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La terra che rende palestinesi

Articolo centrale:
Who Were The Arabs Of Palestine?
di Melissa Brodsky
Ho voluto inserire un testo molto valido di Melissa dentro due mie lunghe osservazioni che sono il risultato di mie precedenti ricerche così da non perderle.

Introduzione

C’è un’immagine della Palestina che negli ultimi anni si è imposta con una forza particolare: quella di una terra abitata da un popolo antichissimo, compatto, stanziale, rimasto sostanzialmente nello stesso luogo attraverso i secoli, sul quale a un certo punto irrompono gli ebrei europei. Arrivano dall’esterno, acquistano terre, costruiscono insediamenti, diventano sempre più numerosi e infine conquistano il paese sottraendolo ai suoi abitanti originari.

Il paragone con la colonizzazione dell’America viene quasi spontaneo ed è infatti utilizzato continuamente. Da una parte gli indiani d’America, popolazione indigena legata da tempo immemorabile alla propria terra; dall’altra i coloni bianchi che arrivano da oltre oceano e avanzano progressivamente, fino a costringere gli abitanti originari nelle riserve. Parole ormai diventate comuni come “colonialismo d’insediamento”, “coloni” e “popolo indigeno” funzionano dentro questa rappresentazione e ne ricevono una parte considerevole della loro forza.

Perché il paragone regga bisogna però immaginare anche una determinata Palestina precedente all’immigrazione ebraica moderna: una terra nella quale una popolazione locale omogenea vive sostanzialmente ferma da secoli, mentre gli ebrei appartengono ormai ad altre terre e vi ricompaiono come qualcosa di nuovo.

Basta guardare Gerusalemme per accorgersi che questa immagine comincia subito a complicarsi.

Gerusalemme è forse la sintesi più evidente della storia demografica della Palestina. I quartieri, le chiese, i conventi, le moschee, le sinagoghe e gli ospizi per pellegrini conservano ancora oggi le tracce di comunità arrivate da luoghi diversissimi. Armeni, greci, latini, siriaci, copti, etiopi; ebrei sefarditi e ashkenaziti e gruppi provenienti successivamente da altre diaspore; musulmani di differenti origini, pellegrini, religiosi, mercanti, funzionari. Alcune presenze attraversano molti secoli, altre si formano attraverso nuovi arrivi. Qualcuno viene per pregare e riparte, qualcuno rimane, fonda una famiglia e diventa parte della città.

Gerusalemme esercitava un’attrazione particolare proprio perché era Gerusalemme. Per cristiani, ebrei e musulmani non era una città qualunque e la sua capacità di attirare persone non comincia certamente nell’Ottocento. Quello che nella Città Santa si vede concentrato in pochi chilometri, nel resto della Palestina era disperso tra città, villaggi, tribù e comunità: popolazioni locali di antica presenza accanto a gruppi arrivati in epoche differenti, cristiani accanto a musulmani, comunità ebraiche accanto a nuovi immigrati, popolazioni progressivamente arabizzate e islamizzate accanto a immigrati egiziani, nordafricani, bosniaci, circassi, siriani e altri gruppi di provenienza ancora riconoscibile.

C’è poi un problema di categorie. Sotto l’Impero ottomano, spostarsi dalla Siria meridionale verso Gerusalemme o da una provincia all’altra non significava necessariamente attraversare una frontiera: era mobilità interna, non immigrazione nel senso che diamo oggi a questa parola. Non lasciava necessariamente statistiche migratorie. Riemerge nei documenti quando interviene l’amministrazione: rifugiati da reinsediare, disertori da recuperare, tribù da controllare, soldati e funzionari trasferiti, prigionieri da deportare.

Il Mandato britannico rende improvvisamente questi movimenti molto più visibili perché crea frontiere, permessi, categorie di ingresso, espulsioni e regolarizzazioni. E anche allora la statistica registra solo imperfettamente ciò che accade sul terreno. Melissa Brodsky, in un commento aggiunto successivamente al suo articolo, ricorda che nel solo 1931 le autorità britanniche regolarizzarono 1.580 persone che già vivevano illegalmente in Palestina, fra le quali 137 musulmani e 502 cristiani. L’anno successivo furono riconosciuti come immigrati altri 719 cristiani e 109 musulmani entrati senza autorizzazione o rimasti oltre il periodo consentito. Erano persone che prima si erano stabilite nel paese e solo dopo erano entrate nelle statistiche.

Questo aiuta a capire il valore del lungo articolo di Melissa Brodsky che riportiamo qui sotto. Brodsky è andata a cercare proprio ciò che normalmente scompare quando la popolazione viene ricondotta alle grandi categorie finali di “arabi”, “ebrei”, “musulmani”, “cristiani”: i luoghi, i documenti, le provenienze, i movimenti ancora riconoscibili prima che le generazioni successive li confondessero nella popolazione locale. Ed è soprattutto la concretezza del suo lavoro a renderlo interessante: mappe, registri ottomani, documenti britannici, villaggi, famiglie, lavoratori, rifugiati e comunità insediate in punti precisi del territorio.

