Blog di Don Roy Benas

6 agosto, Hiroshima? Sì, ma passando per Okinawa!

Sono tornato da poco dal Giappone e ci ritorno ora con la mente. Il 6 agosto è il ricordo di Hiroshima. Tra le immagini che ho incontrato quella famosa: il bambino che porta sulla schiena il fratellino morto, ritto e composto, davanti a un luogo di cremazione improvvisato.

Quella fotografia, a dire il vero, non fu scattata a Hiroshima ma a Nagasaki, nel settembre 1945, dal fotografo militare americano Joe O’Donnell. La postura del bambino è composta, quasi dignitosa: un’immagine costruita, nella sua stessa composizione, per produrre una domanda immediata e senza mediazioni — chi ha fatto questo a un bambino innocente? Una domanda legittima. Ma l’immagine da sola non contiene la risposta: la fornisce solo l’orrore visivo, mentre chi la pubblica senza contesto — sbagliando persino il luogo — lascia che sia quell’orrore a fare il lavoro argomentativo al posto dei fatti.

Ed è esattamente quello che mi ha infastidito nel post che accompagnava l’immagine: la memoria di Hiroshima messa al servizio di un’ideologia antiatlantista che, in nome della pietà per le vittime, finisce per non renderne onore a nessuna — né al sacrificio americano, oltre centomila vite spese in quattro anni per attraversare un oceano e fermare un impero; né ai popoli che per quattordici anni avevano già subito l’aggressione imperialista giapponese, in numeri incomparabilmente più alti; né agli stessi civili giapponesi, ingannati, mobilitati e infine sacrificati da un regime che preferiva il suicidio di massa alla resa.

In quel racconto la guerra sembra cominciare alle 8:15 del 6 agosto 1945, con gli Stati Uniti nel ruolo dell’aggressore onnipotente e il Giappone in quello della vittima inerme. Non è memoria storica. È una selezione della memoria — e i fatti dicono che Hiroshima non è l’evento d’inizio della guerra.

Del resto in Italia il fronte dell’Estremo Oriente è quasi uno spazio vuoto. La nostra memoria della Seconda guerra mondiale si è formata sullo sbarco in Normandia, sulla Resistenza, sull’8 settembre — non sulla Manciuria del 1931, su Nanchino, su Okinawa. Pearl Harbor, per molti, è più un film che un evento storico. In questo vuoto, non stupisce che l’unica immagine rimasta forte e disponibile — il fungo atomico, il bambino tra le macerie — finisca per riempire da sola tutti e quattordici gli anni che l’hanno preceduta.

La guerra non cominciò a Hiroshima

L’espansionismo giapponese precede di molti anni Pearl Harbor. La Corea era stata annessa nel 1910. Nel settembre 1931, con l’incidente di Mukden e l’occupazione della Manciuria, si apre la fase militare dell’espansione imperiale. Nel 1937 la guerra contro la Cina diventa aperta e totale; dal 1941 l’offensiva si allarga al Sud-est asiatico e al Pacifico.

A Nanchino l’esercito imperiale compie massacri ed esecuzioni di massa, con stupri sistematici su una scala che ancora oggi fatica a essere raccontata per intero: tra 200.000 e 300.000 morti civili in poche settimane. In Manciuria, l’Unità 731 sperimenta armi biologiche e pratica vivisezioni su prigionieri e civili, in uno dei capitoli meno raccontati e più agghiaccianti dell’intera guerra. Nei territori occupati viene organizzato il sistema delle “comfort women”, la schiavitù sessuale di decine di migliaia di donne coreane, cinesi, filippine, olandesi. Nella marcia di Bataan, su circa 76.000 prigionieri alleati (66.000 filippini e 10.000 americani), muoiono tra i 5.000 e i 10.000 filippini e circa 650 americani nei soli giorni della marcia. Lungo la ferrovia della morte Birmania-Siam perdono la vita circa 90.000 lavoratori forzati asiatici, i cosiddetti romusha, su una forza stimata tra le 180.000 e le 250.000 unità, a cui si aggiungono altri 12.000-16.000 morti tra i circa 60.000 prigionieri di guerra alleati impiegati nella stessa costruzione.

