L’espulsione degli ebrei dai paesi arabi e l’esodo palestinese raccontano due storie diverse.
In questo momento nel quale tutto ad Oriente sembra calmo e dopo grandi attese e proclami tra Trump e Iran sembra che non sia successo nulla è il tempo per non perdersi troppo nell’attualità ma dare uno sguardo indietro, nella storia. E’ una carrellata storica non indifferente. Per alcuni cose conosciute, per altri meno e per me un’occasione per mettere alcuni eventi sotto una luce diversa e sottolineare alcuni passaggi.
Metto a confronto due esodi: quello ebraico e quello palestinese, ambedue consumati a metà del Novecento. Uno è diventato il paradigma della vittima globale, portato nei palazzi delle Nazioni Unite, celebrato nei campus universitari, trasformato in una causa in grado di fare da collante tra interessi e gruppi umani in modo straordinario ed è un evento fatto perché sia irrisolvibile. L’altro, quello ebraico, è quasi sconosciuto perché riguarda la storia ebraica, ma anche perché si è risolto nel silenzio.
L’esodo degli ebrei mizrahi
Tra il 1948 e il 1975, 900.000 ebrei emigrarono, fuggirono o furono espulsi da paesi a maggioranza musulmana in tutta l’Africa e l’Asia, principalmente come vendetta per la guerra che gli arabi avevano perso contro l’appena nato Stato di Israele. Per questo evento viene usata l’espressione: Gerush Yehudei Artzot Arav (“Espulsione degli ebrei dai paesi arabi”) ma anche “Esodo dei mizrahi” sono entrambe espressioni che gli ebrei conoscono bene ma sintomaticamente il mondo no. Le comunità ebraiche del Medio Oriente e del Nord Africa avevano radici millenarie nella regione — alcune presenti più di mille anni prima della nascita dell’Islam. Erano comunità radicate, spesso prospere, con una presenza culturale e professionale di rilievo. Eppure erano sempre stati trattati come “ebrei” prima che come cittadini — appartenenti a un’altra lealtà, a un altro paese che non volevano veder nascere e non lo riconoscevano e anzi, ancora non lo riconoscono. Prima ancora che Israele potesse dare la cittadinanza a qualsiasi ebreo il mondo che ha trattato gli ebrei come stranieri ha conferito a queste persone una cittadinanza israeliana ante litteram.
Tra il 1948 e il 1972, pogrom e attacchi violenti furono perpetrati in ogni paese arabo contro le comunità ebraiche residenti. In Iraq, il sionismo fu dichiarato reato punibile con la morte. In Egitto, le prime leggi sulla nazionalità avevano già stabilito che solo chi apparteneva per razza alla maggioranza della popolazione o per religione all’Islam poteva essere cittadino. Le perdite patrimoniali di queste comunità ammontano, ai valori odierni, a circa 263 miliardi di dollari.
Israele li accolse. Non attraverso un’agenzia internazionale, non attraverso risoluzioni ONU, non attraverso campagne di sensibilizzazione globale. Li accolse perché erano ebrei, per diritto cittadini di Israele e quindi nessun ebreo viene lasciato indietro, costi quel che costi! Israele alla fine degli anni Quaranta, e degli anni Cinquanta era un paese povero, appena uscito da una guerra di sopravvivenza, con risorse quasi inesistenti. Nell’estate del 1949 — a meno di due mesi dalla firma dell’armistizio che aveva concluso la guerra d’indipendenza, con il paese devastato e quasi in bancarotta — Ben-Gurion ordinò di recuperare gli ebrei in esilio e non lo fece interessando l’ONU o l’opinione pubblica, lo fece in molti casi come operazioni clandestine, di nascosto con creatività e pericoli enormi. Ognuna di queste meriterebbe di essere studiata e conosciuta.
