di Roy Benas
Nelle ultime due settimane sono stato in vacanza, e ho seguito poco la cronaca. Ma tra le notizie quella di Ceuta è stata l’unica che mi ha davvero fermato — e più la seguivo, più mostrava lati diversi, fino a convincermi a studiarmela con calma, da un’angolatura più tecnica del solito.
Mi sono chiesto, semplicemente: come è possibile che in due o tre giorni si sia spostata all’unisono una massa di circa 60 000 ragazzi e giovani, fino a saturare e sopraffare le linee di confine spagnolo di Ceuta che certo non è un avamposto sguarnito e impreparato? In 24-48 ore — la popolazione di una città media italiana, un capoluogo di provincia come Rovigo ha assaltato e attraversato il confine amministrativo dell’Europa. Quanto tempo, quale organizzazione, quale logistica servirebbe per spostare fisicamente l’intera popolazione di Rovigo da un punto all’altro nel giro di due giorni? Eppure è proprio quello che è successo a Ceuta.
Poi ho guardato alcuni video in cui i ragazzi che hanno attraversato il confine raccontavano come avessero saputo del “varco”. Alla domanda “da chi l’hai saputo?”, la risposta ricorrente era: c’era ovunque sui social, ne parlavano tutti. Ecco, questo mi ha insospettito. Una cosa così massiccia e così sincronizzata non nasce da sola.
La curiosità è sfociata in bisogno di scrivere qualcosa di Ceuta quando ho iniziato ad incontrare post che parlavano di coinvolgimento di Israele in questa storia.
1. L’aggancio: il complotto ebraico
Bastano 72 ore per introdurre una nuova narrazione su Ceuta che diventa virale. È il tempo che il centro ricerche ARC del Combat Antisemitism Movement ha misurato tra l’inizio della crisi migratoria di Ceuta e la sua trasformazione, su X, in un complotto ebraico globale:
173 post, 119 account influencer, oltre 57 milioni di visualizzazioni, una portata stimata di 103 milioni di persone. Un’immagine manipolata di Netanyahu con migranti che gli escono dalla bocca su una spiaggia spagnola ha totalizzato da sola 5,3 milioni di visualizzazioni. Un post di Yair Netanyahu, vecchio di sette anni, è stato riesumato come “prova” del coinvolgimento israeliano nella crisi. Perfino Javier Bardem ci si è infilato, rilanciando la tesi che l’ondata migratoria servisse gli interessi di Israele.
Questo è ciò che mi ha interessato perché veloce e fresco, si riesce a capire come funzionano le reti di manipolazione sociale e come possono essere usate come arma. Ma prima vale la pena guardare a cosa è successo davvero a Ceuta.
2. Il caso serio: come i social hanno mosso le folle
Tra il 30 e il 31 luglio, tra 50 e 60mila persone hanno attraversato il confine tra Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta, in una delle più grandi irruzioni irregolari mai registrate ai confini d’Europa.
Le cause immediate erano di dominio pubblico: da un lato una sentenza della Corte Suprema spagnola dell’8 luglio, che ha vietato i respingimenti immediati di chi arriva a nuoto a Ceuta e Melilla, sostituendoli con una procedura amministrativa più lunga e più garantista — una novità percepita sul terreno come un’opportunità da cogliere.
Dall’altro, lo stato dei rapporti diplomatici tra Madrid e Rabat: il Marocco ha una storia consolidata di allentare i controlli di frontiera come leva di pressione su Madrid quando le relazioni si irrigidiscono, spesso legata al nodo mai risolto del Sahara Occidentale — il territorio conteso di cui il Marocco rivendica la sovranità e per cui chiede un riconoscimento internazionale che la Spagna, ex potenza coloniale della regione, non ha mai concesso in modo pieno. La questione dei migranti dunque viene usata da anni in modo strategico per far pressione sulla Spagna. Ma dietro la sentenza e i problemi con il Sahara c’è stato un moltiplicatore che ha trasformato delle notizie in una mobilitazione di massa in poche ore: i social network.
Secondo El País, account TikTok anonimi hanno fatto circolare video che sostenevano che il confine spagnolo fosse “aperto” e attraversabile “senza documenti” — innescando un movimento senza precedenti. Uno dei video più condivisi prometteva: una volta viste certe scale sulla costa, il sogno si sarebbe avverato. Poi, contenuti e account sono spariti dalla piattaforma. El Español ha documentato centinaia di profili Instagram e TikTok, creati e cancellati a ripetizione, che mostravano l’intero percorso migratorio come un tutorial: attrezzatura da nuoto consigliata, cifre da portare con sé, come proteggere il telefono dall’acqua, persino una canzone diventata l’inno non ufficiale della traversata. Solo il gruppo Instagram “Haraga Ceuta”, dedicato all’organizzazione dei tentativi di attraversamento, contava più di 78mila iscritti.