Le vittime dell’imperialismo giapponese si contano tra i 15 e i 20 milioni. Ricordarle non toglie nulla all’innocenza dei bambini di Hiroshima e Nagasaki. Ma impedisce di raccontare il Giappone imperiale come una vittima estranea alla guerra che lo raggiunse — perché quella guerra, il Giappone, l’aveva già portata ovunque per quattordici anni prima che qualcuno gliela riportasse a casa.

Hiroshima non è l’anno zero. È uno degli ultimi atti di una guerra che il Giappone aveva contribuito in modo determinante a scatenare, e che per anni aveva fatto ricadere quasi interamente sulle popolazioni degli altri paesi asiatici.

Il prezzo americano: centomila vite prima ancora di Hiroshima

Nella memoria pubblica gli Stati Uniti compaiono spesso soltanto nell’istante in cui sganciano la bomba. Scompare quasi del tutto ciò che avevano già pagato per arrivarci.

Dopo Pearl Harbor, gli Stati Uniti combattono contemporaneamente in Europa, nel Mediterraneo, nell’Atlantico e sull’immensa distesa del Pacifico. Non si trattava di spostare un esercito lungo un continente: ogni uomo, ogni cannone, ogni litro di carburante doveva attraversare migliaia di chilometri d’oceano. Circa il 40% di tutto il carico trasportato oltremare dall’esercito americano durante l’intera guerra fu destinato al solo teatro del Pacifico — una cifra che dà la misura di cosa significasse, in termini puramente industriali, combattere quella guerra.

L’avanzata seguì due direttrici: MacArthur risalendo dalla Nuova Guinea verso le Filippine, Nimitz attraversando duemila miglia di Pacifico centrale, isola dopo isola, dalle Gilbert alle Marianne fino a Iwo Jima e Okinawa. Ogni tappa aveva un costo sproporzionato rispetto alla sua dimensione: a Tarawa, un lembo di corallo lungo pochi chilometri, gli americani persero oltre tremila uomini in 76 ore. A Iwo Jima, quasi settemila morti e ventimila feriti in 36 giorni — il rapporto di perdite più alto di tutta la guerra del Pacifico.

Il conto complessivo, prima ancora di arrivare all’estate del 1945: l’esercito americano registrò nel Pacifico 50.385 morti in combattimento e oltre 89.000 feriti; la Marina e i Marines ebbero complessivamente 56.683 morti in combattimento durante l’intera guerra, in grandissima maggioranza nei teatri asiatici, oltre a quasi 105.000 feriti. Più di centomila militari americani caduti, quasi duecentomila feriti — solo per arrivare alle porte del Giappone.

Non fu una guerra combattuta per il solo vantaggio territoriale americano. La Cina resisteva dal 1937 e pagò un prezzo incomparabilmente più alto; britannici, australiani, indiani, filippini e altri popoli combatterono al fianco degli Alleati. Ma senza la capacità industriale, navale e logistica degli Stati Uniti, quell’oceano non si sarebbe mai attraversato.


Okinawa: un’intera città mobile per centro chilometri di terra

Se si vuole capire davvero cosa avesse davanti Truman nell’agosto 1945, bisogna fermarsi su Okinawa — non come nome in un elenco di battaglie, ma come impresa industriale.

Per conquistare un’isola lunga poco più di cento chilometri, gli Stati Uniti misero in mare la più grande flotta d’assalto anfibio della guerra del Pacifico. Solo la prima ondata contava oltre 1.400 mezzi cingolati anfibi, 360 corazzati anfibi armati di obici, quasi 700 autocarri DUKW — più di 2.460 veicoli soltanto per il trasferimento iniziale dalla flotta alla spiaggia, prima ancora di contare carri Sherman, bulldozer, camion, ambulanze e mezzi del genio. Entro la fine del primo giorno erano già sbarcati 60.000 uomini. La forza d’assalto complessiva contava 183.000 uomini e quasi 287.000 tonnellate di materiali imbarcati.

E poi le munizioni. Le sole forze terrestri consumarono in tre mesi circa 98.000 tonnellate di munizioni — con una media, per il solo XXIV Corpo, di oltre 800 tonnellate al giorno. Nel giorno dello sbarco, 1° aprile, la flotta riversò sull’isola 3.800 tonnellate di proiettili navali; nel corso dell’intera campagna sparò oltre 600.000 colpi. Gli aerei imbarcati compirono più di 40.000 sortite di combattimento, sganciando circa 8.500 tonnellate di bombe e lanciando 50.000 razzi; le squadriglie di terra ne aggiunsero altre 1.800 di bombe, per un totale aereo di oltre 10.000 tonnellate — a cui vanno sommati più di mezzo milione di litri di napalm impiegati nel solo appoggio tattico alle truppe.

