𝐆𝐚𝐳𝐚, 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨.
𝐷𝑖 𝐺𝑎𝑧𝑎 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑐𝑜 𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑎𝑙𝑙’𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑎 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖. 𝐻𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑢𝑛 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑠𝑢 𝑌𝑛𝑒𝑡 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑜𝑓𝑓𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑢𝑛’𝑎𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑙𝑜𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑎𝑣𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑝𝑜 𝑎 𝐺𝑎𝑧𝑎. 𝐿’𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑟𝑎 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑙𝑢𝑛𝑔𝑜, 𝑛𝑒 ℎ𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑡𝑖.
Dal bordo di un terrapieno nel sud della Striscia, si vede tutta al-Mawasi: dove un tempo c’erano le serre degli insediamenti ebraici di Gush Katif, oggi vivono ammassati circa 400.000 palestinesi, in tende, lamiere, edifici semidistrutti. Hamas è lì in mezzo, cerca di mimetizzarsi tra i civili, li usa come copertura. Per ora si limita a raccogliere informazioni, qualche attacco sporadico, qualche ordigno. Niente di più.
Ron Ben-Yishai, il più autorevole corrispondente militare israeliano, ha visitato di recente le posizioni dell’esercito nella Striscia. Quello che ha visto lo ha sorpreso: non bunker da guerra classica, ma avamposti modulari e mobili, pensati per la guerriglia urbana. Quaranta basi disseminate lungo tutta Gaza, ciascuna con forze corazzate, fanteria e genio, ciascuna capace di passare dalla routine al combattimento in pochi minuti. Strutture simili a quelle che gli americani costruivano in Iraq e Afghanistan. Costano circa cinque milioni di shekel l’una e si coprono a vicenda con fuoco e osservazione.
𝗛𝗮𝗺𝗮𝘀 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝗼. 𝗠𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘂𝗻 𝗲𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗼.
L’ala militare di Hamas conta ancora circa 20.000 uomini, di cui 8.000 combattenti esperti appartenenti alla forza d’élite Nukhba. Gli altri sono ragazzi reclutati in fretta, con addestramento minimo e qualche RPG in mano. Il movimento si rifiuta di disarmarsi, continua a fabbricare esplosivi, a raccogliere informazioni, a mandare adolescenti a testare le reazioni dell’esercito israeliano — l’IDF li chiama «germogli». Ma Hamas ha perso la capacità di condurre operazioni su larga scala. È tornato a essere una guerriglia, non un esercito.
I suoi vertici vengono eliminati uno dopo l’altro. Dopo la morte di Izz al-Din Haddad, comandante di Gaza City diventato il leader del movimento nella Striscia, al funerale si sono presentate solo alcune decine di persone. Una volta, per funerali di comandanti molto meno importanti, arrivavano decine di migliaia. È un segnale del crollo del consenso popolare. Anche il successore di Haddad, Mohammed Oudeh, è stato nel frattempo eliminato. Hamas ora non annuncia più pubblicamente chi guida il movimento, e starebbe valutando di passare a una leadership collettiva per rendere più difficile la decapitazione del comando.
La «Linea Gialla» — il confine interno che divide le zone sotto controllo IDF da quelle ancora in mano ad Hamas — corre lungo la storica strada Salah al-Din nel centro della Striscia. Chiunque la attraversi senza autorizzazione viene fermato o abbattuto. Lungo questa linea si sta scavando una trincea per bloccare incursioni con moto e pickup. L’aviazione israeliana domina i cieli in modo quasi totale. Nei tunnel — 450 chilometri scoperti e distrutti dal 7 ottobre — l’esercito continua a operare con perforazioni e cemento.
𝗜𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗛𝗮𝗺𝗮𝘀
Eppure, scrive Ben-Yishai, la vera minaccia non è quella militare. È quella civile.
Circa il 40% di Gaza è oggi in un vuoto di governance totale. Non c’è polizia, non c’è legge, non c’è autorità riconosciuta. In questo vuoto prosperano clan armati, criminalità comune, violenze contro le donne, dispute tra vicini che finiscono in omicidio. Le strutture tribali e familiari sono l’unico collante che impedisce alla società palestinese di collassare del tutto.
Gli aiuti umanitari arrivano — attraverso un coordinamento americano a Kiryat Gat, con il sostegno egiziano e i finanziamenti degli Emirati — ma Hamas ne sequestra una parte consistente per finanziare il reclutamento. I civili ricevono molto meno di quello che entra. Le organizzazioni internazionali stanno chiudendo mense e cliniche perché i fondi si sono ridotti: l’attenzione del mondo si è spostata sul Golfo Persico, e la chiusura dello Stretto di Hormuz ha colpito duramente le finanze degli Stati del Golfo, principali finanziatori degli aiuti.
