Trump e Iran: un memorandum tra sordi

Articolo del 16 06 2026

𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑑𝑎𝑙 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑒𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑎𝑛𝑑𝑢𝑚 𝑒 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑎 𝑟𝑖𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐷𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑎 𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑒𝑛𝑜𝑟𝑚𝑒 𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎, 𝑑𝑒𝑙𝑢𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑜𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝑇𝑟𝑢𝑚𝑝 ℎ𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑡𝑜 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒! 𝐹𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑟𝑒𝑙𝑙𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑖 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑚𝑖𝑒𝑖.

C’è un’asimmetria strutturale che attraversa tutta la storia recente del Medio Oriente e che questo accordo, più di qualsiasi altro evento degli ultimi anni, rende visibile con una chiarezza quasi didascalica. Da una parte ci sono attori che devono rispondere a qualcuno: agli elettori, ai mercati finanziari, ai cicli elettorali, alle opinioni pubbliche, agli alleati che chiedono spiegazioni. Trump non può ignorare il prezzo della benzina nelle settimane che precedono le midterm. Israele non può ignorare le tensioni politiche interne, decine di migliaia di sfollati dal Nord. le continue chiamate ai rifugi, decine di migiaia di riservisti, la pressione degli alleati occidentali, il dibattito interno sempre più lacerato. Questa accountability è la forza costitutiva delle democrazie, il loro fondamento morale — ma è anche il loro vincolo strutturale quando si trovano a negoziare con chi non ha nulla di tutto questo.

Dall’altra parte ci sono attori che non rispondono a nessuno in questo senso. I Pasdaran non hanno elettori. Hamas non ha un’opinione pubblica da gestire nel senso occidentale del termine. Hezbollah può sacrificare il Libano intero senza dover poi affrontare un voto di fiducia. E soprattutto — ed è questo il punto che l’analisi politica occidentale fatica sistematicamente ad assumere senza imbarazzo — il loro orizzonte non è politico ma escatologico. La vittoria non si misura in punti PIL, in seggi parlamentari, in consenso nei sondaggi, ma in termini di resistenza cosmica contro il nemico dell’Islam, in termini di un disegno che trascende la contingenza storica e si inscrive in una promessa divina con il ritorno del Mahdì e la sconfitta di Satana che in questo caso è Israele in primis e poi gli USA. Questo significa che possono permettersi di perdere ogni battaglia tattica purché la narrativa della resistenza sopravviva. E la narrativa della resistenza, dopo questo accordo, non solo sopravvive — viene rilegittimata diplomaticamente.

Vale la pena notare, con tutta la chiarezza che l’argomento richiede, che se un leader occidentale o israeliano si permettesse di invocare un orizzonte religioso equivalente — una promessa divina, una missione storica trascendente — verrebbe immediatamente spedito, nell’opinione pubblica progressista europea, ai margini del discorso razionale. L’asimmetria non è solo militare o politica. È ontologica. Si giocano due partite con regole diverse sullo stesso tavolo, e una delle due parti non ha ancora deciso se riconoscerlo. Metallo contro idee!

È in questo quadro che va letto il memorandum d’intesa firmato digitalmente il 14 giugno 2026 — il giorno dell’ottantesimo compleanno di Donald Trump — e destinato alla firma ufficiale in Svizzera il 19 giugno. Un documento in quattordici punti mediato da Pakistan e Qatar, negoziato dal lato americano da Steve Witkoff e Jared Kushner, e dal lato iraniano dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Un documento che apre una finestra di sessanta giorni per il negoziato definitivo. E un documento che le due parti firmatarie hanno già cominciato a descrivere pubblicamente in modo incompatibile, ancora prima che l’inchiostro si asciughi.

Trump ha annunciato l’accordo su Truth Social con l’entusiasmo di chi ha appena concluso l’affare della sua vita: “L’accordo con la Repubblica islamica dell’Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti!” Ha scritto di Hormuz “permanentemente esente da pedaggi”, ha invitato le navi del mondo ad accendere i motori, ha dichiarato al New York Times che questo accordo ha “modificato l’equilibrio di potere in Medio Oriente a favore degli Stati Uniti”. Vale la pena ricordare che era la trentanovesima volta che Trump annunciava come imminente, certa, a un passo, la pace con l’Iran. Le trentotto precedenti avevano prodotto smentite, escalation, nuove scadenze. Questa volta la firma è arrivata — ma quello che è stato firmato esattamente resta, ancora oggi, materia di contesa.

