Il fumo che si vede da lontano

4 agosto 1972, il terrorismo palestinese colpisce Trieste

Ci sono notizie che i triestini possono ignorare per una vita intera. La pagina esteri con l’ennesimo aggiornamento dal Medio Oriente, i nomi dei leader di fazioni che si susseguono, i comunicati diplomatici: si può vivere benissimo senza saperne nulla, ed è un diritto legittimo. Poi, una mattina d’agosto, un serbatoio da 31.500 metri cubi di greggio esplode a pochi chilometri dalla città, il fumo sale per sei chilometri e oscura il sole per due giorni, e improvvisamente quella storia lontana si impone. Partendo da questo anniversario voglio fare un ragionamento più ampio su cosa sia il terrorismo e il suo impatto sulla nostra vita.

La notte del 4 agosto 1972

Poco dopo le tre del mattino, un commando si introduce nel deposito costiero della SIOT, a Mattonaia, San Dorligo della Valle. È il terminale italiano dell’oleodotto transalpino, la vena attraverso cui il petrolio sbarcato a Trieste raggiunge Ingolstadt, in Baviera, alimentando buona parte del fabbisogno energetico della Germania Ovest. Gli attentatori piazzano cariche di tritolo su quattro serbatoi. Per fortuna una carica viene posizionata male sulla valvola e non riesce a far esplodere il serbatoio più vicino alla città, contenente oltre 31.000 metri cubi di combustibile: se fosse esploso, la storia di quella notte sarebbe stata molto diversa.

Anche così, le fiamme raggiungono i 150 metri. Le colonne di fumo, visibili a centinaia di chilometri, toccano i sei chilometri di altezza. Solo l’assenza di bora e il bel tempo impediscono che le fiamme si propaghino da un serbatoio all’altro e che si scateni il fenomeno delle piogge acide. Ci vorranno quattro giorni per domare gli incendi; andranno in fumo circa 160.000 tonnellate di petrolio greggio.

Due giorni dopo, da Damasco, arriva la rivendicazione: l’organizazione terroristica palestinese Settembre Nero, lo stesso gruppo che un mese più tardi — il 5 settembre — massacrerà gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Il bersaglio non è casuale: colpire l’approvvigionamento energetico della Germania Ovest, alleata strategica dell’Occidente e indirettamente di Israele, senza colpire direttamente un obiettivo israeliano. Un attacco indiretto, calcolato, ma dalla potenza spettacolare.

L’epilogo giudiziario è la parte meno raccontata e più istruttiva: i quattro membri del commando terroristico palestinese (due algerini e due donne francesi) vengono arrestati, ma l’accusa di tentata strage viene derubricata in appello a incendio doloso con l’aggravante dell’associazione a delinquere. Nessuno sconterà una pena adeguata alla portata di quello che era successo.

Il quadro più ampio: Monaco prima di tutto

Per capire Trieste bisogna allargare lo sguardo a tutta la stagione in cui si inserisce — una stagione che comincia prima e finisce dopo, e di cui la SIOT triestina è solo un capitolo minore ma non isolato.

Monaco, un mese dopo, è lo spartiacque: undici atleti israeliani uccisi in diretta televisiva mondiale, il primo grande attentato terroristico palestinese trasmesso in tempo reale a centinaia di milioni di persone. La stagione degli attacchi terroristici inizia qualche anno prima con i dirottamenti — il primo sequestro aereo palestinese risale al 1968, ad opera del FPLP di George Habash — e sarebbe proseguita per oltre un decennio: Dawson’s Field nel settembre 1970, con tre aerei dirottati contemporaneamente in Giordania, episodio che scatena la crisi con re Hussein e dà il nome — Settembre Nero — al gruppo che colpirà Trieste due anni dopo.

Il 17 dicembre 1973, un commando palestinese di Settembre Nero attacca l’aeroporto di Fiumicino: bombe a mano lanciate dentro un Boeing della Pan Am fermo in pista, un aereo Lufthansa dirottato con ostaggi a bordo. Trentadue morti, sei italiani, tra cui un’intera famiglia. È il più sanguinoso attentato mai avvenuto sul suolo italiano. Il 9 ottobre 1982, un commando legato ad Abu Nidal attacca la Sinagoga di Roma al termine della funzione dello Shemini Atzeret: muore Stefano Gaj Taché, due anni, decine di feriti. Il 27 dicembre 1985, due commando coordinati di Abu Nidal colpiscono simultaneamente Fiumicino e Vienna: diciannove morti complessivi.

