“Criticare Netanyahu” e poi?

Un evento organizzato di recente a Torino, intitolato “Sconfiggere Netanyahu”. Organizzato dalle forze di sinistra o progressiste. È lecito? Certamente. In una democrazia criticare un governo si può, dovrebbe essere anzi un esercizio di democrazia. Netanyahu può essere criticato da molti punti di vista seri: la gestione del 7 ottobre, la dipendenza strutturale dagli estremisti della sua coalizione, il conflitto di interessi di un premier sotto processo per corruzione e frode, la crisi istituzionale, la frattura interna di un paese ancora traumatizzato.

Ovunque oramai si inizia con: “criticare Netanyahu è lecito anzi necessario”, è diventata quasi una formula cancelleresca, un’antifona d’inizio liturgia, la frase per iniziare a (stra)parlare di Israele… tipo quello che inizia con: “non sono antisemita”… o, a volte peggio: “come ebreo penso…”

La caduta di Netanyahu viene attesa come una specie di redenzione collettiva. Ma redenzione verso cosa, esattamente?

E soprattutto: chi c’è dall’altra parte?

𝗟’𝗼𝗽𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝗡𝗲𝘁𝗮𝗻𝘆𝗮𝗵𝘂

Israele va alle elezioni entro ottobre 2026. L’opposizione a Netanyahu esiste, ma non è la sinistra. Non è pacifista nel senso in cui la parola viene usata nei cortei europei. Non ha la kefiah.

Il candidato premier più forte dell’opposizione è 𝗡𝗮𝗳𝘁𝗮𝗹𝗶 𝗕𝗲𝗻𝗻𝗲𝘁𝘁, che ha formato una lista comune con Yair Lapid. Bennett viene dalla destra nazional-religiosa israeliana. È un uomo capace, istituzionale, molto distante dal caos degli ultimi anni di coalizione Netanyahu. Ma ha dichiarato esplicitamente, più volte, di essere contrario alla nascita di uno Stato palestinese. Su Gaza ha sostenuto ogni fase dell’operazione militare, spesso con toni più duri di Netanyahu, criticandolo non per aver fatto troppo ma per non aver raggiunto gli obiettivi con efficacia. Su Iran e Libano ha sostenuto del tutto le operazioni militari israeliane. È destra. Destra laica, istituzionale, competente — ma destra.

𝗟𝗮𝗽𝗶𝗱, il volto più riconoscibile per il pubblico europeo, è il più liberale del campo anti-Netanyahu. In passato ha sostenuto la formula dei due stati. Oggi dice che non sarebbe la priorità immediata di un eventuale governo alternativo — il sentimento in Israele su questo punto è profondamente cambiato. Non è una svolta: è eventualmente un congelamento pragmatico.

Accanto a loro c’è 𝗚𝗮𝗱𝗶 𝗘𝗶𝘀𝗲𝗻𝗸𝗼𝘁, che guida un proprio partito centrista. Ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, è stato tra i più critici sulla gestione della guerra dall’interno del gabinetto di emergenza. Ma non è un antimilitarista. Ha sostenuto le operazioni contro l’Iran e Hezbollah. Ragiona come chi conosce quei fronti dall’interno, non come chi li analizza da un seminario europeo di geopolitica morale.

C’è poi 𝗔𝘃𝗶𝗴𝗱𝗼𝗿 𝗟𝗶𝗲𝗯𝗲𝗿𝗺𝗮𝗻, destra laica durissima, storico avversario del potere ultraortodosso, uomo che rappresenta una certa immigrazione dall’ex Unione Sovietica. Difficilmente assimilabile a qualunque idea di progressismo.

Questa è la fotografia dell’opposizione a Netanyahu. Destre laiche, centri securitari, ex generali, liberali nazionali. Un campo composito, unito da una cosa sola: vogliono togliere Netanyahu dal governo. Non lo Stato palestinese.

𝗗𝗼𝘃𝗲 𝗱𝗶𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼 𝗲̀ 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗻 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲?

Esiste. Ma non è ciò che ci si aspetterebbe.