L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha pubblicato i quattordici punti della bozza. Il quadro che emerge è inequivocabile nel suo senso complessivo: cessazione immediata e definitiva delle ostilità su tutti i fronti incluso il Libano; impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica; rimozione del blocco navale entro trenta giorni; riapertura dello Stretto di Hormuz entro trenta giorni secondo le modalità stabilite dall’Iran; sospensione delle sanzioni sul petrolio iraniano; sblocco di ventiquattro miliardi di dollari di asset congelati, di cui dodici miliardi prima ancora dell’inizio dei negoziati definitivi; impegno degli Stati Uniti e dei loro alleati a presentare piani di ricostruzione dell’Iran per un importo di almeno trecento miliardi di dollari. E infine, il punto che più di ogni altro definisce la sostanza reale dell’accordo: il programma missilistico iraniano e il sostegno alle organizzazioni terroristiche regionali sono stati definitivamente esclusi dall’ordine del giorno.

Non rinviati. Non condizionati. Esclusi.

Trump ha contestato pubblicamente questi termini, affermando che non corrispondono a quelli concordati. Ma il ministro degli Esteri iraniano Araghchi non ha avuto bisogno di smentire Trump — ha semplicemente continuato a descrivere l’accordo come lo intende Teheran, con la tranquillità di chi sa di avere già ottenuto quello che voleva. Hormuz, ha spiegato, resterà sotto la sovranità dell’Iran e dell’Oman. I pedaggi ci saranno, perché “l’amministrazione dello stretto non tornerà come era prima della guerra”. E le due parti firmatarie del memorandum, ha aggiunto, sono “gli Stati Uniti e Israele da un lato, Iran e Hezbollah dall’altro” — inserendo così come parte vincolata dall’accordo uno stato che non ha firmato nulla e un’organizzazione terroristica che non siede ad alcun tavolo diplomatico.

È qui che l’immagine che circola in queste ore sui social — Trump che stringe la mano alla propria ombra — smette di essere una metafora e diventa una descrizione quasi letterale di quanto è avvenuto. Non c’è stato un negoziato nel senso proprio del termine, cioè un processo in cui entrambe le parti modificano le proprie posizioni per trovare un punto di equilibrio condiviso. C’è stato un processo in cui una parte ha ottenuto sostanzialmente quello che chiedeva dall’inizio, e l’altra ha ottenuto la narrazione di aver vinto.

Per capire cosa significa questo accordo per ciascuno degli attori in campo, bisogna guardare non solo a quello che è stato firmato ma alla traiettoria che ha portato alla firma.

L’Iran entra in questo accordo con un’economia devastata — il rial ha perso decine di punti percentuali di valore, l’inflazione è alle stelle, le infrastrutture energetiche e industriali hanno subito danni pesanti. I siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan sono stati colpiti da attacchi americani nel giugno 2025, con valutazioni dei danni che variano enormemente a seconda della fonte: gli ufficiali USA parlano di “danni estremamente severi”, i rapporti dell’intelligence israeliana sono più cauti, l’IAEA parla di “enormi danni” ma non può verificare direttamente perché l’accesso agli ispettori è stato revocato. L’uranio altamente arricchito — sufficiente, secondo alcune stime, per costruire un numero significativo di testate se ulteriormente lavorato — è ancora nelle mani iraniane, in quantità e in luoghi che nessun organismo internazionale è in grado di verificare con certezza.