Quattro attentati in tredici anni, sullo stesso territorio nazionale, firmati da sigle diverse ma appartenenti alla stessa temperie: il terrorismo palestinese internazionale che usa l’Europa — e l’Italia in particolare, per posizione geografica e vulnerabilità infrastrutturale — come teatro di operazioni esterne. L’Italia pagherà un conto pesantissimo. Forse anche perché in Italia il terrorismo palestinese si salda con le Brigate Rosse creando così un legame con la politica italiana e l’area di sinistra. Una saldatura rianimata e operativa anche oggi!

Lo Stato italiano si scopre incapace, e nasce il Lodo Moro

Di fronte a questa sequenza, lo Stato italiano arriva a una conclusione scomoda: non è in grado di proteggere il proprio territorio da un nemico che non ha bisogno di eserciti, basi, dichiarazioni di guerra. La risposta, mai dichiarata pubblicamente, è quello che verrà poi chiamato — dallo stesso Francesco Cossiga, anni dopo — il “Lodo Moro”: un’intesa informale tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi, per cui l’Italia avrebbe tollerato il transito sul proprio territorio di uomini, armi ed esplosivi diretti altrove, in cambio della garanzia di non essere colpita direttamente.

È una scelta di realismo disperato più che di complicità ideologica: uno Stato che ammette, nei fatti, di non poter vincere sul terreno del controllo poliziesco e sceglie la via della desistenza reciproca, negoziata nell’ombra. Una scelta che avrà conseguenze giudiziarie e politiche di lunghissimo periodo, alcune delle quali non del tutto chiarite ancora oggi.

Pochi anni dopo, il 2 agosto 1980, la stazione di Bologna sarebbe saltata in aria con un bilancio di 85 morti: la verità giudiziaria, confermata fino in Cassazione, parla di terrorismo neofascista — ma è davvero un caso che quella data cada proprio negli anni in cui il Lodo Moro era in vigore, o è solo la cronologia a suggerire una domanda che la giustizia ha già chiuso?

Il senso del terrorismo: non i morti, gli spettatori

Se ci fermiamo qui, però, abbiamo solo una cronaca. Quello che mi interessa mettere a fuoco è il meccanismo che questi fatti, tutti insieme, rivelano.

Negli anni Settanta, l’analista americano Brian Jenkins — che studiò proprio questa stagione per la RAND Corporation — sintetizzò la logica del terrorismo in una formula diventata classica: i terroristi vogliono molta gente che guarda, non molta gente morta. “Il terrorismo è teatro”, scrisse. Il numero delle vittime è, paradossalmente, secondario: quello che conta è l’immagine, lo shock, la capacità di occupare per giorni l’attenzione mondiale con un solo gesto. Lo stesso George Habash, coinvolto nell’attentato di Fiumicino lo disse in termini quasi identici, spiegando perché il FPLP avesse scelto i dirottamenti aerei come tattica: “un aereo dirottato produce, ai fini della causa, più effetto politico di cento israeliani uccisi in battaglia, perché finalmente il mondo ne parla”.

È una logica che rovescia la gerarchia consueta della violenza politica. Un esercito convenzionale misura il successo in territorio conquistato o nemici neutralizzati. Il terrorismo misura il successo in minuti di trasmissione, prime pagine, copertine, titoli. Il terrorismo ha bisogno di giornalisti — letteralmente: senza qualcuno che riprenda, racconti, rilanci, l’atto resta un fatto di cronaca locale e la sua funzione politica evapora. Non è un caso che il primo target sistematico del terrorismo aereo siano stati proprio i luoghi di massimo transito e massima visibilità internazionale: gli aeroporti.

Dalle decapitazioni dell’ISIS al 7 ottobre: creare la notizia come obiettivo

Questa logica non è rimasta confinata agli anni Settanta. Il decennio scorso ci ha offerto la sua versione più esplicitamente mediatica: le decapitazioni dell’ISIS, girate con tecniche da produzione cinematografica — dissolvenze, colonna sonora, montaggio — e distribuite attraverso una macchina propagandistica (riviste patinate come Dabiq, canali Telegram) costruita esplicitamente per la circolazione virale. Non era più necessario un giornalista terzo che riprendesse l’evento: il terrorismo si era fatto regista, montatore e distributore di se stesso.