Tutto questo — una città militare mobile, con ospedali da campo, officine, depositi di carburante, migliaia di veicoli e quasi centomila tonnellate di munizioni consumate — per un’isola periferica, in ottantadue giorni. Il risultato: circa 12.500 caduti americani, oltre 110.000 tra soldati e miliziani giapponesi, e tra 100.000 e 150.000 morti civili — quasi un terzo della popolazione dell’isola, molti per mano propria, spinti al suicidio di massa da una propaganda imperiale che li aveva convinti che la cattura significasse tortura.

Questo era il precedente concreto sulla scrivania di Truman. Non un’ipotesi accademica, ma una battaglia appena conclusa che aveva richiesto uno sforzo bellico di quella scala per un fazzoletto di terra. Kyushu era immensamente più grande, più popolata, più difendibile — e l’intelligence via ULTRA, a fine luglio, rilevava lì una concentrazione di forze giapponesi già superiore alle stime iniziali. Proiettare Okinawa su Kyushu non significava immaginare una seconda Okinawa. Significava immaginarne dieci, simultanee.


La decisione di Truman

La scelta dell’agosto 1945 non era tra la bomba e una pace già disponibile. Le alternative reali erano proseguire i bombardamenti convenzionali, mantenere il blocco navale, attendere l’intervento sovietico, modificare le condizioni della resa, organizzare una dimostrazione dell’arma — oppure invadere. Nessuna di queste opzioni garantiva una resa rapida; tutte comportavano il rischio di altre perdite enormi, comprese quelle causate dalla fame e dai bombardamenti incendiari già in corso su decine di città giapponesi.

Il 26 luglio, Stati Uniti, Regno Unito e Cina pubblicano la Dichiarazione di Potsdam. Il Giappone non ne accetta le condizioni e continua a preparare la difesa dell’arcipelago secondo la dottrina Ketsu-Go, la “resistenza dei cento milioni”. Il 6 agosto cade Hiroshima. L’8 agosto l’Unione Sovietica dichiara guerra e invade la Manciuria, chiudendo l’ultima carta diplomatica su cui Tokyo contava per una mediazione. Il 9 agosto cade Nagasaki. Solo dopo questa sequenza il governo giapponese avvia il processo che porterà alla resa, superando un tentativo di golpe interno per impedirla.

Gli storici discutono ancora il peso relativo della bomba e dell’intervento sovietico — è probabile che fu proprio la loro combinazione, non l’una o l’altro isolatamente, a rendere evidente l’impossibilità di continuare.

La decisione di Truman resta moralmente discutibile, e ha il diritto di essere discussa. Ma non fu un capriccio, né un esperimento fine a sé stesso condotto su un paese sul punto di arrendersi comunque. Fu una scelta presa dopo quattro anni di guerra già costata agli Stati Uniti oltre centomila morti nel solo teatro asiatico, senza che nessuno, in quel momento, sapesse quanto ancora sarebbe durata — davanti alla prospettiva concreta — non ipotetica — di un’invasione dall’esito imprevedibile e dai costi già misurati, in scala ridotta, a Okinawa. Giudicarla seriamente significa giudicare anche le alternative reali che c’erano sul tavolo quell’estate — non confrontarla con una pace ideale che, nell’agosto 1945, semplicemente non esisteva.

Cosa fecero gli Stati Uniti della vittoria?

La scelta dell’agosto 1945 non era tra la bomba e una pace già disponibile. Le alternative reali erano proseguire i bombardamenti convenzionali, mantenere il blocco navale, attendere l’intervento sovietico, modificare le condizioni della resa, organizzare una dimostrazione dell’arma — oppure invadere. Nessuna di queste opzioni garantiva una resa rapida; tutte comportavano il rischio di altre perdite enormi, comprese quelle causate dalla fame e dai bombardamenti incendiari già in corso su decine di città giapponesi.