L’Operazione Magic Carpet -per nominare una- condotta tra il giugno 1949 e il settembre 1950, trasportò in Israele quasi 50.000 ebrei yemeniti. Molti avevano attraversato centinaia di chilometri a piedi, attraverso deserti e montagne, per raggiungere i punti di imbarco. Per ragioni di sicurezza l’operazione fu mantenuta segreta: la stampa e l’opinione pubblica ne vennero a conoscenza solo molti mesi dopo il suo completamento. Subito dopo, un’operazione analoga evacuò 120.000 ebrei iracheni. Al loro arrivo i rifugiati trovarono un paese impoverito con scarsissime risorse per accoglierli. Ogni comunità ha la propria storia e la modalità con la quale si è inserita poi nel tessuto sociale e culturale israeliano, ognuna portandosi dietro tradizioni e ferite. E’ la cosiddetta “Kibbutz Galuyot” la “Raccolta degli esuli” che al centro ha un ritorno e non una perdita, una lettura positiva di una tragedia che li strappò via dalle terre che hanno vissuto per secoli.
Nessuna risoluzione ONU è mai stata attivata per loro. Nessuna agenzia dedicata. Nessuna retorica internazionale sulla loro vicenda. Il problema fu risolto, con tutto il peso e il dolore che questo comportò.
La Nakba e la costruzione di una identità
Dall’altra parte, in quello stesso periodo, circa 700.000 arabi palestinesi lasciarono o furono espulsi dalle proprie case. Le cause di questi tragici eventi che si abbatterono sulla popolazione araba sono molteplici, ma un elemento spesso trascurato è che furono gli eserciti arabi — siriani, giordani, egiziani — a lanciare la guerra offensiva contro il neonato Stato di Israele. Quando Israele dichiarò la nascita dello Stato di Israele lo dichiarò per tutti gli abitanti che vivevano nei suoi confini, sia ebrei che arabi. Tant’è che fino ad oggi vivono più di due milioni di arabi in Israele. Fu la pretesa degli stati arabi di cancellare Israele a mettere in movimento la popolazione araba e furono poi le seguenti sconfitte militari arabe a ridisegnare il quadro, quelle stesse sconfitte lasciarono la popolazione civile sospesa nel vuoto.
Ma c’è qualcosa di ancora più strutturale da dire. Prima del 1948, gli arabi di Palestina si identificavano principalmente come arabi, come musulmani o cristiani, come appartenenti a una famiglia, a un clan, a una città. La costruzione di una distinta identità nazionale palestinese era un processo ancora incompiuto. La Nakba diventa paradossalmente il momento fondativo del popolo palestinese che si riconosce da una parte nell’evento tragico della perdita della terra e dall’altra nel rifiuto di integrarsi nei paesi arabi.
È un dirigente della stessa OLP a dircelo, con brutale franchezza. Nel 1977, Zuheir Mohsen, leader della fazione filo-siriana as-Sa’iqa, dichiarò al giornalista olandese James Dorsey: “Il popolo palestinese non esiste… tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi non ci sono differenze. Siamo tutti parte di un unico popolo, la nazione araba. Solo per ragioni politiche avallare con cura la nostra identità palestinese. Perché è nell’interesse nazionale degli arabi sostenere l’esistenza dei palestinesi per bilanciare il sionismo.”
Non bisogna assolutizzare questa citazione — Mohsen seguiva una linea pan-arabista in tensione con il nazionalismo palestinese di Arafat. Ma essa fotografa qualcosa di strutturalmente reale: l’identità palestinese nella sua forma contemporanea è in larga misura una costruzione funzionale all’impossibilità di risolverla reintegrandola nella più ampia identità araba. Un’identità che per restare tale deve rimanere irrisolta.
La “causa palestinese” ossia l’idea che dimentica le persone.
Per capire cosa accadde ai palestinesi nei decenni successivi, bisogna distinguere gli attori. Non c’è un solo “mondo arabo” che si comporta in modo uniforme. Ci sono tre soggetti distinti — i paesi arabi, l’URSS, la PLO — che entrano in campo in momenti diversi, con interessi diversi, trattando la questione palestinese come strumento ciascuno a modo proprio.