Ci sono 2,1 milioni di persone ancora nella Striscia e una parte significativa è concentrata in meno del 40% della Striscia. In quelle condizioni ci sono rischi di epidemie, soprattuto ora in estate.
Ben-Yishai scrive: garantire condizioni di vita dignitose a quella popolazione è un interesse strategico israeliano di carattere quasi esistenziale. Non per ragioni umanitarie astratte, ma per ragioni concrete: una popolazione senza speranza manda i propri figli ad arruolarsi con Hamas per pochi dollari. Una catastrofe sanitaria o umanitaria ricadrà comunque su Israele agli occhi del mondo.
𝗟𝗲 𝗼𝗽𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝘁𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼
L’esercito israeliano ha sostanzialmente due strade davanti a sé, entrambe praticabili.
– La prima è un’operazione decisiva di conquista dell’intero territorio ancora in mano ad Hamas, inclusa Gaza City. I comandanti del Fronte Sud sono convinti che basterebbe qualche settimana. I piani esistono già, attendono solo il via libera politico. Ma questa strada ha costi pesanti: richiederebbe una forza doppia rispetto all’attuale, comporterebbe perdite israeliane significative, potrebbe durare più di un anno, e soprattutto — se Israele prendesse il controllo militare totale della Striscia — si troverebbe responsabile del benessere di due milioni di persone e della ricostruzione di un territorio devastato. Un fardello che nessun governo israeliano vuole assumersi.
– La seconda strada è quella che l’IDF sta già percorrendo: un logoramento lento, sistematico, guidato dall’intelligence. Eliminazione continua dei quadri militari e amministrativi di Hamas, impedendo al movimento di riorganizzarsi e di governare, senza una grande offensiva di terra. Un’opzione meno costosa in vite e risorse, meno esposta alle pressioni internazionali, ma che non risolve il problema, lo gestisce.
Netanyahu non ha fretta di scegliere. Non per debolezza, ma per calcolo: un’operazione massiccia a Gaza richiederebbe risorse che potrebbero servire in Libano, rischierebbe di irritare Trump, e soprattutto non ha ancora una risposta alla domanda fondamentale — cosa fare dopo, con quella gente, in quel territorio?
𝗨𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗮𝗽𝗲𝗿𝘁𝗮
Il piano in 21 punti di Trump per Gaza è fermo. Il «Consiglio della Pace» lanciato con grande clamore non ha ancora raccolto nemmeno un terzo dei fondi promessi. I piani di Witkoff e Kushner per la ricostruzione esistono sulla carta. La forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe garantire un governo tecnocratico a Gaza non è mai comparsa.
Nel frattempo, il tempo lavora contro tutti. Contro Hamas, che si indebolisce. Ma anche contro Israele, che tiene due milioni di persone in condizioni sempre più precarie senza una prospettiva politica. E contro chiunque pensi che il problema di Gaza si possa risolvere solo militarmente.
La vera bomba a orologeria, conclude Ben-Yishai, non è Hamas. È quella massa di umanità compressa in un lembo di terra devastata, senza governo, senza futuro, senza via d’uscita. Finché non si trova una soluzione politica realistica e finanziata — da Trump, dalla comunità internazionale, o da un futuro governo israeliano più pragmatico di quello attuale — l’orologio continua a ticchettare.
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𝘜𝘯 𝘢𝘥𝘢𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 “𝘐𝘴𝘳𝘢𝘦𝘭 𝘩𝘢𝘴 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘪𝘯𝘦𝘥 𝘏𝘢𝘮𝘢𝘴, 𝘣𝘶𝘵 𝘎𝘢𝘻𝘢’𝘴 𝘳𝘦𝘢𝘭 𝘵𝘪𝘮𝘦 𝘣𝘰𝘮𝘣 𝘪𝘴 𝘢𝘣𝘰𝘶𝘵 𝘵𝘰 𝘨𝘰 𝘰𝘧𝘧” 𝘢𝘳𝘵𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭 06/06/ 2026 𝘥𝘪 𝘠𝘯𝘦𝘵 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘙𝘰𝘯 𝘉𝘦𝘯-𝘠𝘪𝘴𝘩𝘢𝘪.
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