Eppure l’Iran esce da questo accordo con la Forza Quds intatta, con il suo comandante Esmail Qaani ancora in carica e ancora capace di annunciare pubblicamente, mentre i negoziatori sono al tavolo, che “Hezbollah ha dimostrato grande potenza nell’ultima guerra” e che “Hamas sarà ricostruito”. Con dodici miliardi di dollari in arrivo prima ancora che inizi la fase negoziale definitiva. Con il programma missilistico fuori da qualsiasi discussione. Con Hezbollah inserito come parte firmataria di un accordo internazionale — un salto di status diplomatico che nessuna risoluzione ONU aveva mai concesso a un’organizzazione classificata come terroristica dalle principali democrazie occidentali.

L’analista arabo-americano Ahmed Fouad Alkhatib, che non può essere accusato di simpatie per il regime di Teheran, ha scritto senza eufemismi che “gli Stati Uniti, e in una certa misura Israele, hanno subito un profondo arretramento strategico”. Il regime, scrive, “sebbene tatticamente ammaccato, detiene ora una leva enorme che rende mesi di bombardamenti e la futura minaccia della forza largamente irrilevanti”. La traiettoria che indica per i prossimi anni è quella della Corea del Nord: un regime che costruirà la bomba con determinazione massima, con i missili balistici già pronti per consegnarla, nel cuore del Medio Oriente.

Per gli Stati Uniti, questo accordo va letto dentro una cornice storica più lunga di quella che il ciclo delle notizie quotidiano permette di vedere. Niram Ferretti ha proposto un parallelo che vale la pena prendere sul serio: nel 1956, durante la crisi di Suez, gli Stati Uniti di Eisenhower bloccarono l’offensiva militare anglo-francese contro l’Egitto, segnando il tramonto degli imperi coloniali europei e assumendo il ruolo di potenza egemone regionale in funzione anti-sovietica. Da allora, con alti e bassi, con Iraq e Afghanistan, con la primavera araba e i suoi fallimenti, gli USA hanno mantenuto quel ruolo di garante dell’ordine regionale. Oggi, per la prima volta in settant’anni, quella funzione si sta esaurendo — non per sconfitta militare, ma per esaurimento strategico, per la pressione dei costi politici interni, per la necessità di spostare risorse e attenzione verso la competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

Il rovesciamento rispetto al 1956 è quasi simmetrico: allora gli USA imponevano limiti agli alleati e ai nemici; oggi negoziano con una media potenza regionale facendo concessioni economiche sostanziali, mentre il loro principale alleato nella regione viene tenuto fuori dalla porta. Israele ha appreso dei termini dell’accordo a esito compiuto. Nelle fasi finali della trattativa, quando l’Iran ha minacciato di interrompere i negoziati dopo un attacco a Dahiya e si preparava a colpire, Trump ha offerto “concessioni dell’ultimo minuto” che includevano garanzie sul Libano — negoziando posizioni israeliane con Teheran senza che Israele fosse al tavolo.

La frase che Trump ha dedicato a Netanyahu nell’intervista al New York Times la notte della firma è, in questo senso, rivelatoria nella sua brutalità involontaria: “È una persona molto difficile. E, a dire il vero, dovrebbe esserci molto grato per quello che abbiamo fatto. Perché se l’Iran avesse avuto armi nucleari, Israele non avrebbe resistito nemmeno due ore.” Non è la voce di un alleato che parla di un altro alleato. È la voce di un patron che parla di un cliente difficile. Ferretti aveva scritto che per Trump non esistono alleati, esistono subordinati. Questa citazione è la conferma diretta.

Per i paesi arabi sunniti, e in particolare per gli stati del Golfo, questo accordo segna la fine di un’architettura di sicurezza che durava da decenni. Il patto fondamentale era semplice: protezione militare americana in cambio di allineamento geopolitico e sostegno al petrodollaro. Quel patto è stato rotto — non con una dichiarazione formale, ma con un accordo che lascia l’Iran con la sua rete di proxy intatta, con i suoi missili, con i suoi miliardi sbloccati, e che chiede agli stati del Golfo di partecipare alla ricostruzione economica del paese che per decenni ha minacciato la loro stabilità. Gli Emirati hanno già accettato di sbloccare miliardi per Teheran — non per scelta strategica, ma perché non possono permettersi di fare altrimenti in un contesto in cui il loro garante storico si sta sfilando.