Prima fase: i paesi arabi e la guerra del 1948
Nel 1948 la PLO non esiste ancora. Non esiste nemmeno una “causa palestinese” codificata. Esistono stati arabi — Egitto, Giordania, Siria, Iraq — che dichiarano guerra a Israele appena nato, mossi da un misto di nazionalismo pan-arabo, rivalità reciproche e calcoli di espansione territoriale. La retorica è di liberazione, la sostanza è di spartizione. Una volta persa la guerra, quegli stessi stati si rifiutarono di accogliere come cittadini le popolazioni che avevano contribuito a spostare. I palestinesi divennero la prova vivente della sconfitta araba — e come tali, troppo utili da mantenere visibili e irredenti per essere semplicemente reintegrati.
Seconda fase: l’URSS cambia campo
Nel 1948 l’Unione Sovietica non era dalla parte degli arabi. Era dalla parte di Israele. Il 17 maggio 1948, tre giorni dopo la dichiarazione di indipendenza, l’Unione Sovietica riconobbe lo Stato di Israele de jure, diventando il primo paese a farlo. Contestualmente, carichi di armi furono inviati a Israele attraverso la Cecoslovacchia. Stalin vedeva in Israele un possibile avamposto socialista nel Medio Oriente e uno strumento per cacciare la Gran Bretagna dalla regione.
La svolta avvenne a metà degli anni Cinquanta. Il settembre 1955 fu il punto di non ritorno: l’accordo con cui l’Egitto di Nasser acquistò armi sovietiche attraverso la Cecoslovacchia ridefinì la Guerra Fredda in Medio Oriente. L’innovazione ideologica di Krusciov fu riconoscere i regimi nazionalisti arabi come “oggettivamente progressisti” e in marcia verso la trasformazione socialista, anche quando erano apertamente anticomunisti. Da quel momento la causa palestinese divenne anche causa sovietica — non per interesse nei palestinesi come popolo, ma perché destabilizzare il fianco meridionale dell’Occidente serviva perfettamente agli scopi di Mosca.
Terza fase: la PLO e il nazionalismo palestinese
La PLO fu creata nel 1964 dalla Lega Araba — allora dominata da Nasser — almeno in parte per contenere il nazionalismo palestinese entro strutture controllabili dagli stati arabi. Inizialmente la Lega Araba controllava largamente la sua direzione: l’organizzazione era di fatto un portavoce dei governi arabi, e il suo braccio militare operava sotto il comando degli stati arabi.
Fu solo dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967 che la PLO si trasformò in un’organizzazione autonoma con un proprio progetto nazionalista. Con Arafat alla guida dal 1969, il nazionalismo palestinese smise di essere un capitolo del nazionalismo pan-arabo e divenne una bandiera in sé. Ma anche questa autonomia aveva un prezzo: la PLO iniziò a usare i paesi ospitanti come basi operative, costruendo ovunque uno stato nello stato e subordinando la vita delle comunità palestinesi agli obiettivi militari e politici dell’organizzazione.
Le conseguenze furono devastanti per le persone reali. In Giordania la PLO costruì una struttura parallela con campi di addestramento, checkpoint propri e stazioni radio che trasmettevano retorica anti-monarchica. Il Settembre Nero del 1970 fu una guerra civile: tra 18.000 e 20.000 palestinesi furono espulsi e i loro campi demoliti. La PLO si trasferì in Libano e replicò lo stesso schema, con conseguenze ancora più gravi per un paese già fragile nella sua composizione confessionale, trascinato in una guerra civile durata quindici anni dalla quale non si è ancora pienamente ripreso.
