utilizzarlo per ragioni proprie.

Chi

A questo punto abbiamo il fatto e abbiamo visto abbastanza bene come funziona lo strumento. In un giallo di Agatha Christie sarebbe arrivato il momento di riunire tutti nella stanza e cominciare a guardarsi attorno. Chi era presente? Chi aveva accesso all’arma? Chi possedeva le competenze necessarie per usarla? Soltanto dopo avrebbe senso interrogare ciascuno sulle ragioni che avrebbero potuto spingerlo a farlo.

Nel caso italiano sembrerebbe persino che il giallo abbia già trovato il suo primo colpevole. Youssef Siher è stato indicato dagli investigatori come la “mente” del Movimento 17 ottobre; la moglie è indagata nella stessa inchiesta e il fermo ha effettivamente interrotto la struttura di coordinamento che i due gestivano. Ma la stessa Procura sostiene che Siher avrebbe «approfittato di quanto accaduto» il 17 e 18 ottobre per dare corso al proprio progetto, mentre la pagina del Movimento 17 ottobre era nata dopo quei disordini. Abbiamo quindi trovato qualcuno che aveva imparato a utilizzare lo strumento e stava tentando di trasformare una mobilitazione episodica in qualcosa di permanente. Non abbiamo però trovato l’origine del fenomeno.

La stanza, infatti, era già piuttosto affollata. Se si guarda alle piazze italiane delle settimane precedenti, la mobilitazione per Gaza del 10 ottobre aveva coinvolto più di cinquanta città ed era stata promossa da diverse realtà palestinesi, tra cui il Movimento degli Studenti Palestinesi, Giovani Palestinesi d’Italia, l’Associazione dei Palestinesi in Italia e l’Unione Democratica Arabo-Palestinese. A Roma avevano aderito, tra gli altri, la sezione giovanile del Movimento 5 Stelle, Potere al Popolo, il sindacato USB e le organizzazioni studentesche OSA e Cambiare Rotta; a Milano erano presenti anche Alleanza Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, Al Cobas, CARC, Amnesty International e Unione degli Universitari. Queste adesioni non significano naturalmente che tutte queste realtà condividano le stesse posizioni o abbiano alcun rapporto con le successive violenze; mostrano però quanto fosse già ampia e composita la rete politica e associativa mobilitata attorno alla Palestina.

Dentro quella stessa mobilitazione comparivano anche posizioni molto più radicali. A Roma, dietro lo striscione principale, ne compariva uno con la scritta «7 ottobre giornata della Resistenza» e furono notate alcune bandiere di Hezbollah; a Milano venne esposto anche un cartello che paragonava il 7 ottobre al 25 aprile. Nello stesso spazio convivevano dunque protesta umanitaria, attività politica istituzionale e settori che utilizzavano un linguaggio di aperta legittimazione della “resistenza” armata palestinese.

È questa eterogeneità a rendere la piazza interessante. Ambienti che hanno idee profondamente diverse possono trovarsi nello stesso spazio quando alcune opposizioni coincidono: Israele, gli Stati Uniti, la NATO, il riarmo europeo, il governo Meloni, la gestione dell’ordine pubblico o più genericamente le istituzioni occidentali. Non è necessaria una dottrina comune perché si produca una convergenza temporanea.

Il 17 ottobre allarga ulteriormente questa stanza. A Milano la manifestazione convocata da “Italia in Piazza” contro il caro vita, gli stipendi bassi e le condizioni della scuola e della sanità aveva raccolto oltre cinquemila persone, con una presenza molto forte di ragazzi e giovanissimi. Quando iniziarono gli scontri, gruppi di giovani vestiti di nero e con il volto coperto attaccarono la polizia con sassi, bombe carta e altri oggetti. In quel caso specifico ANSA sottolineò che non si trattava dei tradizionali black bloc, ma soprattutto di ragazzi molto giovani. A Torino, nello stesso giorno, la polizia riferì che il corteo contro il caro vita era stato preso in testa da soggetti diversi dai promotori e deviato dal percorso previsto; tra i dodici fermati, dieci erano minorenni.

Questa popolazione non organizzata è probabilmente uno dei soggetti nuovi più interessanti. Ragazzi che non appartengono a partiti, sindacati o centri sociali possono essere raggiunti direttamente attraverso i social e trovarsi poche ore dopo dentro una manifestazione. Non arrivano necessariamente con una cultura politica già formata e, una volta nella piazza, possono entrare in relazione con ambienti molto più piccoli che possiedono invece esperienza, organizzazione e un linguaggio politico preciso.