Chi c’è dietro? Qui entriamo nel campo delle ipotesi, ed è bene restarci con onestà.
Esiste un precedente studiato in sede accademica: nel 2021, dopo che la Spagna aveva ospitato per cure mediche Brahim Ghali il leader del Movimento politico e militare del popolo Saharawi che lotta per l’indipendenza del Sahara Occidentale (Fronte Polisario), il Marocco allentò deliberatamente i controlli di frontiera come ritorsione politica, lasciando entrare a Ceuta circa 8mila persone in due giorni. Uno studio pubblicato su Migration Studies (Oxford) ha analizzato quell’episodio mostrando come i migranti fossero stati inquadrati contemporaneamente come vittime del governo marocchino e come arma contro quello spagnolo — un caso da manuale di “weaponisation of migration“. Diversi analisti di geopolitica hanno suggerito che la crisi del 2026 segua lo stesso schema, magari legato alla normalizzazione Marocco-Israele sul Sahara Occidentale o a un tentativo di Rabat di riguadagnare leva negoziale con Madrid.
Un aggancio per questa ipotesi esiste, ma va ridimensionato per quello che è: ad aprile 2026 un analista marocchino del think tank Middle East Forum aveva pubblicato su Ynet un editoriale che invitava Israele a sostenere le rivendicazioni di Rabat su Ceuta e Melilla come leva contro un governo spagnolo ostile — materiale d’opinione, non prova di un’operazione, e comunque marginale rispetto al vero centro della vicenda.
Ma qui la storia del coinvolgimento marocchino si complica e non fila più: questa volta la polizia marocchina ha arrestato amministratori di profili e canali digitali usati per coordinare gli attraversamenti di massa — un comportamento difficilmente compatibile con una regia statale marocchina che vorrebbe invece incoraggiare il fenomeno. Questo apre a una lettura alternativa, più prosaica: un’economia di influencer e trafficanti che monetizza la viralità algoritmica indipendentemente da qualunque regia geopolitica, per puro profitto — con lo Stato marocchino che insegue il fenomeno più che orchestrarlo.
Non abbiamo, a oggi, una pistola fumante che assegni una regia univoca. Quello che possiamo dire con certezza è più modesto ma non meno significativo: una rete di account, per lo più anonimi e usa-e-getta, ha dimostrato la capacità tecnica di mobilitare fisicamente decine di migliaia di persone attraverso un confine internazionale in meno di 48 ore, sfruttando la meccanica virale delle piattaforme più che una propaganda politica tradizionale. Questo fatto ci deve preoccupare ed è di questo che parlo. Sappiamo che ci sono stati e organizzazioni che hanno reti di account, bot e tutto il necessario per influenzare le società e metterli sotto attacco. Ma questo episodio è qualcosa di diverso ed apre a scenari nuovi.
3. La cospirazione ebraica: come si è innestata in questa storia
Qui la vicenda compie una svolta interessante. Il complotto antiebraico non nasce nello stesso ecosistema che ha mobilitato i migranti marocchini: nasce dopo, si aggancia alla crisi già virale e la reindirizza verso un bersaglio del tutto diverso. Cambia obiettivo e cambia pubblico ma il meccanismo è simile e soprattutto incredibilmente veloce.
La trasformazione dell crisi geopolitica tra Marocco e Spagna diventa complotto ebraico e il meccanismo si potrebbe definire come parassitosi narrativa: un evento che genera già da solo enorme attenzione ed emotività — immagini di traversate disperate, morti in mare, caos ai confini — diventa il terreno perfetto su cui attaccare un racconto ideologico già pronto, preparato in anticipo e in attesa solo dell’occasione buona. Non serve creare l’attenzione da zero: basta dirottarla. Ed è esattamente quello che è successo — con l’immagine manipolata di Netanyahu, il tweet riesumato di Yair Netanyahu, le dichiarazioni del deputato catalano Gabriel Rufián secondo cui la crisi avvantaggerebbe Israele e gli Stati Uniti in un disegno geopolitico più ampio. Anche la reazione dell’ambasciatore israeliano Danny Danon, che ha accusato Madrid di doppio standard, per quanto comprensibile nel merito, ha probabilmente fornito ulteriore benzina retorica a chi cercava un aggancio.
Il risultato è che due popolazioni completamente diverse di utenti — quella marocchina/nordafricana mobilitata fisicamente, e quella occidentale/complottista mobilitata narrativamente — hanno usato la stessa infrastruttura tecnica per scopi opposti, nello stesso arco di 72-96 ore, quasi senza intersecarsi tra loro se non nell’evento scatenante.