Chi erano gli arabi di Palestina? Migrazioni, insediamenti e la formazione di una popolazione moderna

di Melissa Brodsky
(The Lioness Writes, 24 agosto 2026 — traduzione italiana)

Tutto è cominciato con questo video di Melanie Phillips. E improvvisamente mi sono ritrovata a scavare tra documenti ottomani, documenti del governo britannico, vecchie mappe, censimenti, dibattiti parlamentari, registri d’immigrazione, studi accademici e altri video, cercando di capire a cosa si riferisse.

E, accidenti, ho trovato moltissimo materiale.

Quello che era iniziato con un singolo video si è trasformato in una storia molto più vasta di quanto mi aspettassi: egiziani, haurani, bosniaci, algerini, circassi, sudanesi, rifugiati politici siriani, combattenti stranieri, programmi ottomani di reinsediamento e persino la storia di Akko come colonia penale compaiono tutti nei documenti.

Negli anni precedenti all’invasione della Palestina ottomana da parte dell’Egitto nel 1831, migliaia di contadini egiziani stavano già attraversando il confine.

Fuggivano dal governo di Muhammad Ali, sotto il quale l’elevata pressione fiscale, il lavoro obbligatorio e la coscrizione militare avevano reso la fuga uno dei modi per sottrarsi allo Stato. La corrispondenza conservata negli Archivi Reali d’Egitto colloca fuggiaschi egiziani nei distretti di Gerusalemme, Nablus e Gaza. Un documento ottomano datato 24 dicembre 1831 quantifica in circa 6.000 coloro che erano fuggiti nella Siria ottomana. Muhammad Ali ne chiedeva la restituzione, mentre Abdullah Pasha, il potente governatore con sede ad Akko, si opponeva ai suoi tentativi di recuperarli.

La disputa divenne una delle questioni che alimentarono il confronto tra Muhammad Ali e Abdullah Pasha e la successiva invasione egiziana. L’esercito di Ibrahim Pasha conquistò Palestina e Siria, inaugurando quasi un decennio di dominio egiziano e provocando un ulteriore movimento verso nord di soldati, amministratori, lavoratori, commercianti, personale di supporto militare e famiglie. Quando le forze egiziane si ritirarono nel 1840-41, non tutti coloro che nel frattempo vi avevano costruito una vita partirono con loro.

Ed è qui che la storia demografica diventa molto più ampia di una singola migrazione. La Palestina si trovava tra Egitto, Siria, Arabia e Mediterraneo, all’interno di un Impero ottomano che spostava continuamente soldati, rifugiati, prigionieri, funzionari e comunità sfollate attraverso distanze enormi. Le persone arrivavano attraverso conquiste, lavoro, pellegrinaggi, schiavitù, esilio politico e reinsediamenti decisi dal governo. Gruppi tribali attraversavano i confini alla ricerca di nuovi pascoli. Ai rifugiati venivano assegnate terre. I fuggiaschi politici oltrepassavano le frontiere. I governi stabilivano deliberatamente comunità nei luoghi in cui desideravano insediarle.

Quando la Gran Bretagna cominciò a censire formalmente gli abitanti della Palestina dopo la Prima guerra mondiale, generazioni di queste famiglie erano già state assorbite nella popolazione arabofona. Ma i documenti più antichi ne conservano ancora le origini.

Le comunità egiziane non scomparvero

La presenza egiziana rimase visibile molto tempo dopo il ritiro dell’esercito di Ibrahim Pasha. Comunità egiziane si svilupparono intorno a Gaza, Giaffa, nella pianura costiera e in altre aree, e osservatori dell’Ottocento continuavano ancora a identificarle come egiziane. Una carta dell’Ammiragliato britannico di Giaffa del 1863 è particolarmente significativa perché indica un insediamento fuori dalla città semplicemente come “Egyptian Village”, “Villaggio egiziano”. La carta non stava ricostruendo qualche antica migrazione. I cartografi britannici stavano indicando una comunità che potevano osservare.

Philip Baldensperger, nato a Gerusalemme nel 1856 e in seguito collaboratore del Palestine Exploration Fund, descrisse comunità come Zarnuqa e Qubeiba come di origine egiziana. I fellahin circostanti — contadini e abitanti dei villaggi agricoli di lingua araba — continuavano a chiamarne gli abitanti Masriyyin, cioè egiziani. Decenni dopo la fine del dominio egiziano, i villaggi vicini ricordavano ancora chi fosse arrivato dall’Egitto.

Giaffa conservò particolarmente bene questa storia perché i nuovi arrivati crearono delle saknāt, insediamenti residenziali o quartieri al di fuori della città vecchia. La migrazione egiziana continuò anche durante il Mandato britannico. I registri d’immigrazione comprendono il caso di un lavoratore egiziano chiamato Sayed, entrato ad Haifa nel 1931, che trovò una serie di impieghi e vi rimase per anni. Quando le autorità cercarono di espellerlo, fece ricorso presentando lettere dei suoi datori di lavoro. Il suo fascicolo mostra il lato ordinario della migrazione: un uomo attraversa una frontiera perché c’è lavoro, si costruisce una vita e cerca di restare.