In Kuwait, al momento dell’invasione irachena del 1990, i palestinesi erano 400.000-450.000 — quattro per ogni cinque kuwaitian nativi — e avevano contribuito più di ogni altro gruppo straniero allo sviluppo dell’emirato. Avevano una vita, un lavoro, un futuro possibile. Poi la PLO sostenne Saddam Hussein. Quasi l’intera popolazione palestinese del Kuwait fu costretta ad andarsene come punizione collettiva. Decenni di costruzione distrutti in pochi mesi per una scelta politica che quelle 400.000 persone non avevano fatto.
Il filo che attraversa tutte e tre le fasi è lo stesso: i palestinesi vengono accolti come portatori di una causa, sostenuti come simbolo, usati come strumento — e vengono abbandonati, espulsi o sacrificati quando la loro presenza diventa scomoda o quando i calcoli di altri cambiano. La causa sopravvive sempre. Le persone pagano sempre.
Vale la pena chiedersi: l’Occidente progressista che fa la fila per esporre bandiere palestinesi e riempire i cortei sta davvero facendo qualcosa di diverso? O sta semplicemente ripetendo lo stesso schema già visto nei paesi arabi — accogliere la causa, non le persone? Quando l’interesse ideologico si esaurirà, chi pagherà il conto?
La santificazione dell’irrisolvibile
A tutto questo ha contribuito in modo determinante un meccanismo dell’ONU senza precedenti. L’UNRWA è l’unica agenzia ONU dedicata ai rifugiati di un conflitto specifico. Tutti gli altri rifugiati del pianeta sono sotto il mandato dell’UNHCR. Per i palestinesi esiste una struttura separata, con una propria definizione di “rifugiato” che non ha paralleli nella storia del diritto internazionale.
Questa definizione consente che lo status di rifugiato venga trasmesso automaticamente ai discendenti. L’ereditarietà ha fatto gonfiare i numeri dell’UNRWA da 750.000 a 5,9 milioni. Il budget ordinario dell’UNRWA per il 2024 ammontava a 880 milioni di dollari; gli appelli di emergenza per Gaza hanno raggiunto 1,6 miliardi.
Il sistema, nella sua struttura, non è progettato per risolvere la condizione dei rifugiati palestinesi. È progettato per perpetuarla. E i paesi arabi che più si oppongono all’integrazione dei palestinesi sono gli stessi che più insistono, alle Nazioni Unite, per il rinnovo del mandato dell’UNRWA. La questione palestinese è diventata, nel linguaggio della realpolitik, troppo utile per essere risolta. Il “nuovo popolo eletto” della coscienza globale contemporanea — santificato nelle risoluzioni ONU, osannato nei campus universitari occidentali, usato come bandiera da movimenti che spesso non sanno nemmeno dove si trovino Nablus o Jenin — è in realtà un popolo tenuto in ostaggio da questa utilità.
La gente reale scompare
Quello che mi inquieta, alla fine di questo percorso, è che nella retorica — sia quella che usa i palestinesi come strumento anti-israeliano, sia quella che risponde con la narrativa opposta — la gente reale scompare.
Scompaiono le famiglie che da tre generazioni vivono nei campi in Libano, senza poter diventare cittadini, senza accesso libero alla sanità e all’istruzione, senza poter esercitare molte professioni. Scompare chi è cresciuto in Giordania senza passaporto, chi ha perso tutto in Kuwait nel 1991, chi è stato travolto dalla guerra civile siriana senza avere nemmeno un documento a cui appoggiarsi.
I palestinesi sono vittime doppie: di ciò che avvenne nel 1948, con tutta la sua complessità storica; e di chi avrebbe potuto accoglierli e non lo ha fatto — tenendoli nei campi, negando loro la cittadinanza, usando la loro sofferenza come leva diplomatica permanente, costruendo attorno alla loro ferita un’identità che per sopravvivere ha bisogno di restare aperta.
Meritano qualcosa di meglio. Meritano di essere trattati come persone concrete, con diritti concreti, in un futuro concreto. Non come simbolo perpetuo di una causa che altri gestiscono per i propri interessi.

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