Il 7 ottobre 2023 porta questa logica alla sua conseguenza più compiuta. È stato, nel senso più stretto e tecnico del termine, un atto terroristico costruito anche — non solo, ma anche — come spettacolo mediatico: i miliziani di Hamas indossavano telecamere GoPro e bodycam, e in diversi casi hanno trasmesso in diretta le violenze compiute, arrivando a caricare i filmati sugli stessi account social delle vittime, perché fossero le famiglie a scoprire l’accaduto attraverso quelle immagini. Le forze israeliane hanno poi raccolto centinaia di ore di quel materiale, recuperato dai corpi degli attentatori uccisi, dai telefoni delle vittime, dalla videosorveglianza dei kibbutz. Creare la notizia — costringere il mondo intero a guardare, nello stesso momento, nello stesso modo — non è stato un effetto collaterale dell’attacco: ne è stato, in una parte non trascurabile, l’obiettivo dichiarato.

Ed è qui che il ragionamento si chiude su se stesso. Quando in Europa un attentato viene minimizzato — l’attentatore descritto come uno squilibrato, l’ideologia lasciata fuori dai titoli, la matrice religiosa taciuta — non è semplice reticenza o sottomissione. È la stessa logica applicata al contrario. Fu Margaret Thatcher, nel 1985, a teorizzarla esplicitamente: bisogna far morire di fame il terrorista e il dirottatore dall’ossigeno di pubblicità da cui dipendono. Dopo gli attentati di Parigi del 2016, Le Monde smise di pubblicare foto e nomi degli attentatori proprio per questo motivo, sulla scia di studi che collegano la spettacolarizzazione mediatica al rischio di emulazione. Ma io aggiungo, far sparire dai media quanto prima il terrorista come un troll che ha bisogno di attenzione! “Don’feed the trolls!”

Helsinki, il gel da barba, e chi “sembra arabo”

Torno a un episodio piccolissimo, quasi comico se non fosse quello che è: qualche giorno fa, allo scalo di Helsinki, rientrando dal Giappone, mi hanno sequestrato due confezioni di gel da barba perché superavano di qualche millilitro il limite consentito. Un gesto burocratico, automatico, ripetuto milioni di volte al giorno in ogni aeroporto del pianeta. Eppure, in quel momento, la mia mente è andata dritta a Fiumicino, e a tutte le altre occasioni che abbiamo appena ripercorso. È soprattutto negli aeroporti che mi ricordo di maledire i terroristi!

Quel limite sui liquidi, quei nastri trasportatori, quei metal detector non sono nati per caso: sono la sedimentazione fisica, letterale, di mezzo secolo di attentati. I primi controlli a raggi X sui bagagli risalgono proprio a quella stagione di dirottamenti — inizialmente facoltativi, diventati obbligatori solo dopo Lockerbie, nel 1988, poi ulteriormente irrigiditi dopo l’11 settembre. È una filiera storica precisa, che va da Dawson’s Field al mio gel da barba confiscato a Helsinki.

A proposito di controlli aeroportuali era già chiara una cosa: già nei primi anni Settanta un documento interno della polizia aeroportuale svizzera indicava come meritevoli di controlli più approfonditi “i passeggeri che sembrano arabi”. Non fu un’eccezione isolata, ma la prima risposta immediata di un sistema sopraffatto. Una logica mai del tutto scomparsa, chissà perché?

Il terrorismo sacrifica tutto e tutti alla propria causa

Ecco, credo, il punto di arrivo di questo ragionamento. Il terrorismo non vince quasi mai sul piano degli obiettivi politici dichiarati — la causa palestinese non ha ottenuto la statualità né a Monaco né a Fiumicino né il 7 ottobre. Ma vince silenziosamente su un altro piano, quello dell’incorporazione permanente nella vita quotidiana di persone che non hanno scelto nulla e non volevano sapere nulla. Le nostre piazze sono presidiate, gli ingressi nelle cattedrali sono controllati da personale armato, controlli e telecamere sono la nostra normalità. In Giappone mi sono reso conto di non vedere polizia e non aver visto alcun soldato, ho capito quanto è cambiato il panorama delle nostre città a causa del terrorismo e della violenza che ha portato nelle nostre vite.

C’è poi un’incorporazione più sottile ancora, ed è quella che vediamo oggi: non ti basta più guardare, adesso devi schierarti. Chi non si dichiara esplicitamente contro Israele viene trattato come colluso; chi tace viene dichiarato colpevole, se non escludi, se non denunci, se non sei dalla loro parte allora sei complice. La neutralità — lo spazio minimo di chi semplicemente non vuole entrare in una guerra che non è la sua — è stata dichiarata impossibile. Gli artisti prima di salire sul palco devono firmare la loro appartenenza altrimenti non possono cantare. È l’estensione ideologica dello stesso meccanismo: prima ti costringe a guardare, poi ti costringe a parlare, infine ti costringe a scegliere da che parte stare.

Il terrorismo, in fondo, non sceglie il suo pubblico. Lo arruola.


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