Articolo del 15 giugno 2026
𝑈𝑛𝑎 𝑏𝑟𝑒𝑣𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑢 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑠𝑡𝑖𝑎 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝐿𝑖𝑏𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑖 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑖, 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖. 𝑁𝑒𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑠𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 “𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒” 𝑒̀ 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒̀ 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑎 𝑎 𝑠𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑖𝑙𝑙𝑢𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑛𝑎 𝑙𝑎𝑚𝑝𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑎.
Le indiscrezioni riportate da Ynet sulle posizioni israeliane riguardo a un possibile accordo che coinvolga anche l’Iran confermano una linea che Gerusalemme ha tenuto costante negli ultimi mesi: il ritiro dal sud del Libano non è all’ordine del giorno. Solo in caso di accordo con Beirut, e solo quando l’esercito libanese assumerà effettivamente il controllo dell’area smantellando le infrastrutture terroristiche, Israele potrebbe valutare un ritiro graduale e condizionato — ma non in questa fase.
Per capire il significato di questa posizione bisogna fare un passo indietro.
Le linee del Litani: un accordo già scritto, mai rispettato
La linea del fiume Litani non è un’invenzione recente della diplomazia post-2023. È la linea di demarcazione fissata dalla risoluzione ONU 1701 del 2006, che imponeva la creazione di una zona a sud del Litani libera da armamenti non statali, sotto il controllo esclusivo dell’esercito libanese e dei contingenti UNIFIL, e che prevedeva il disarmo di Hezbollah. Quell’accordo, sulla carta, avrebbe dovuto impedire esattamente ciò che è accaduto: la trasformazione del sud del Libano in una piattaforma di lancio permanente per Hezbollah contro Israele.
Non è successo. Per quasi vent’anni Hezbollah ha costruito, indisturbato, una rete di depositi, tunnel, bunker, postazioni di osservazione e siti di lancio in piena violazione della 1701, sotto gli occhi di UNIFIL e con la sostanziale impotenza dello Stato libanese. Non perché il Libano non volesse intervenire, ma perché non poteva: Hezbollah — cioè l’Iran — aveva infiltrato lo Stato così a fondo, dirottandone risorse e finanziandosi parallelamente con i fondi di Teheran e con i proventi di traffici illeciti, da rendere ogni tentativo di disarmo una missione impossibile per qualsiasi attore libanese.
Va ricordato un punto che spesso si perde nel dibattito pubblico: tra Libano e Israele non esiste alcuna contesa territoriale di confine, nessun contenzioso bilaterale aperto. Il Libano è stato, storicamente, vittima di logiche e interessi che gli sono sempre stati estranei, trascinato in conflitti che non erano — e non sono — suoi.
𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗶𝗿𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝗽𝗮𝘁𝗶
C’è un filo che lega il 2006 a oggi, e che vale la pena rendere esplicito. Ogni volta che Israele si è ritirato sotto pressione diplomatica prima di completare gli obiettivi — prima che Hezbollah fosse effettivamente disarmato e l’infrastruttura terroristica smantellata — il risultato non è stata la pace, ma una pausa che Hezbollah ha usato per ricostruirsi più forte di prima. Il ritiro del 2006, accompagnato da una risoluzione ONU mai applicata, ha regalato a Hezbollah quasi vent’anni per trasformare il sud del Libano in un arsenale sotterraneo, per moltiplicare il proprio potenziale militare, e per consolidare la propria presa sullo Stato libanese — una presa che ha trascinato l’intero paese in una spirale di povertà, isolamento internazionale e assenza di prospettive, mentre le risorse libanesi venivano dirottate verso la macchina da guerra di un’organizzazione che risponde a Teheran, non a Beirut.
Per Israele, quegli anni di “pace apparente” si sono tradotti in un conto salatissimo: morti, distruzioni, e risorse enormi spese — prima per contenere la minaccia, poi per la guerra che è arrivata comunque, inevitabile, solo posticipata e nel frattempo aggravata.
È questa la lezione che sembra aver guidato la condotta israeliana in questa fase: 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶. 𝗠𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗿𝗮𝗻𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗺𝗮𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝘂𝘁𝗼 — 𝗻𝗼𝗻 𝗻𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟬𝟲, 𝗻𝗼𝗻 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝘃𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗼𝗴𝗴𝗶, 𝗰𝗼𝗻 𝗛𝗲𝘇𝗯𝗼𝗹𝗹𝗮𝗵 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮 𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝘀𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗰𝘂𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗳𝘂𝗼𝗰𝗼. 𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗽𝗮𝘂𝘀𝗮 𝘁𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝘀𝗶, 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮. 𝗣𝗲𝗿 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗲, 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗶, 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 — 𝗲 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗮 𝗺𝗲𝘁𝗮̀ 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝘂𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼.
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝗳𝗮𝗰𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝘀𝘂𝗱
In questa fase, l’azione dell’IDF nel sud del Libano consiste nello smantellamento sistematico, uno per uno, di centinaia di asset di Hezbollah: depositi, tunnel, bunker, siti di lancio e osservazione. È un’operazione che procede in parallelo allo spostamento della popolazione verso nord, prima richiesto per le aree rurali del confine, poi per la stessa città di Tiro, e ora concentrato soprattutto sulla periferia sud di Beirut — la Dahieh — dove Hezbollah ha il proprio cuore operativo.