Il movimento egiziano si estese dunque attraverso periodi molto diversi. Vi furono contadini in fuga da Muhammad Ali prima della conquista, persone legate all’amministrazione e all’esercito egiziano dopo il 1831, comunità rimaste dopo il ritiro dell’Egitto e, successivamente, lavoratori attratti dall’economia palestinese in espansione. Quei diversi flussi finirono per confluire in una popolazione araba molto più ampia, ma i documenti continuano a distinguerli.

Anche gli africani entrarono a far parte della stessa popolazione

Il dominio egiziano e i commerci regionali portarono in Palestina anche popolazioni africane. Il Handbook of Palestine del governo britannico del 1922 descriveva una popolazione africana attorno alla bassa valle del Giordano e al Mar Morto e menzionava specificamente “un insediamento proveniente dal Sudan”. Altri africani raggiunsero la Palestina attraverso le reti schiavistiche che collegavano Africa, Arabia e Levante.

Giaffa ospitava una comunità conosciuta come Saknat al-Abid o Harat al-Abeed, espressione comunemente tradotta come “quartiere degli schiavi”. Le fonti storiche associano i suoi abitanti ad africani neri, compresi sudanesi la cui presenza era collegata al periodo egiziano. Baldensperger incontrò successivamente africani neri che vivevano tra le comunità egiziane di Giaffa e descrisse i diversi percorsi attraverso i quali vi erano giunti. Alcuni erano stati schiavi, alcuni erano stati liberati o erano fuggiti dalla schiavitù, altri erano arrivati attraverso le vie del pellegrinaggio ed erano rimasti.

Anche Gerusalemme disponeva di alloggi musulmani per pellegrini destinati a viaggiatori provenienti dal Sudan, dal Nord Africa, dall’India, dall’Afghanistan, da Bukhara e da altri luoghi. Il pellegrinaggio costituiva un’altra via attraverso la quale uno spostamento temporaneo poteva trasformarsi in un insediamento permanente. Un viaggiatore trovava lavoro, si sposava, rimaneva, cresceva dei figli e nel giro di alcune generazioni la lontana origine della famiglia poteva ridursi a poco più di un ricordo.

L’Impero ottomano reinsediava musulmani in Palestina

Il XIX secolo produsse enormi movimenti forzati di popolazione attraverso il territorio ottomano. L’espansione russa nel Caucaso espulse comunità musulmane, mentre l’avanzata europea nei Balcani ne costrinse altre alla fuga. La conquista francese del Nord Africa spinse musulmani algerini verso est. Il governo ottomano si trovò quindi a gestire enormi popolazioni di rifugiati proprio mentre cercava di rafforzare i territori vulnerabili, aumentare la produzione agricola e consolidare il controllo politico.

La Palestina fu uno dei luoghi nei quali queste popolazioni vennero insediate.

I circassi espulsi dal Caucaso furono stabiliti in varie zone del Levante, comprese le comunità di Kafr Kama e Rehaniya in Galilea. Il manuale britannico del 1922 descrive il sultano Abdul Hamid II mentre utilizzava l’insediamento dei rifugiati circassi come parte della politica imperiale. I circassi erano utili allo Stato come coloni agricoli e alcuni in seguito prestarono servizio nella Gendarmeria. Le loro comunità facevano parte di una più ampia strategia ottomana volta a collocare rifugiati musulmani nelle aree in cui il governo desiderava insediamenti affidabili e un più saldo controllo amministrativo.

I musulmani algerini costituiscono un altro esempio importante. Dopo l’inizio della conquista francese dell’Algeria nel 1830, rifugiati algerini migrarono nei territori ottomani e le autorità ottomane ne facilitarono l’insediamento in Palestina. Comunità algerine si stabilirono attorno a Safed e Tiberiade e in villaggi come Marus, Tulayl, al-Husayniyya, Dayshum, Ma’dhar, Kafr Sabt, Samakh, Awlam e Hawsha. Le ricerche su queste comunità hanno stimato circa 4.000 algerini musulmani in Palestina nel 1928 e oltre 6.000 nel 1948.

Il loro arrivo si inseriva inoltre in una presenza nordafricana più antica. Il manuale britannico faceva risalire la migrazione maghrebina, cioè nordafricana, verso Siria e Palestina al XVIII secolo, quando nordafricani potevano essere trovati tra la fanteria mercenaria dei pascià ottomani. Altri arrivarono come pellegrini, coloni religiosi e successivamente rifugiati. All’inizio del Mandato i funzionari britannici stimavano circa 1.900 Magharbeh in Galilea.

I villaggi algerini sono particolarmente significativi perché mostrano quanto rapidamente cambi il linguaggio della migrazione. Una comunità di rifugiati fondata nel XIX secolo poteva trasformarsi in un villaggio i cui figli e nipoti erano nati in Palestina. Nel XX secolo quei discendenti potevano essere contati come parte della popolazione araba locale, benché le circostanze dell’arrivo dei loro antenati fossero ancora ben documentate.

