Nel giugno del 2008, Mordechai Kedar venne intervistato su Al Jazeera. Kedar è un arabista israeliano, docente all’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, con un dottorato in studi arabi e venticinque anni trascorsi nell’intelligence militare israeliana, specializzato in gruppi islamici, discorso politico del mondo arabo e media in lingua araba. Parla arabo correntemente. Kedar è uno studioso che conosce le fonti meglio di chi gli siede di fronte. Il Los Angeles Times lo ha descritto come uno dei pochi commentatori israeliani che appare regolarmente sui canali satellitari arabi a difendere Israele — in arabo, sul loro stesso terreno.
Quella sera, il pretesto era una notizia fresca: il governo israeliano aveva annunciato la costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme Est. Per Al Jazeera era l’occasione per un confronto in diretta. Il conduttore era Jamal Rian, volto noto della rete. Ne seguì questo scambio:
Intervistatore:
“Ci collega ora da Tel Aviv Mordechai Kedar, del Dipartimento di Studi Arabi dell’Università Bar-Ilan. Signor Kedar, questa decisione non rischia di piantare un altro chiodo nella bara dei negoziati di pace israelo-palestinesi?”
Kedar:
“Non riesco davvero a capire questo tipo di ragionamento. Forse Israele ha bisogno del permesso di qualcuno al mondo? Questa è la nostra capitale da 3.000 anni. Eravamo già qui quando i vostri antenati bevevano vino, seppellivano vive le loro figlie e adoravano al-Uzza, al-Lat e Manat. Perché dovremmo anche solo discutere di una cosa simile? Questa è la nostra città da 3.000 anni, e tale rimarrà per sempre.”
La citazione delle tre divinità preislamiche — al-Uzza, al-Lat e Manat, le cosiddette “figlie di Allah” venerate nell’Arabia pre-islamica e condannate nel Corano stesso — non era casuale. Era un affondo preciso, pronunciato in arabo perfetto, davanti a un pubblico arabo. Kedar stava dicendo, nella loro lingua e con le loro stesse categorie culturali: conosco la vostra storia meglio di quanto voi vogliate ammettere.
Intervistatore:
“Mi scusi, mi scusi, signor Kedar. Se vuole parlare di storia, allora parliamo del Corano. Lei non può cancellare Gerusalemme dal Corano. La invito a evitare espressioni offensive nei confronti degli arabi e dei musulmani. Restiamo in argomento, per favore.”
Era una mossa classica: spostare il terreno sul testo sacro, dove l’interlocutore occidentale di solito si ferma, si scusa, cambia argomento. Rian probabilmente non si aspettava quello che stava per arrivare.
Kedar:
“Gerusalemme non è menzionata nel Corano! Gerusalemme non è menzionata nel Corano nemmeno una volta!”
L’intervistatore rimase visibilmente senza parole.
Nel tentativo di riprendersi, Rian citò un versetto in cui credeva che Gerusalemme comparisse — ma si bloccò a metà frase, realizzando in diretta che il testo parlava soltanto di al-Masjid al-Aqsa, “il luogo di preghiera più lontano”, senza menzionare Gerusalemme per nome. Kedar non lasciò passare il momento: “Non puoi riscrivere il Corano in diretta su Al Jazeera.”
Il fatto è storicamente incontestabile. La sacralità islamica di Gerusalemme non si fonda sul Corano, ma su interpretazioni teologiche successive e sugli hadith — le tradizioni del Profeta — elaborati in gran parte per ragioni politiche nei secoli successivi alla conquista araba della città. Gerusalemme, che nella Bibbia ebraica compare centinaia di volte, nel testo coranico è semplicemente assente. Kedar lo sapeva. E lo disse, in arabo, in faccia al mondo arabo.
Perché questo momento conta ancora oggi
Quello che rese straordinaria quella diretta non fu soltanto il contenuto — fu la forma. Kedar non stava parlando dell’ arabo a un pubblico occidentale. Stava parlando in arabo a un pubblico arabo, su un canale arabo, smontando una narrativa che quella stessa audience dava per scontata da decenni.
Il meccanismo che Rian tentò di attivare è uno dei più collaudati nel dibattito pubblico sul conflitto mediorientale: invocare l’offesa, chiamare fuori l’interlocutore per le sue parole, spostare l’attenzione dal merito della questione alla sensibilità ferita. È una forma di immunizzazione del discorso — finché funziona. Quella sera non funzionò, perché Kedar non abbassò la voce, non si scusò e non cambiò argomento.
C’è anche una dimensione più profonda. Quando Kedar disse che Gerusalemme non compare nel Corano, non stava semplicemente correggendo un errore storico. Stava toccando un nervo scoperto dell’identità islamica: il fatto che la santità di Gerusalemme per l’islam sia una costruzione relativamente tarda, motivata in larga parte dalla rivalità politica con l’ebraismo e il cristianesimo. Come spiegò Kedar stesso in seguito, nell’ottica islamica tradizionale l’islam è venuto al mondo per sostituire le religioni precedenti, non per coesistere con esse. Il ritorno degli ebrei a Gerusalemme e la ricostituzione dello Stato d’Israele rappresentano quindi, per quella visione del mondo, non solo una sconfitta politica ma una sfida teologica: la storia non è andata come doveva andare.
È questo il motivo per cui quella domanda — semplice, diretta, filologica — produsse un silenzio così eloquente. Non era una provocazione. Era una verità che nessuno, su quel palcoscenico, era preparato ad affrontare.

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