4. Come funzionano davvero queste reti
Vale la pena spiegare, a grandi linee, la meccanica — perché è la stessa, cambia solo il payload ideologico.*
Tutto comincia con un certo numero di account “seme”: spesso a pagamento e verificati, dunque già favoriti dagli algoritmi di raccomandazione delle piattaforme, che pubblicano per primi la cornice interpretativa (il “frame”) dell’evento. Attorno a questi nuclei si attivano reti di amplificazione, composte in parte da account autentici allineati ideologicamente, in parte da account automatizzati o semi-automatizzati che replicano, commentano e ricondividono in tempi rapidissimi, generando l’illusione di un consenso spontaneo e diffuso — quello che gli studiosi chiamano “effetto sciame”. A questo punto, ottenuto l’effetto, molti account “seme” spariscono o cancellano i propri post per conservarsi.
A questo punto entra in gioco quella che si può chiamare la fascia degli “utenti zombie”: persone reali, spesso con profili poco attivi o del tutto occasionali, che non fanno parte di alcuna rete coordinata ma che, imbattendosi in un contenuto già carico di migliaia di interazioni, lo ricondividono per emotività o indignazione, senza verificarne l’origine. È un passaggio cruciale, perché è quello che “lava” il contenuto: lo trasforma da materiale di una nicchia riconoscibile (account complottisti, propaganda statale) a fenomeno apparentemente organico e trasversale. Superata una certa soglia di volume e velocità, il contenuto aggancia inevitabilmente commentatori di peso, opinion leader, e talvolta la stampa mainstream — che ne parla magari per smentirlo, ma nel farlo ne moltiplica ulteriormente la portata.
Il punto debole che tutto questo sfrutta non è l’ingenuità del singolo utente, ma l’architettura stessa delle piattaforme: algoritmi ottimizzati per premiare la velocità di reazione emotiva e non la verifica, che strutturalmente avvantaggiano chi arriva primo con la narrazione più semplice e più carica di indignazione rispetto a chi cerca di ricostruire i fatti con calma.
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* Cos’è il payload ideologico?
Il payload ideologico, è il contenuto che viene trasportato. Il termine viene dal linguaggio informatico: in un attacco digitale il “payload” è il carico che un virus o un malware rilascia una volta arrivato a destinazione, mentre il vettore — l’email, il link, l’allegato — è solo il mezzo di trasporto, indifferente al contenuto che porta. Qui funziona allo stesso modo: il vettore è l’infrastruttura virale (account usa-e-getta, reti di amplificazione, algoritmo), che resta identica in entrambi i casi di Ceuta; il payload è il messaggio che quella rete decide di caricarci sopra — prima la falsa notizia del “confine aperto”, poi il complotto ebraico. Il mezzo di trasporto non cambia: cambia solo cosa ci si mette dentro.
5. Cosa significa questa guerra
Quello che la vicenda di Ceuta mostra, in fondo, è la stessa arma applicata a due livelli diversi della realtà.
– Il primo livello è cinetico: l’algoritmo come strumento capace di spostare fisicamente corpi umani attraverso un confine sovrano, generando una crisi umanitaria e diplomatica reale, con morti veri e conseguenze politiche concrete.
– Il secondo livello è cognitivo: lo stesso tipo di infrastruttura, applicato non a corpi ma a percezioni, capace di riscrivere il significato pubblico di un evento nel giro di ore, riattivando un canovaccio antisemita vecchio di secoli e riconfezionandolo per il pubblico social del 2026.
Ciò che rende entrambi i fenomeni forme di guerra asimmetrica, nel senso proprio del termine, è che nessuno dei due richiede eserciti, budget statali ingenti o infrastrutture visibili: richiede solo la capacità di comprendere e sfruttare le vulnerabilità strutturali di piattaforme progettate per la velocità, non per la verità. È una guerra che gli attori deboli — reti informali, entità non statali, opinion-maker isolati — possono combattere ad armi quasi pari contro Stati, istituzioni democratiche e persino contro un intero impianto di verifica giornalistica, semplicemente perché la piattaforma su cui si combatte non è neutrale: premia chi corre più veloce della verifica dei fatti.
Ma a me tutto questo serve per spiegare quali scenari dovremo affrontare e come questi sistemi abbiano già avuto peso in oramai molte occasioni e in futuro diventeranno un autentico problema per le nostre società democratiche ma non più libere.
Dal punto di vista di Israele e degli ebrei è una delle tante lezioni del nuovo antisemitismo: i vecchi veleni — come la cospirazione ebraica — non sopravvivono nonostante la velocità digitale, ma grazie ad essa. Sono narrazioni già pronte, testate da secoli, capaci di essere agganciate a qualunque crisi in tempo reale, perché non hanno bisogno di essere costruite: hanno solo bisogno di essere riattivate.
Questo è uno dei sistemi con i quali è stata mossa la guerra cognitiva a Israele e al momento Israele l’ha persa.

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