La colonia bosniaca di Cesarea

La storia bosniaca merita maggiore attenzione perché costituisce uno degli esempi più chiari di reinsediamento musulmano in Palestina assistito dal governo.

Dopo che l’Austria-Ungheria occupò la Bosnia-Erzegovina nel 1878, famiglie musulmane cominciarono a partire verso territori rimasti sotto dominio ottomano. Incertezza politica, coscrizione militare e timore di vivere sotto un’amministrazione imperiale cristiana contribuirono a un esodo musulmano bosniaco assai più vasto. Le autorità ottomane accolsero questi rifugiati e contribuirono a decidere dove alcuni di loro sarebbero stati insediati.

Circa 50 famiglie musulmane bosniache furono insediate a Qisarya, l’antica Cesarea, all’inizio degli anni 1880. Provenivano soprattutto dall’Erzegovina, comprese le aree attorno a Mostar, Trebinje, Stolac e Čapljina. Non si limitarono a inserirsi in una città araba già esistente. L’antica Cesarea era in gran parte ridotta a rovine e i nuovi arrivati costruirono una nuova comunità tra e attorno a quelle rovine.

Alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, i viaggiatori descrivevano solide case in pietra con tetti di tegole. I coloni bosniaci costruirono una moschea, magazzini e una scuola elementare maschile. Cesarea divenne un centro amministrativo per l’area circostante, mentre i coloni impiegavano fellahin arabi dei dintorni, commerciavano con i villaggi vicini e si integravano sempre più nel mondo sociale circostante.

L’insediamento bosniaco non si limitò interamente a Cesarea. Gli studi sul reinsediamento dei rifugiati ottomani individuano famiglie bosniache anche a Yanun, nel distretto di Nablus, e Rummana, nel distretto di Jenin, mentre famiglie circasse, turche e provenienti da altre zone dei Balcani entrarono in alcune delle medesime reti d’insediamento.

L’identità bosniaca è tuttora riconoscibile in alcuni cognomi. Bushnaq, cognome levantino derivato da Bosniak o Bosnian, continuò a indicare l’origine bosniaca anche quando le famiglie divennero arabofone e si integrarono nella società circostante. L’Institute for Palestine Studies descrive i bosniaci di Cesarea come persone che finirono per diventare parte integrante del popolo palestinese.

La loro identità palestinese si sviluppò in Palestina. La loro migrazione bosniaca rimase parte della loro storia.

Tribù arabe continuarono ad arrivare anche dopo la Prima guerra mondiale

Il crollo dell’Impero ottomano non pose fine ai movimenti di popolazione. Il primo censimento britannico della Palestina registra esplicitamente una migrazione tribale nella regione di Beersheba dall’Hegiaz e dalla Transgiordania meridionale dopo il 1914. L’Hegiaz è la regione occidentale della penisola arabica nella quale si trovano La Mecca e Medina, mentre la Transgiordania meridionale si trovava immediatamente a est della Palestina.

I funzionari britannici attribuirono questo movimento in parte alle piogge favorevoli nell’area di Beersheba e in parte alla pressione esercitata da tribù concorrenti a est del Giordano. Le autorità ottomane avevano stimato la popolazione tribale attorno a Beersheba in circa 55.000 persone nel 1914. In seguito i britannici stimarono la popolazione tribale meridionale in 72.898 persone, benché molte tribù beduine rifiutassero il normale censimento, costringendo i funzionari a ricorrere ai registri delle decime, alle stime amministrative e alle informazioni fornite dagli sceicchi tribali.

La prova utile non si ottiene semplicemente sottraendo questi due numeri imperfetti. Il responsabile del censimento registrò direttamente la migrazione dall’Hegiaz e dalla Transgiordania meridionale verso la Palestina negli anni immediatamente precedenti il primo censimento britannico. Il movimento delle tribù arabe attraverso i nuovi confini politici era ancora in corso proprio mentre i funzionari britannici cercavano di stabilire chi vivesse al loro interno.

Gli Haurani arrivavano per lavorare, e molti parteciparono alle violenze

L’espansione economica degli anni Trenta creò un’altra forte attrazione. I lavoratori arrivavano da nord, dall’Hauran, regione agricola comprendente la Siria meridionale e una parte dell’attuale Giordania settentrionale. La Palestina offriva salari e la manodopera haurana divenne sufficientemente comune da suscitare preoccupazione all’interno dell’amministrazione mandataria.

Nel 1935 la questione arrivò alla Commissione permanente dei Mandati della Società delle Nazioni. Lord Lugard sollevò la questione di un rapporto attribuito al governatore dell’Hauran secondo cui da 30.000 a 36.000 Haurani erano entrati in Palestina nei mesi precedenti e vi si erano stabiliti. I funzionari britannici respinsero quella stima ritenendola enormemente esagerata, ma la loro documentazione interna mostra quanto seriamente considerassero il fenomeno migratorio.