In questa fotografia manca però una componente che difficilmente compare negli elenchi ufficiali delle adesioni: l’area anarchica, autonoma e antagonista. Non la collocherei automaticamente all’origine delle mobilitazioni che stiamo osservando, ma mi sembra altrettanto difficile considerarla estranea all’ambiente nel quale esse si stanno sviluppando. È un’area che possiede da decenni esperienza nella mobilitazione senza strutture partitiche tradizionali, nei piccoli gruppi autonomi, nell’azione diretta, nell’organizzazione informale e nel confronto con le forze dell’ordine. Le recenti indagini sugli scontri avvenuti durante le manifestazioni legate ad Askatasuna a Torino hanno coinvolto militanti anarchici, autonomi e antagonisti, mostrando ancora una volta come ambienti differenti possano operare insieme senza fondersi in una struttura unica.

C’è inoltre una vicinanza culturale interessante con il linguaggio scelto dallo stesso Movimento 17 ottobre. Nel suo manifesto il movimento rifiutava presidente, segretario, sede, portavoce e iscritti, spiegando che «un movimento con un capo ha un bersaglio» e rivendicando la “fluidità come strategia”. Citava Hong Kong e il suo be water, le Primavere arabe, gli Indignados, Occupy e altri movimenti privi di una leadership tradizionale. Non è un manifesto anarchico, ma è una concezione dell’organizzazione nella quale l’assenza di una struttura identificabile viene considerata una risorsa e non una debolezza.

A questo punto diventa utile distinguere le funzioni. Non è detto che chi ha iniziato la mobilitazione coincida con chi l’ha finanziata o sostenuta materialmente, né che questi coincidano con chi successivamente la utilizza. Qualcuno può aver prodotto la prima spinta, altri aver fornito una causa politica e una rete di mobilitazione, altri ancora essersi accorti che quella massa esisteva e aver deciso di sfruttarne l’energia.

È dentro quest’ultima possibilità che collocherei, almeno per ora, una parte dell’area anarchica e antagonista. Un piccolo gruppo non ha bisogno di dirigere migliaia di manifestanti per incidere su ciò che accade; può essere sufficiente determinare il momento nel quale una manifestazione pacifica supera la soglia dello scontro. Da quel momento cambia l’esperienza di tutti: arrivano le cariche, i lacrimogeni, i feriti e le immagini che tornano immediatamente sui social. Anche chi non ha visto come è iniziato lo scontro vede ciò che accade dopo.

È per questo che considero un miraggio l’idea che, individuato Siher, sia stato individuato “il colpevole”. Abbiamo trovato uno dei soggetti presenti nella stanza e abbiamo visto con una precisione insolita quale funzione stesse cercando di svolgere. Ma nella stessa stanza ci sono persone arrivate in momenti diversi, con strumenti diversi e probabilmente con obiettivi diversi. Possiamo quindi cominciare gli interrogatori, non chiedendo subito “chi è stato?”, ma ponendo a ciascuno una domanda più utile: che cosa otterrebbe se questa macchina continuasse a funzionare?

Perché

Conviene partire dagli obiettivi dichiarati, perché proprio qui comincia a comparire qualcosa di strano. In Italia il Movimento 17 ottobre aveva annunciato una «mobilitazione permanente ogni sabato» fino alla caduta del governo Meloni, ma nel manifesto pubblicato subito dopo andava già molto oltre: rifiuto delle strutture politiche tradizionali, sfiducia nelle istituzioni, piazze trasformate in luoghi di formazione politica e costruzione di qualcosa di nuovo «dal basso». La caduta di un governo era dunque un obiettivo concreto, ma difficilmente esauriva il progetto.

Lo stesso problema emerge guardando fuori dall’Italia. In Francia una mobilitazione nata da rivendicazioni scolastiche molto concrete si è allargata rapidamente fino a comprendere questioni economiche, sociali e politiche molto più vaste. Gaza offre un’altra potentissima causa di aggregazione, ma anche qui la pace, che dovrebbe essere l’obiettivo immediato più intuitivo, non basta più a spiegare tutto ciò che si è costruito attorno a quella parola. Le cause cambiano e si sovrappongono; ciò che rimane stabile è la capacità di individuare popolazioni sensibili a ciascuna di esse e metterle in movimento.

