C’è un momento nella storia ebraica che vale la pena rileggere con occhi contemporanei.
Nel 1240, il re di Francia Luigi IX convocò quattro dei più grandi studiosi ebrei d’Europa per difendere il Talmud da accuse portate da un ebreo convertito al cristianesimo: blasfemia contro Gesù, odio verso i non ebrei. Rabbi Yechiel di Parigi si presentò davanti al tribunale e argomentò con brillantezza, logica, coraggio. Non servì a nulla. Nel 1242, carri di manoscritti talmudici bruciarono nelle strade di Parigi. Secoli di pensiero, commento, sapere, ridotti in cenere.
Quello che colpisce, a distanza di quasi ottocento anni, non è solo la brutalità dell’evento. È la struttura del meccanismo. Il verdetto era scritto prima che Rabbi Yechiel aprisse bocca. Qualunque cosa avesse detto — e disse cose giuste, argomentate, inattaccabili — l’esito non sarebbe cambiato. Non si trattava di un processo. Era una messa in scena con una conclusione già stabilita. Gli studiosi lo sapevano. Parteciparono lo stesso, forse per dignità, forse per testimonianza, forse perché non partecipare sarebbe stato interpretato come ammissione di colpa.
𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗺𝗮 𝗵𝗮 𝘂𝗻 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗮: 𝗱𝗼𝗽𝗽𝗶𝗼 𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗼. 𝗤𝘂𝗮𝗹𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗺𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗶 𝗲̀ 𝘀𝗯𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝘁𝗮.
Rispondi? Sei aggressivo.
Taci? Sei complice.
Ti difendi? Stai usando la vittimizzazione.
Ammetti errori? Stai confermando le accuse.
È una trappola logica chiusa, senza uscita, e chi la costruisce sa esattamente cosa sta facendo.
𝗢𝗿𝗮 𝘀𝗮𝗹𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗼𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗹𝗶 𝗲 𝗮𝗻𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗻 𝗦𝘂𝗱 𝗔𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮
Nel dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia — il principale organo giudiziale delle Nazioni Unite — con l’accusa di commettere un genocidio a Gaza. Un’accusa gravissima, la più grave che esista nel diritto internazionale. In tribunale il Sud Africa ha presentato ben 750 pagine di argomentazioni giuridiche e 4000 allegati. Una montagna di carta.
Quello che è successo dopo, però, è meno conosciuto. Israele ha presentato la propria contro-memoria: circa mille pagine di argomentazioni giuridiche, più quattromila pagine di allegati. Davanti all risposta israeliana il Sudafrica, che aveva costruito e lanciato l’accusa, si è trovato in difficoltà. Ha chiesto una proroga straordinaria motivandola con la complessità del caso e il volume dei documenti da esaminare. Il Sudafrica ha tempo fino al novembre 2027 per rispondere. Israele invece avrà tempo fino al maggio 2029 per la controreplica. Probabilmente non vi saranno ulteriori udienze prima della fine del 2029, se non addirittura del 2030.
In sintesi: chi ha lanciato l’accusa ha bisogno di anni per sostenere le proprie tesi davanti ai giudici. Il processo formale si proietta verso la fine del decennio.
Quello che è difficile contestare è il paradosso che ne emerge: chi ha gli strumenti, le competenze, l’accesso ai documenti e il mandato istituzionale per valutare i fatti non riesce a farlo in tempi ragionevoli. Il caso ha fatto il giro del mondo, il termine genocidio è entrato immediatamente nel dibattito pubblico globale come fatto acquisito, non come ipotesi da verificare. Basta l’accusa? Il processo informale ha già emesso la sua sentenza da tempo e l’ha distribuita capillarmente. La macchina retorica viaggia e non aspetta nessuno, nessuna sentenza o controreplica. Chi ha portato l’accusa porta già a casa il risultato!