I fascicoli sopravvissuti comprendono documenti intitolati “Police: Deportation of Hauranis”, “Deportation of Hauranis” e un rapporto del Criminal Investigation Department, “Report on Hauranis in Palestine”. Nel gennaio 1937 il ministro delle Colonie William Ormsby-Gore ricevette un altro documento intitolato “Note on illegal Arab immigration into Palestine with particular reference to Hauranis”. Il rappresentante britannico presso la Società delle Nazioni spiegò che i controlli di frontiera erano stati rafforzati per impedire l’ingresso di persone che l’amministrazione definiva “indesiderabili”.

Poi, nel 1936, iniziò la Rivolta araba e gli Haurani comparvero in un altro gruppo di documenti britannici. Durante un dibattito alla Camera dei Comuni del 19 giugno, al Parlamento fu riferito che “una grande quantità delle sommosse più sanguinose” era compiuta da “Haurani selvaggi arrivati negli ultimi anni”. La formulazione è significativa perché collega direttamente una migrazione recente alla discussione britannica contemporanea sulla violenza. Lavoratori haurani avevano attraversato il confine verso la Palestina durante il boom economico, le autorità britanniche avevano aperto fascicoli di immigrazione ed espulsione riguardanti queste persone e alcuni dei nuovi arrivati furono successivamente identificati tra i partecipanti alla rivolta.

Ed è qui che migrazione economica e movimento politico cominciano a sovrapporsi. Le stesse vie che collegavano la Siria meridionale alla Palestina venivano percorse da lavoratori stagionali, migranti permanenti, rifugiati politici, armi e infine combattenti organizzati. Le autorità britanniche cercavano di controllare contemporaneamente tutti questi movimenti.

Akko era una città-prigione ottomana

Akko, chiamata Acre in molti documenti in lingua inglese, introduce un’altra forma di movimento di popolazione che merita molta più attenzione di quanta ne riceva abitualmente. Il governo ottomano utilizzò la città fortificata come luogo di detenzione ed esilio, compresi individui trasportati lì da altre parti dell’Impero.

La geografia di Akko la rendeva adatta a questo scopo. Era una città mediterranea pesantemente fortificata, lontana da Istanbul, circondata da mura e tristemente nota nel XIX secolo per malattie, scarsa igiene e difficili condizioni di vita. Gli studi storici descrivono Akko come una colonia penale ottomana, che ospitava criminali comuni, prigionieri politici e altre persone che il governo voleva isolare. I registri ottomani degli esili mostrano che non si trattava semplicemente di una reputazione attribuita successivamente alla città.

Un caso documentato risale al 1859. Il circasso Hüseyin Daim Pasha fu accusato di aver partecipato a un’organizzazione segreta che agiva contro il governo ottomano e condannato a morte. Il sultano Abdülmecid commutò la pena e ordinò che fosse trasferito ad Akko per la detenzione a vita. L’ordine stabiliva che rimanesse confinato all’interno della fortezza sotto sorveglianza e che non gli fosse permesso di uscire. La registrazione originale sopravvive nei Nefy ve Itlak Defterleri, i registri governativi ottomani degli esili e delle liberazioni.

La funzione penale di Akko continuò nel tempo. Discussioni parlamentari britanniche degli anni Novanta dell’Ottocento facevano riferimento a prigionieri politici ottomani detenuti a San Giovanni d’Acri. Le descrizioni storiche associavano alla popolazione carceraria assassini, briganti e agitatori politici inviati lì da diverse parti del territorio ottomano. Una persona poteva diventare un problema politico o criminale a centinaia di chilometri di distanza e finire imprigionata in Palestina.

Il più famoso degli esiliati arrivò nell’agosto 1868, quando le autorità ottomane deportarono Bahá’u’lláh, membri della sua famiglia e seguaci ad Akko. Era già stato costretto a lasciare l’Iran e aveva attraversato Baghdad, Costantinopoli e Adrianopoli prima che il governo ottomano scegliesse Akko come luogo definitivo di confino. Un rapporto diplomatico persiano del 20 novembre 1869 descriveva le restrizioni che gli impedivano di frequentare estranei o di lasciare il luogo nel quale era confinato.

Le condizioni di Akko rendevano l’esilio particolarmente duro. Le fonti descrivono acqua cattiva, sovraffollamento, malaria, dissenteria e altre malattie. Quasi tutti i membri del gruppo di Bahá’u’lláh si ammalarono poco dopo l’arrivo. La documentazione UNESCO riguardante la storia penale di Akko registra un altro episodio straordinario nel 1878, quando 86 prigionieri bulgari furono inviati in città e circa un terzo morì nel giro di circa un mese.

Quel particolare rivela cosa potesse significare essere trasferiti ad Akko. Lo Stato ottomano disponeva di una città in Palestina nella quale poteva inviare prigionieri, oppositori politici, dissidenti e altre persone che voleva allontanare da altre parti dell’Impero. Alcuni vi furono confinati a vita. Alcuni vi morirono. Alcuni prigionieri ed esiliati, una volta terminata la detenzione, rimasero nella regione circostante.