Se ritroviamo lo stesso strumento in paesi diversi e applicato a rivendicazioni differenti, diventa allora necessario separare l’argomento attraverso il quale le persone vengono mobilitate dal risultato più generale che qualcuno potrebbe ottenere mantenendo attiva quella capacità di mobilitazione. Le frustrazioni che portano le persone in piazza sono reali e proprio per questo non devono essere inventate. È sufficiente individuarle, amplificarle e trasformarle in un percorso verso l’azione. In questo senso la piazza può diventare il proiettile o l’arma, mentre la domanda interessante riguarda chi abbia i mezzi e l’interesse per utilizzarla.

Comincerei quindi dai giocatori più grandi, quelli per i quali una singola manifestazione nazionale conta molto meno del risultato che può produrre nel medio periodo sull’intera Europa. Il primo soggetto che inevitabilmente entra nell’interrogatorio è la Russia. Non perché esista oggi una prova che colleghi Mosca alle mobilitazioni del 17 ottobre, ma perché le capacità che abbiamo descritto non sono ipotetiche. L’Unione Europea considera le operazioni russe di manipolazione dell’informazione, interferenza, cyberattacchi e altre attività ibride parte di campagne più ampie dirette contro la sicurezza, la stabilità e le fondamenta democratiche degli Stati europei. L’8 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione ha prorogato fino al 2027 le sanzioni contro persone ed entità coinvolte in queste attività, parlando di campagne russe «persistenti e intensificate».

Per Mosca il risultato utile non richiederebbe affatto di trasformare gli europei in sostenitori di Putin. Sarebbe già sufficiente rendere più difficile agli Stati europei prendere decisioni comuni, ridurre la fiducia nelle istituzioni, alimentare l’ostilità verso la NATO, associare la spesa militare al peggioramento delle condizioni economiche e aumentare la pressione politica sui governi che sostengono l’Ucraina. Le operazioni russe documentate negli ultimi anni mostrano proprio la possibilità di parlare a pubblici politicamente opposti attraverso problemi differenti. La coerenza ideologica del messaggio diventa secondaria quando il risultato comune è una maggiore frammentazione.

Il secondo grande giocatore da interrogare è l’Iran, ma il suo possibile interesse è diverso. Teheran non sembra avere lo stesso evidente vantaggio russo in una destabilizzazione indiscriminata dell’Europa; ha invece un interesse molto preciso nel rapporto tra le società occidentali e Israele. Microsoft Threat Intelligence ha documentato come, dopo il 7 ottobre 2023, gli attori iraniani abbiano intensificato le operazioni informatiche e di influenza a sostegno di Hamas, individuando tra gli obiettivi la destabilizzazione, l’intimidazione, la rappresaglia e soprattutto l’indebolimento del sostegno internazionale a Israele. Gaza, in questo caso, non sarebbe semplicemente un pretesto per provocare caos, ma il terreno stesso sul quale Teheran ha un interesse strategico.

Tra questi grandi attori e la piazza esistono poi soggetti intermedi molto più difficili da delimitare. Uno è rappresentato dalle reti dell’islam politico europeo. Nel 2025 il ministero dell’Interno francese ha pubblicato un ampio rapporto sui Fratelli Musulmani e sull’islamismo politico proprio per ricostruire la presenza e le modalità operative di questo ambiente in Francia e i suoi collegamenti europei. Questo non permette naturalmente di trasformare qualsiasi associazione musulmana, manifestazione pro-palestinese o protesta contro Israele in un’espressione della Fratellanza; sarebbe semplicemente falso. Dimostra però che esiste un livello organizzato dell’islam politico per il quale una mobilitazione permanente attorno a Gaza può diventare uno strumento di aggregazione, costruzione di reti, rapporti politici e influenza.

Scendendo ancora troviamo gli anarchici, gli autonomi e gli ambienti insurrezionalisti che abbiamo già incontrato nel CHI. Qui il risultato utile cambia nuovamente. Per una parte di questa cultura politica il conflitto con lo Stato non è semplicemente un effetto collaterale della protesta, ma può diventare esso stesso parte dell’obiettivo. Non occorre avere creato la mobilitazione: una piazza già costruita da altri rappresenta una risorsa. Se un piccolo nucleo riesce a portare una parte della manifestazione oltre la soglia dello scontro, la reazione delle forze dell’ordine produce immagini e conseguenze che possono alimentare immediatamente una narrativa di repressione. L’onda non è stata creata da quel gruppo, ma può essere utilizzata.