Il contrasto con la condotta di Hezbollah è netto. L’organizzazione non ha mai mostrato alcun riguardo per gli ambienti civili, per i villaggi cristiani del sud, o per qualunque limite — è esattamente questo, l’uso sistematico della popolazione e del territorio come ostaggi di fatto, come scudi e come merce di ricatto, definiscono Hezbollah esattamente per ciò che è: organizzazione terroristica ossia la disponibilità a sacrificare tutto e tutti per ottenere un vantaggio tattico.
𝗪𝗮𝘀𝗵𝗶𝗻𝗴𝘁𝗼𝗻, 𝗕𝗲𝗶𝗿𝘂𝘁 𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗶𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗹𝗶𝗯𝗮𝗻𝗲𝘀𝗲
Gli Stati Uniti, dal loro lato, sembrano orientati a sostenere il Libano statale — in particolare le componenti cristiana e sunnita del paese e del suo esercito. La componente sciita, purtroppo, resta in larga parte sovrapposta a Hezbollah o ad esso subordinata. In buona parte perché negli anni ha saputo dirottare immense quantità di denaro statale e iraniano per sovvenzionare i combattenti e le loro famiglie e sostituendosi in modo molto efficace allo stato.
𝗜𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗮𝗻𝗲𝘀𝗲
In una recente intervista, il presidente libanese ha illustrato con chiarezza queste dinamiche — la dipendenza del Libano da forze esterne, il ruolo distruttivo di Hezbollah e dell’Iran. Ma quando l’intervistatrice ha insistito chiedendogli cosa pensasse delle azioni militari israeliane in corso, non si è lasciato sfuggire una sola parola. Un silenzio che, nel contesto, vale più di qualsiasi dichiarazione: lo stesso presidente, dall’altra parte, non ha risparmiato critiche dirette al vero nemico dello Stato libanese, cioè Iran e Hezbollah.
Il governo libanese lascia fare l’IDF perché, nella sostanza, sa che senza una rottura del potere di Hezbollah il Libano resta una nazione svuotata — un territorio di valore puramente strategico e militare per una guerra contro Israele che non è mai stata sua. Per l’Iran, perdere il Libano sarebbe una sconfitta enorme; per il Libano, liberarsene è la condizione minima per avere un futuro. Per questo le azioni israeliane vengono guardate, nel privato, con un certo favore — anche se nessuno lo dirà mai in pubblico.
𝗨𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗯𝗶𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗼 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼
Questa volta Israele non si ritira. E il territorio conquistato è, prima di tutto, la fotografia del fallimento catastrofico di Hezbollah: non solo l’organizzazione non è riuscita a ottenere alcun vantaggio operativo contro Israele, ma ha perso proprio l’area del Libano dove per anni aveva regnato incontrastata. Oggi il sud del Libano è, di fatto, nelle mani israeliane.
Se ancora una volta Trump non interverrà con concessioni gratuite all’Iran, quel territorio diventa per Israele una carta negoziale di peso enorme per qualunque trattativa futura con Beirut — un rovesciamento completo dei rapporti di forza rispetto a vent’anni di status quo.
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Proprio questa mattina una dichiarazione del Ministro della difesa Katz:
Il Ministro della Difesa Israel #Katz:
Il Primo Ministro Benjamin #Netanyahu ed io stiamo conducendo una politica chiara che stabilisce che le Forze di Difesa Israeliane (#IDF) rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, #Siria e #Gaza – senza limiti di tempo – per proteggere da lì il confine e i villaggi israeliani contro gruppi jihadisti.
Il territorio sarà libero da residenti locali e tutte le infrastrutture terroristiche, sia sotto che sopra il livello del suolo – comprese le case nei villaggi di contatto che sono state usate come postazioni terroristiche – saranno distrutte.
Questa è la lezione principale dagli eventi del 7 ottobre.
Il controllo del territorio e delle zone di sicurezza è uno dei grandi successi dell’IDF nella guerra di resistenza sotto le decisioni e la guida del livello politico.
Perciò ci opponiamo al ritiro dell’IDF dal Libano – nonostante tutte le pressioni esistenti e future.
Il Primo Ministro Netanyahu ha chiarito queste posizioni al Presidente degli Stati Uniti #Trump e ad altri alti funzionari americani, e anche io l’ho chiarito ieri al Segretario alla Guerra americano Pete #Hegseth.
L’IDF sostiene questa posizione a livello professionale e di sicurezza.
Se ci sono forze nell’opposizione che sfidano questa concezione di sicurezza e sostengono il ritiro dell’IDF – si alzino e dicano queste cose affinché il pubblico possa giudicare tra le posizioni.
Non comprometteremo l’interesse di sicurezza supremo di Israele e la protezione dei nostri cittadini e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza.
Se l’#Iran attaccherà Israele a causa degli eventi in Libano – lo attaccheremo con tutta la forza e le dimostreremo chiaramente il divario di forze.
Siamo impegnati solo verso i nostri cittadini e la sicurezza dello Stato di Israele

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