Akko appartiene quindi alla storia demografica oltre che a quella politica. La Palestina ottomana non riceveva soltanto agricoltori, commercianti e rifugiati. Una delle sue città faceva parte di un sistema imperiale che trasferiva fisicamente persone indesiderate per grandi distanze e le confinava in quel luogo.

Rifugiati politici arrivavano dalla Siria

Gli sconvolgimenti politici in Siria produssero un altro flusso durante gli anni del Mandato. Nel febbraio 1936 la Camera dei Comuni britannica discusse apertamente dei rifugiati politici siriani che entravano in Palestina e Transgiordania per sfuggire alla repressione francese. Il ministro delle Colonie J.H. Thomas confermò che gli accordi di estradizione in vigore proteggevano le persone accusate di reati politici.

Un rifugiato politico siriano era già diventato enormemente influente in Palestina.

Izz al-Din al-Qassam era nato a Jableh, in Siria. Aveva partecipato alla resistenza armata prima di fuggire dal dominio francese e infine stabilirsi ad Haifa. La Commissione reale britannica sulla Palestina del 1937 lo descrisse esplicitamente come un “rifugiato politico dalla Siria”.

Al-Qassam raccolse seguaci tra i lavoratori e i musulmani più poveri di Haifa e dintorni, predicò il jihad e organizzò cellule armate clandestine. Nel 1935 lui e i suoi seguaci si erano orientati verso la rivolta armata. La polizia britannica seguì il gruppo e infine circondò al-Qassam e alcuni suoi seguaci nei pressi di Jenin nel novembre 1935. Fu ucciso nello scontro che ne seguì.

La sua morte lo rese un potente simbolo e contribuì a ispirare la rivolta successiva. Un uomo destinato a diventare una delle figure formative del nazionalismo armato palestinese era entrato in Palestina dopo attività rivoluzionarie in Siria ed era descritto dal governo incaricato di indagare sui successivi disordini come un rifugiato politico siriano.

Non fu l’unico rivoluzionario la cui carriera politica attraversò i confini della Palestina.

Combattenti arabi stranieri parteciparono alla rivolta

Quando la Rivolta araba si ampliò nel 1936, Fawzi al-Qawuqji entrò in Palestina alla guida di una forza organizzata di volontari provenienti dall’esterno. Al-Qawuqji era nato a Tripoli, nella Siria ottomana, aveva prestato servizio come ufficiale dell’esercito ottomano e aveva partecipato ai combattimenti rivoluzionari contro i francesi in Siria. Prima di entrare in Palestina, la sua carriera militare e politica lo aveva già condotto attraverso varie parti del mondo arabo.

Le sue forze comprendevano siriani, iracheni, drusi e altri volontari arabi. Questi uomini attraversarono il confine con la Palestina per prendere parte a un conflitto armato già in corso. Il diplomatico tedesco Fritz Grobba incontrò al-Qawuqji mentre comandava le forze insurrezionali e produsse un rapporto di nove pagine che è tuttora conservato negli Archivi federali tedeschi.

Anche le autorità francesi e siriane osservavano lo stesso movimento dall’altro lato della frontiera. Nell’ottobre 1937 il primo ministro siriano Jamil Mardam annunciò provvedimenti contro l’immigrazione clandestina e il contrabbando di armi attraverso il confine siro-palestinese, dopo che l’Alto Commissario francese Damien de Martel aveva esercitato pressioni sulla Siria affinché fermasse le attività che alimentavano la ribellione. Le cronache contemporanee descrivevano armi acquistate a Damasco e uomini organizzati per attraversare il confine con la Palestina.

A quel punto le vie provenienti dalla Siria trasportavano contemporaneamente diverse categorie di persone. Lavoratori haurani cercavano occupazione, commercianti si dirigevano verso l’economia palestinese in crescita, rifugiati politici fuggivano dal dominio francese, rivoluzionari si organizzavano e volontari armati attraversavano il confine per combattere.

“Indesiderabile” era un termine amministrativo

La descrizione di alcuni migranti come “indesiderabili” non fu inventata da autori posteriori. Compare nel linguaggio amministrativo dell’epoca.

Il sistema britannico sull’immigrazione prevedeva disposizioni riguardanti persone considerate “politicamente indesiderabili”. Gli stranieri condannati per reati gravi potevano essere esclusi, così come coloro che erano considerati pericolosi per l’ordine pubblico. Le ricerche di Lauren Banko negli archivi dell’immigrazione e della polizia mandataria documentano funzionari alle prese con comunisti, agitatori politici, criminali, persone di passaggio, lavoratori migranti e altri stranieri considerati indesiderati.

La controversia haurana produsse la stessa terminologia quando la Gran Bretagna illustrò alla Società delle Nazioni il rafforzamento dei controlli di frontiera. Il governo si trovava contemporaneamente ad affrontare lavoratori entrati senza autorizzazione, fuggiaschi politici, esclusioni per ragioni criminali, procedure di espulsione e minacce alla sicurezza.