La sinistra israeliana oggi è raccolta nei Democratici, nati dalla fusione di Labor e Meretz — due partiti che hanno fatto la storia della sinistra sionista israeliana e che hanno dovuto unirsi per restare sopra la soglia di sbarramento. Nei sondaggi oscillano tra 8 e 10 seggi su 120. Circa il 7-8 per cento. È una forza politica quasi marginale, che difficilmente potrebbe imporre la propria agenda in un governo di coalizione.

Il suo leader è 𝗬𝗮𝗶𝗿 𝗚𝗼𝗹𝗮𝗻. Ex generale, ex vice capo di stato maggiore dell’IDF. Il 7 ottobre 2023 andò personalmente, con la sua auto, a soccorrere civili sotto attacco al festival Nova. Questo non è un dettaglio biografico: è la cifra di chi è questa sinistra e come si racconta.

Il partito si chiama i Democratici e si definisce esplicitamente sionista, liberale e democratico. Golan parla di due stati come orizzonte futuro, ma ha già detto che non sarebbe la priorità immediata di un governo. Critica la gestione dei territori, vuole contrastare i coloni radicali, difende le istituzioni democratiche israeliane, vuole ricostruire il rapporto con Washington e con l’Europa.

Questa sinistra è ferita dal 7 ottobre come tutto il resto della società israeliana. Ha figli nell’esercito. Conosce Hamas non come simbolo da corteo ma come organizzazione che ha massacrato civili. Può criticare Netanyahu durissimamente — e lo fa — ma non si riconosce nella caricatura coloniale con cui una parte d’Europa descrive il suo paese.

Per molti progressisti occidentali questa è una scoperta scomoda. La sinistra israeliana reale non è la sinistra europea. È qualcosa di diverso, di più complicato e anche di più ferito.

𝗜 𝘁𝗿𝗲 𝗱𝗼𝘀𝘀𝗶𝗲𝗿 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼, 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲?

Gaza, Cisgiordania, Iran e Libano. Su questi tre punti si misura la distanza tra le aspettative europee e la realtà della politica israeliana.

Quando Netanyahu lanciò l’operazione militare a Gaza dichiarò tre obiettivi: il ritorno degli ostaggi, la sconfitta di Hamas, la garanzia che Gaza non rappresentasse mai più una minaccia per Israele. Il primo obiettivo si è chiuso. Gli altri due restano aperti e controversi. La guerra continua.

𝟭) 𝗚𝗮𝘇𝗮. L’opposizione israeliana non promette meno guerra. Promette una guerra condotta meglio — sempre secondo loro. Nessuno dei candidati principali si presenta con l’idea che Hamas sia un interlocutore politico normale o che Israele debba semplicemente ritirarsi. La critica è sulla strategia, sull’efficacia, sull’assenza di un piano per il giorno dopo, sulla dipendenza da ministri che ragionano in chiave ideologica. Non sull’obiettivo della guerra.

𝟮) 𝗖𝗶𝘀𝗴𝗶𝗼𝗿𝗱𝗮𝗻𝗶𝗮 𝗲 𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝘂𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶. È qui che i progressisti europei si aspetterebbero la svolta più grande, ed è qui che la delusione rischia di essere più profonda.

Una piccola premessa necessaria: la parola “occupazione” usata senza qualificazioni descrive male una realtà complicata. Gli accordi di Oslo hanno diviso quei territori in zone con statuti diversi — gestione palestinese esclusiva, gestione mista, gestione israeliana — una mappa di sovrapposizioni giuridiche e demografiche che dura da trent’anni e che nessuno ha mai risolto. La pressione degli insediamenti ha una logica interna che va capita prima di essere liquidata: non è solo fanatismo religioso, è il progetto di chi considera la Giudea la terra d’origine del popolo ebraico. L’attrito da quelle parti non è unidirezionale: anche dalla parte palestinese c’è una strategia di controllo progressivo del territorio. Gli accordi di Oslo sono un limite per tutti e spingere fa parte della logica da ambo le parti.

