Il racconto della guerra di Israele contro il terrorismo islamico punta i fari su Gaza e rende i palestinesi vittime inermi di uno strapotere genocida ossia Israele; così ci viene raccontata questa storia!
C’è però anche un altro lato altrettanto significativo ossia quello della popolazione israeliana che è vittima dell’aggressione dei terroristi. Non si tratta soltanto degli attacchi terroristici con automobili scagliate contro le fermate degli autobus, o della normalità (diventata anche nostra) degli accoltellamenti per strada e nei locali pubblici, gli assalti a sassate alle macchine israeliane che si avvicinano ai villaggi palestinesi e a tutte le cose alle quali gli israeliani rispondono quotidianamente. Parliamo invece delle azioni di guerra iniziate con il 7 ottobre che da quel momento hanno visto il lancio di migliaia di missili, razzi, droni, colpi di mortaio e quant’altro contro il territorio di Israele. Attacchi indiscriminati contro città e villaggi cercando di uccidere più civili possibile. Attacchi che hanno provocato lo sgombero di intere aree intorno a Gaza, lungo il confine libanese con decine e decine di migliaia di cittadini israeliani costretti a diventare profughi nello stesso stato di Israele.
Pensiamo a ottant’anni di questa realtà e in che modo possono aver forgiato una società che nonostante tutto dichiara di essere tra più felici del pianeta, tra le più innovative, più motivate, più aperte culturalmente, politicamente. Ci stupiamo che a un certo punto qualcosa sia cambiato? Il 7 ottobre è stata la dimostrazione che Israele non può permettersi di sottovalutare le minacce, non può permettersi di guardare altrove, non può permettersi di distrarsi. Il 7 ottobre è la dimostrazione lampante di cosa significhi illudersi di avere la situazione sotto controllo e che in fondo sia possibile la pace attraverso accordi, sotterfugi, passaggi e accordi sottobanco.
Da quasi ottant’anni Israele non conosce la pace. Guerre, intifade, terrorismo, razzi da Gaza e minacce dal Libano hanno segnato intere generazioni. Bambini che sono cresciuti tra una sirena d’allarme e l’altra, genitori che hanno portato i bambini nei parchi giochi cercando dov’è il rifugio più vicino. Giovani che passano anni a fare il servizio militare e poi per decenni restano in riserva. Ci sono già riservisti richiamati per la sesta, settima volta in questi due anni. Ci sono negozi chiusi, attività chiuse, servizi che fanno difficoltà a continuare perché mancano persone. C’è anche sacche di nuova povertà causata da tutto questo! Pensiamo al peso enorme che tutta la società dovrà pagare per il costo che la guerra ha imposto alla società israeliana… noi paghiamo ancora la guerra in Abissinia! Pensiamo che ogni razzo intercettore costa almeno 20 000 dollari e israele ne deve avere a migliaia per provare ad assicurare alla propria società un futuro E’ una quota di denaro stanziata sottraendo risorse a sanità, istruzione e sviluppo. Non è una scelta, ma una necessità di sopravvivenza.
Questa condizione non nasce da una presunta “vocazione bellica” di Israele, come a volte si sostiene. Al contrario, Israele ha più volte cercato di aprire spiragli: dagli Accordi di Oslo al ritiro da Gaza nel 2005, fino alle proposte di spartizione territoriale. Ogni passo, però, si è infranto contro un dato di fondo: dall’altra parte non c’è mai stato un consenso stabile intorno al compromesso. Le leadership palestinesi restano divise pur condividendo l’idea di fondo che Israele è un’entità illegittima… e in fondo questo sta passando anche nelle diplomazie internazionali. A Israele manca un interlocutore credibile sulla questione palestinese. Non è un caso che Israele viva in pace con Giordania ed Egitto: con governi che hanno scelto la via del riconoscimento, gli accordi hanno retto e la normalità è diventata possibile.
Il diritto degli israeliani a una vita normale non può essere messo in discussione né relativizzato. È un diritto umano elementare, e finché verrà subordinato a una retorica di distruzione da parte palestinese, questo diritto inalienabile degli israeliani resterà garantito solo dalla forza. Questo però non può durare all’infinito aspettando che tra gli arabi palestinesi un giorno nasca un leader capace di unire questa nazione, crei un movimento e un governo per trovare una soluzione diplomatica di convivenza con Israele. Se da una parte questa emergenza, questa difficoltà e questo diritto non viene riconosciuto dalle diplomazie e dai media internazionali, anzi il tutto resta all’ombra, per Israele e la politica israeliana questo è il centro della politica e il fulcro delle decisioni che Israele deve fare. Aldilà se l’ONU o i media riconosco o no il problema il Governo israeliano ha l’obbligo di dare risposte trovare soluzioni realistiche. 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗺𝗮𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲?
Si critica Israele che non ha un piano dettagliato del post-Hamas a Gaza? E perché quei paesi che vogliono riconoscere lo Stato di Palestina ce l’hanno per lo Stato di Palestina?
Nell’immagine quello che vedo quotidianamente e quasi neanche ci faccio caso: gli allarmi per missili e droni dallo Yemen, a qualsiasi ora del giorno e della notte in Israele c’è questo allarme. E se Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie Quds in Irag e Siria avessero ancora i loro arsenali di centinaia di migliaia di missili?
(Un testo scritto vari mesi fa ma attuale per la riflessione sulla vita degli israeliani che subiscono una guerra e siccome -grazie all’Iron Dome- hanno la “sfortuna” di avere poche vittime allora sembra che l’argoento non sussista.)

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