Il 26 luglio, Stati Uniti, Regno Unito e Cina pubblicano la Dichiarazione di Potsdam. Il Giappone non ne accetta le condizioni e continua a preparare la difesa dell’arcipelago secondo la dottrina Ketsu-Go, la “resistenza dei cento milioni”. Il 6 agosto cade Hiroshima. L’8 agosto l’Unione Sovietica dichiara guerra e invade la Manciuria, chiudendo l’ultima carta diplomatica su cui Tokyo contava per una mediazione. Il 9 agosto cade Nagasaki. Solo dopo questa sequenza il governo giapponese avvia il processo che porterà alla resa, superando un tentativo di golpe interno per impedirla.

Gli storici discutono ancora il peso relativo della bomba e dell’intervento sovietico — è probabile che fu proprio la loro combinazione, non l’una o l’altro isolatamente, a rendere evidente l’impossibilità di continuare.

La decisione di Truman resta moralmente discutibile, e ha il diritto di essere discussa. Ma non fu un capriccio, né un esperimento fine a sé stesso condotto su un paese sul punto di arrendersi comunque. Fu una scelta presa al termine di una guerra già costata agli Stati Uniti oltre centomila morti nel solo teatro asiatico, davanti alla prospettiva concreta — non ipotetica — di un’invasione dall’esito imprevedibile e dai costi già misurati, in scala ridotta, a Okinawa. Giudicarla seriamente significa giudicare anche le alternative reali che c’erano sul tavolo quell’estate — non confrontarla con una pace ideale che, nell’agosto 1945, semplicemente non esisteva.

Tornare in Giappone

Il Giappone che ho incontrato in questo viaggio custodisce la memoria di Hiroshima e Nagasaki con una solennità che commuove. Il monito contro l’arma nucleare che nasce da quelle due città merita di essere ascoltato, oggi più che mai.

Ma mi ha colpito, ancora una volta, l’asimmetria di quella memoria: Hiroshima e Nagasaki occupano uno spazio quasi sacro, mentre Nanchino, la Corea occupata, l’Unità 731 restano ai margini, poco insegnati, raramente discussi. È un’inclinazione comprensibile e non solo giapponese — le nazioni ricordano più facilmente le sofferenze subite di quelle inflitte. Ma la memoria storica comincia proprio dove si resiste a questa inclinazione.

Il bambino con il fratellino sulla schiena merita silenzio, rispetto, pietà. Li meritano anche i bambini cinesi, coreani, filippini travolti dall’esercito imperiale; i civili di Okinawa sacrificati in una battaglia senza speranza; e i centomila giovani americani mandati attraverso un oceano a combattere una guerra che non avevano cominciato loro.

Tenere insieme queste vite non significa pareggiare i conti, né assolvere ogni decisione presa in quell’agosto. Significa restituire Hiroshima alla storia intera a cui appartiene — una storia che non comincia alle 8:15 del 6 agosto 1945, e che per arrivare fin lì era già passata, con un prezzo di sangue misurabile in uomini, mezzi e tonnellate, da un’isola che si chiama Okinawa.

Hiroshima? Sì. Ma passando per Okinawa.

Aggiungo una poesia scritta da una sopravvissuta ad Hiroshima la scrittrice: Kurihara Sadako che lascia intravvedere la coscienza della responsabilità e il martirio silenzioso degli abitanti di Hiroshima, vittime due volte.

Quando diciamo “Hiroshima”,
credete che ci rispondano con un commosso “Ah, Hiroshima”?
A “Hiroshima” rispondono “Pearl Harbor”
a “Hiroshima” rispondono “massacro di Nanchino”
a “Hiroshima” rispondono “e a Manila il tribunale del fuoco, donne e bambini stipati in fosse, su cui avete versato benzina per dargli fuoco?”
A “Hiroshima” ci risponde un’eco dal sangue e dalle fiamme.


Quando diciamo “Hiroshima”:
non ci viene risposto con un commosso “Ah, Hiroshima!”;
dai popoli dell’Asia, dai loro morti, dai loro mutilati,
sorge un urlo di collera dei violati.


Quando diciamo “Hiroshima” per sentirci rispondere con
un commosso “Ah, Hiroshima”,
dobbiamo aver riposto le armi, dobbiamo aver eliminato
le ragioni opposte.


Fino a quel giorno Hiroshima resta una città
amara di orrore e tradimento,
restiamo paria ardenti nella luce latente.
Quando diciamo “Hiroshima”:
perché ci rispondano un commosso “Ah, Hiroshima”,
dobbiamo noi per primi lavare
le nostre mani sporche.



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