Il “genocidio a Gaza”, “gli ebrei che fanno ciò che i nazisti hanno fatto” è diventato un intercalare comune, nei dibattiti televisivi, nelle assemblee universitarie, nei post sui social – come fatto acquisito. Erri de Luca per aver detto che a Gaza non c’è alcun genocidio ha subito una shitstorm di proporzioni cosmiche, escluso dalla scena culturale rappresentata dalla kermesse di Salerno solo per citare una delle conseguenze. Il tribunale digitale esige che un cantautore, un artista, un attore abbia le idee chiare adesso?
La storia si ripete, con strumenti diversi. Non servono più i roghi. Basta la ripetizione.
Qualche mese fa, a Gerusalemme, ho avuto una conversazione che mi è rimasta in testa. Un amico mi presentava ad altri come qualcuno che fa hasbarà — il termine ebraico per la divulgazione, la spiegazione, il tentativo di portare la propria prospettiva nel mondo. Loro si stupivano. Non dell’hasbarà in sé, ma del fatto che a farla fossi io: un non ebreo, venuto dall’estero. Come se fosse una cosa strana, quasi inverosimile soprattutto perché loro sono i primi a non farlo.
Quella reazione mi ha fatto pensare. Perché molti ebrei — non tutti, ovviamente, ma molti — sembrano aver scelto di non entrare nel dibattito? Di non rispondere, di non spiegare, di non difendere? Ho posto questa domanda in giri diversi e ho ricevuto spesso la stessa risposta: 𝙣𝙤𝙣 𝙫𝙖𝙡𝙚 𝙡𝙖 𝙥𝙚𝙣𝙖. Come se l’esperienza accumulata di secoli avesse insegnato qualcosa che si fa fatica a mettere in parole: che certi meccanismi sono impermeabili agli argomenti, che il verdetto è già scritto, che Rabbi Yechiel aveva ragione a parlare ma i libri bruciarono lo stesso. C’è una dignità in questa scelta.
Apparentemente simile ma sostanzialmente diversa è la scelta di alcuni dei nostri cantautori più importanti, che si sono rifiutati di trasformare la propria arte in un megafono per cause di tendenza. Hanno manifestato in modo del tutto lucido che certe arene sono costruite per produrre un esito predeterminato, e che parteciparvi significa legittimare il meccanismo. Chi non si esprime su scenari geopolitici complessi che richiederebbero competenze specifiche non è ignavo. Sta esercitando una forma di prudenza intellettuale che il tribunale digitale — sempre pronto a distribuire patenti di moralità — non sa e non vuole riconoscere. Questa libertà è oggi diventata illecita in certi ambienti.
E qui il paradosso diventa insostenibile. La corte internazionale che ha costruito l’accusa più grave del diritto internazionale chiede anni per sostenere le proprie tesi davanti ai giudici. Un cantautore che non posta una storia su Instagram viene processato pubblicamente entro ventiquattr’ore. Con quale autorità, allora, il tribunale digitale esige che Francesco De Gregori o Enrico Ruggeri — per fare nomi concreti, che si sono già trovati sotto gogna per il loro silenzio — abbiano le idee chiare adesso? Due scale di responsabilità completamente invertite: chi ha gli strumenti non riesce a usarli, chi non li ha è obbligato a farlo immediatamente e con certezza assoluta.
Eppure.
Il silenzio ha un costo. I libri del Talmud bruciarono anche perché per secoli era sembrato impossibile che potessero bruciare davvero. La propaganda, anche quella più rozza (tipo i cani violentatori dell’IDF) e palesemente falsa, non ha bisogno di essere creduta da tutti: ha bisogno solo di essere ripetuta abbastanza a lungo da diventare parte del paesaggio mentale condiviso.
La prudenza ma anche la libertà di chi non vuole esprimersi è comprensibile. L’intelligenza di chi riconosce il meccanismo retorico del doppio vincolo e la saggezza di non entrarci è reale. Ma c’è qualcosa che si perde nel silenzio collettivo, qualcosa che la storia ha già visto perdersi, e che ogni volta lascia una traccia nelle strade di qualche città ottocento anni fa oppure oggi. Il sistema ugual, l’accusato lo stesso e c’è chi si crede diverso.

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