Ma il punto più importante per la società israeliana in questa tornata elettorale è un altro, e riguarda la memoria. Nel 2005 Israele si ritirò completamente da Gaza, smantellò con enorme sacrificio gli insediamenti, consegnò il territorio all’Autorità Palestinese in cambio di pace. Gli accordi da parte palestinese non sono mai stati rispettati. Ottenne invece anni di razzi su Ashkelon, Sderot — e infine il 7 ottobre. Quella lezione è impressa nella coscienza collettiva israeliana in modo indelebile, e vale per qualunque governo: nessuno oggi può vendere agli israeliani un ritiro dalla Cisgiordania con la stessa promessa di pace che si rivelò falsa a Gaza. Non Netanyahu, non Bennett, non Lapid, non Golan. La sfiducia non è un’ideologia di destra. È una conclusione a cui è arrivata buona parte della società israeliana attraverso l’esperienza diretta.

Quello che cambierebbe con un governo diverso è reale ma circoscritto. Smotrich fuori dal governo significa meno accelerazione sistematica degli insediamenti, meno impunità per la violenza dei coloni, nessuna annessione formale. Per chi vive in quei territori oggi è una differenza concreta. Ma non è la pace. È la stessa situazione senza il rumore di Smotrich.

𝟯) 𝗜𝗿𝗮𝗻 𝗲 𝗟𝗶𝗯𝗮𝗻𝗼. Su questo argomento il consenso israeliano è il più compatto di tutti. Hezbollah e l’Iran non sono un problema di Netanyahu: sono un problema per Israele. Sono minacce strutturali che attraversano tutta la politica israeliana, da destra a sinistra. Un governo alternativo potrebbe essere più coordinato con Washington, più disciplinato diplomaticamente, meno incendiario nei toni. Ma non rinuncerebbe alla libertà d’azione militare. Su questo nessun candidato lascia spazio a interpretazioni diverse.

𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮 𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲

Le cose dette in campagna elettorale valgono quanto le cose dette in campagna elettorale, ovunque nel mondo. Promesse, critiche, proposte: tutto viene calibrato sull’elettorato da conquistare, non sul governo da formare. L’opposizione israeliana critica Netanyahu da una posizione comoda: quella di chi non deve prendere decisioni reali, non ha i dossier intelligence sul tavolo, non deve rispondere alle tre di notte a uno scenario imprevisto, non deve scegliere tra opzioni tutte imperfette in un contesto regionale che non perdona ingenuità.

Questo non rende false le critiche. Alcune sono fondate. Ma rende le promesse elettorali quello che sono: promesse elettorali. Chi governerà erediterà problemi reali. Non erediterà le aspettative dei salotti europei.

𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗿𝘁𝗼𝗰𝗶𝗿𝗰𝘂𝗶𝘁𝗼

E allora torniamo alla domanda iniziale. Con quale credibilità una parte della sinistra italiana dice di voler sostenere l’opposizione israeliana, dopo anni in cui non ha saputo — o voluto — distinguere tra Netanyahu, governo israeliano, Stato di Israele, israeliani, ebrei, sionisti, coloni, soldati, civili?

Non si è assistito solo alla critica di un governo. Si è assistito alla parola “sionista” usata come insulto, agli israeliani trattati come blocco indistinto e collettivamente responsabile, alla complessità di una società plurale e ferita compressa dentro una caricatura. E oggi quegli stessi ambienti scoprono che esistono israeliani “buoni” perché sono contro Netanyahu… cosa che uno deve dire se vuole passare qualche giorno di vacanza in un agriturismo toscano!

Ma non funziona così. L’opposizione israeliana è fatta di israeliani. Non di retorica progressista. Sono persone che possono detestare Netanyahu senza detestare quello che ha fatto per Israele — magari sono critici su come o quanto. Possono volere un cambio di governo senza volere la fine del sionismo.

Se si vuole sostenere quella opposizione in Israele, il punto di partenza non può essere “cambia governo”. Deve essere più semplice e più onesto: riconoscere che quella opposizione è israeliana. Ma siamo in campagna elettorale, come si può chiedere onestà?

Chi del PD a Torino vuole “sconfiggere Netanyahu” lo sa?


Commenti

Lascia un commento