Alkhatib descrive questa dinamica con precisione: i partner del Golfo, “minati e abbandonati, sono ora costretti a corteggiare Teheran per proteggere la propria stabilità”. E aggiunge una nota che merita attenzione: quello che è iniziato a Gaza il 7 ottobre con l’attacco di Hamas ha alla fine “ottenuto molto più di quanto la Repubblica Islamica potesse immaginare — isolando Israele, bloccando la normalizzazione saudita-israeliana, rilanciando la narrativa della resistenza, e indebolendo gli stati arabi sunniti moderati che scelgono lo sviluppo contro la distruzione.”

Israele si trova in una posizione che non ha precedenti nella sua storia recente: formalmente fuori da un accordo che lo riguarda direttamente, militarmente più forte che mai, diplomaticamente più solo che mai. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato stamattina, con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni, che le Forze di Difesa Israeliane resteranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza “senza limiti di tempo”, e che questa posizione è stata comunicata direttamente al segretario alla Difesa americano Hegseth. Netanyahu ha chiarito che Israele non si considera vincolato da alcun memorandum americano riguardante l’Iran.

Araghchi, dall’altro lato, ha dichiarato che qualsiasi presenza israeliana in Libano durante il periodo dell’accordo costituisce una violazione, e che la guerra non sarà considerata conclusa finché Israele non si ritira. Nel frattempo, la popolazione civile del Sud del Libano ha cominciato a rientrare nelle proprie case — sulla base della versione iraniana dell’accordo, non di quella americana o israeliana. Quella gente torna e trova l’IDF nelle posizioni che Katz ha confermato questa mattina. La miccia è accesa. La domanda è solo quando e come si innescherà.

In una parte del mondo ebraico — soprattutto nella diaspora americana — si sente il bisogno di leggere questo momento come parte di un piano più grande, di una strategia che solo Trump vede completamente. C’è chi scrive che l’Iran ha firmato “da una posizione di tale profonda debolezza” da rendere l’accordo una gabbia piuttosto che una liberazione. C’è chi nota, non a torto, che i falchi iraniani non stanno celebrando. Questi argomenti meritano rispetto — ma si scontrano con un fatto che il documento dei quattordici punti rende difficile ignorare: i missili sono fuori dall’accordo, i proxy sono fuori dall’accordo, l’uranio arricchito resta nelle mani iraniane, e i fondi arrivano prima dei negoziati. Se questa è una gabbia, è una gabbia che l’Iran ha contribuito a progettare.

Cosa resterà di tutto questo tra sei mesi, tra un anno, tra cinque anni? Nessuno ha la sfera di cristallo, e chi pretende di averla di solito sta vendendo qualcos’altro. Quello che si può dire con ragionevole sicurezza è che il memorandum del 19 giugno non è la fine di nulla e non è l’inizio di una pace. È la fotografia di un momento in cui l’esaurimento strategico americano ha incontrato la pazienza escatologica iraniana, e il secondo ha avuto la meglio sul primo.

L’Iran ha imparato decenni fa che le democrazie occidentali hanno un limite strutturale: non possono sostenere indefinitamente il costo politico di un conflitto senza una vittoria visibile e misurabile. Sa aspettare. Sa negoziare il tempo come risorsa strategica. Sa che ogni accordo, anche quello che firma da una posizione di debolezza tattica, può essere usato come piattaforma per la fase successiva. Questa non è malizia eccezionale — è la conseguenza logica di un sistema politico che non risponde ai propri cittadini e che misura il successo in una scala temporale che non ha nulla a che fare con il ciclo elettorale americano o israeliano.

L’Occidente, nel frattempo, continua a portare al tavolo i suoi strumenti migliori — la forza militare, la capacità economica, il diritto internazionale — senza riuscire a risolvere il problema fondamentale: non si negozia allo stesso modo con chi gioca la stessa partita e con chi sta giocando una partita completamente diversa. Finché questa asimmetria non viene nominata e affrontata — non come scandalo morale ma come dato strategico da cui partire — ogni accordo rischierà di essere, nella sostanza, un memorandum tra sordi.


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