Questo è forse il punto nel quale l’idea del grande complotto diventa meno necessaria proprio mentre il fenomeno diventa più preoccupante. Gli attori che abbiamo considerato non devono sedersi attorno allo stesso tavolo, condividere un progetto o persino avere rapporti fra loro. È sufficiente che ciascuno trovi qualcosa di utile nello stesso processo: per qualcuno la frammentazione delle società europee, per qualcun altro il cambiamento dei rapporti con Israele, per altri ancora la crescita di influenza politica o il conflitto con lo Stato.

La Cina offre un utile termine di confronto proprio perché possiede molti degli stessi strumenti ma sembra avere un rapporto diverso con il risultato. Il rapporto 2026 del Servizio europeo per l’azione esterna descrive un apparato cinese di manipolazione informativa sempre più sofisticato, capace di utilizzare anche l’intelligenza artificiale per nascondere l’origine dei contenuti, aumentarne la distribuzione e ridurre l’influenza occidentale. Lo stesso rapporto osserva però che Pechino cerca contemporaneamente di presentarsi come una potenza globale stabile e affidabile. La capacità dunque esiste, ma una destabilizzazione indiscriminata delle società europee appare meno immediatamente coerente con quell’interesse rispetto al caso russo. Possedere l’arma non significa necessariamente avere interesse a sparare in qualsiasi direzione.

A questo punto possiamo tornare alla domanda dalla quale siamo partiti. Qual è l’obiettivo di questa realtà transnazionale capace di mobilitare platee così eterogenee? Forse la domanda contiene ancora un presupposto sbagliato: che debba esistere un unico obiettivo. Potremmo invece trovarci davanti a un’infrastruttura sociale e digitale nella quale soggetti di dimensioni molto diverse inseriscono obiettivi differenti. A un livello può essere utile rendere una società permanentemente mobilitabile e indebolirne la capacità di costruire consenso attorno alle grandi scelte; a un altro conquistare influenza o centralità politica; più in basso può bastare trovare una massa già riunita nella quale inserire il proprio conflitto.

E poi arriviamo a chi non possiede alcun progetto politico. Alla fine di questa lunghissima catena può esserci anche il ragazzo che non sa nulla di Russia, Iran, NATO, Gaza o guerra ibrida e che, nel caos prodotto da tutto questo, si ritrova sul marciapiede a cercare di togliere il dispositivo antitaccheggio dal giubbotto appena rubato. Lui non ha organizzato nulla e probabilmente non saprebbe spiegare perché migliaia di individui si siano ritrovati nello stesso posto. Ha semplicemente trovato un’occasione e l’ha utilizzata.

Forse è proprio questa la cosa più strana del nostro giallo. Abbiamo cercato l’arma, abbiamo riunito i possibili protagonisti nella stanza, abbiamo provato a capire chi possedesse i mezzi e chi potesse avere un movente, ma alla fine ci accorgiamo che nel nostro giallo non c’è ancora nemmeno un cadavere al centro della stanza. Il delitto, se vogliamo continuare con la metafora, potrebbe non essere un singolo avvenimento e potrebbe non essersi ancora consumato.

Quello che mi inquieta è piuttosto la direzione nella quale sembrano muoversi tutti questi episodi. Ogni volta la soglia si abbassa un poco: diventa più facile mobilitare rapidamente migliaia di persone, sovrapporre rivendicazioni differenti, trasformare una protesta in scontro e utilizzare ciò che accade per alimentare altra rabbia, altra sfiducia e altra mobilitazione. Non è necessario che qualcuno controlli l’intero processo perché il risultato complessivo sia una società progressivamente più tesa, più frammentata e meno capace di assorbire normalmente il conflitto attraverso le proprie istituzioni.

È questo il momento di rottura che mi sembra lentamente avvicinarsi. Non so quale forma potrebbe assumere, e nemmeno se arriverà davvero, ma molti dei meccanismi che abbiamo osservato sembrano ridurre contemporaneamente il costo della mobilitazione, aumentare la velocità con cui una crisi può propagarsi e rendere sempre più sottile il confine tra protesta politica, disordine e conflitto aperto.

A quel punto cercare un solo colpevole non sarebbe soltanto difficile, sarebbe probabilmente inutile. Qualcuno può aver costruito l’arma, qualcun altro averla caricata, altri possono indicare bersagli differenti e altri ancora trovarla sul tavolo e decidere di usarla per conto proprio. Non è necessario che si conoscano né che condividano lo stesso progetto. È sufficiente che, per ragioni diverse, trovino tutti utile che la macchina continui a funzionare.


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