Questo linguaggio amministrativo va compreso esattamente nel modo in cui veniva usato. “Indesiderabile” era una classificazione governativa applicata a categorie di persone che i funzionari intendevano escludere o rimuovere. Il sistema penale ottomano di Akko apparteneva a un precedente sistema di esilio e detenzione, mentre le autorità mandatarie svilupparono strumenti di immigrazione, espulsione e sicurezza per controllare i nuovi arrivati. Entrambi i sistemi hanno lasciato documenti che mostrano persone giunte in Palestina in conseguenza di circostanze originatesi altrove.

Un dettaglio, escluso dalla versione pubblicata e poi restituito da Brodsky stessa nei commenti, chiarisce quanto quel confine tra “immigrazione registrata” e “immigrazione reale” fosse permeabile: nel 1931 il governo mandatario regolarizzò 1.580 persone che vivevano illegalmente in Palestina, tra cui 137 musulmani e 502 cristiani; nel 1932 furono registrati come immigrati altri 719 cristiani e 109 musulmani entrati senza autorizzazione o rimasti oltre il periodo consentito. Persone che erano entrate senza permesso, o arrivate come viaggiatori e semplicemente rimaste, venivano in seguito ammesse in modo permanente perché si erano già stabilite. I numeri ufficiali dell’immigrazione, insomma, rappresentano un minimo documentato — non l’insieme di chi arrivò davvero e restò.

La popolazione era ancora in formazione

Nel XX secolo tutte queste storie stavano convergendo. I villaggi egiziani esistevano ormai da abbastanza tempo perché le loro origini fossero diventate storia familiare. Sudanesi e altri africani avevano discendenti che crescevano all’interno di comunità arabofone. Rifugiati algerini avevano fondato villaggi in tutta la Galilea. Musulmani bosniaci avevano ricostruito Cesarea e stavano diventando parte della popolazione circostante. I circassi avevano fondato comunità permanenti. Tribù arabe avevano attraversato il confine provenendo dall’Hegiaz e dalla Transgiordania. Lavoratori haurani scendevano dalla Siria. Lavoratori egiziani arrivavano ad Haifa. Rifugiati politici siriani costruivano movimenti, mentre in seguito combattenti arabi stranieri attraversavano gli stessi confini durante la rivolta.

Queste persone non rimasero per sempre separate secondo le etichette utilizzate nei rapporti governativi del XIX secolo. Le famiglie si sposarono fra loro. Nacquero bambini. L’arabo divenne la lingua comune di comunità con storie molto differenti. Il nipote dell’egiziano poteva essere nato sul posto. La nipote del rifugiato bosniaco poteva crescere senza conoscere altra patria. Un villaggio algerino poteva ormai trovarsi a diverse generazioni di distanza dall’Algeria. Il lavoratore haurano poteva stabilirsi invece di tornare in Siria.

L’identità nazionale che alla fine riunì queste famiglie si sviluppò all’interno di una popolazione che era già antica, mista, mobile e stratificata. Alcune famiglie avevano radici profonde in determinate città e villaggi. Altre erano arrivate nel corso delle generazioni più recenti. Altre ancora portavano con sé entrambe le storie attraverso i matrimoni misti.

La documentazione storica conserva questi diversi strati anche quando il linguaggio politico cessa di nominarli.

Le mura di Akko sono ancora lì

Akko è forse il promemoria più tangibile di quanto della storia delle popolazioni scompaia quando il passato viene forzato dentro le categorie del presente. Le sue mura si ergono ancora sul Mediterraneo. Al loro interno si trova la città nella quale il governo ottomano confinava persone trasferite da altre parti dell’Impero, tra cui criminali, prigionieri politici e dissidenti religiosi. Ottantasei prigionieri bulgari arrivarono lì nel 1878 e circa un terzo di loro morì nel giro di un mese. Hüseyin Daim Pasha era stato condannato a trascorrervi il resto della vita. Bahá’u’lláh vi arrivò in esilio nel 1868.

Alcune ore più a sud, le carte del XIX secolo indicavano un villaggio egiziano fuori da Giaffa. In Galilea, rifugiati algerini fondavano comunità dopo essere fuggiti dalla conquista francese, mentre circassi espulsi dal Caucaso costruivano villaggi nell’ambito della politica ottomana di reinsediamento. A Cesarea, musulmani bosniaci costruivano case in pietra, una moschea e una scuola tra le antiche rovine. Nel sud, tribù continuavano ad arrivare dall’Hegiaz e dalla Transgiordania dopo la Prima guerra mondiale. Negli anni Trenta, la polizia britannica apriva fascicoli per l’espulsione degli Haurani mentre rifugiati politici siriani e combattenti arabi stranieri diventavano parte della rivolta.

Non si trattava di curiosità isolate disseminate all’interno di una popolazione altrimenti immobile. Erano parte della normale storia di un territorio situato tra imperi, vie commerciali, itinerari di pellegrinaggio, guerre e frontiere mutevoli. La Palestina ricevette persone perché l’Egitto sottoponeva i contadini a coercizione, la Russia espelleva musulmani dal Caucaso, la Francia aveva conquistato Algeria e Siria, l’Austria-Ungheria aveva occupato la Bosnia, le autorità ottomane reinsediavano rifugiati, i lavoratori inseguivano salari, le tribù cercavano terre e acqua, i fuggiaschi politici scappavano dai governi e gli imperi avevano bisogno di luoghi lontani nei quali inviare i prigionieri.

Nel corso delle generazioni, i nuovi arrivati divennero vicini, poi abitanti del luogo, poi antenati.

Ed è per questo che i vecchi documenti sono tanto importanti. Furono scritti prima che le successive narrazioni nazionali avessero ragioni per semplificare la popolazione. Un funzionario ottomano che scriveva un ordine di esilio non aveva alcun motivo per prevedere l’odierno dibattito sulle origini palestinesi. Un cartografo britannico che indicava un “Villaggio egiziano” non stava partecipando a una disputa identitaria del XXI secolo. Un responsabile del censimento che registrava l’arrivo di tribù dall’Hegiaz e dalla Transgiordania stava descrivendo un movimento che aveva appena osservato. Un poliziotto che apriva un fascicolo intitolato “Deportation of Hauranis” cercava di amministrare persone che si trovavano concretamente davanti a lui.

Lo stesso vale per la colonia bosniaca di Cesarea, i villaggi algerini della Galilea, l’insediamento sudanese registrato dal governo britannico, i fuggiaschi egiziani dei quali Muhammad Ali chiedeva la restituzione, il rifugiato politico siriano chiamato al-Qassam e i combattenti stranieri che attraversarono il confine sotto il comando di al-Qawuqji.

Gli individui che finirono per costituire gli arabi palestinesi non arrivarono attraverso un’unica migrazione e non discendevano da un’unica linea di popolazione ininterrotta. La loro storia comprende famiglie radicate nella terra da secoli accanto a famiglie formatesi attraverso gli enormi movimenti di popolazione che l’attraversarono ripetutamente.

Queste migrazioni non rendono meno reali i loro discendenti. Rendono la loro storia più completa.

E lasciano un problema a qualsiasi versione del passato che dipenda dalla loro dimenticanza: i governi che videro arrivare queste persone ne lasciarono testimonianza scritta.

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Osservazioni finali

Dopo l’articolo della Brodsky, anche la parola “arabi” appare meno semplice di quanto sembri. Nella popolazione della Palestina confluirono gruppi già arabofoni e altri che non erano affatto arabi all’origine. Nel tempo la lingua araba e, per molti, la comune appartenenza islamica favorirono l’integrazione. Una provenienza esterna poteva sopravvivere nel cognome o nella memoria familiare quando la famiglia era ormai pienamente parte del luogo.

È uno dei modi attraverso cui si formò la popolazione che nel Novecento avrebbe assunto un’identità nazionale palestinese. Non occorre per questo immaginare una grande migrazione dalla Penisola Arabica che abbia sostituito gli abitanti precedenti: l’arabizzazione del Levante fu anche un processo linguistico, religioso e culturale capace di trasformare popolazioni già presenti e di incorporarne altre arrivate successivamente. I movimenti dall’Arabia continuarono comunque a esistere, come mostrano ancora i documenti britannici relativi all’Hegiaz e alla Transgiordania.

È qui che emerge un problema nel modo in cui viene raccontata l’immigrazione ebraica. Se una provenienza esterna può diventare nel corso delle generazioni parte della storia palestinese, perché la provenienza dalla diaspora dovrebbe rendere un ebreo permanentemente estraneo alla stessa terra? Un cognome come Bushnaq o Hourani può conservare la memoria di un’origine lontana senza mettere in discussione l’appartenenza palestinese dei discendenti; nel caso ebraico, invece, proprio la provenienza viene spesso utilizzata come prova dell’estraneità.

Il confronto con la colonizzazione europea dell’America comincia qui a perdere consistenza. Gli ebrei non erano scomparsi dalla Palestina: comunità continuarono a vivere soprattutto a Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade, mentre altri gruppi arrivavano molto prima della nascita del sionismo politico. L’immigrazione più consistente tra Ottocento e Novecento si innestò su questa presenza e su un rapporto con la terra che la diaspora aveva continuato a conservare.

Gerusalemme occupa in questo rapporto un posto particolare. Per un ebreo che viveva da generazioni a Varsavia, Sana’a, Baghdad o Livorno Gerusalemme è una città nominata mille e mille volte nelle preghiere, nella liturgia e nelle festività. Certo, poi, chi arrivava chi arrivava portava con sé la propria storia di origine ma non arrivava in un luogo con il quale non era in relazione profonda da tutta la vita.

Il sionismo trasformò progressivamente questa corrente migratoria in un progetto nazionale organizzato, con caratteristiche politiche nuove e con una capacità di insediamento crescente. Proprio per questo la sua storia va studiata per ciò che fu, senza ricondurla automaticamente allo schema dei coloni europei che incontrano una popolazione indigena rimasta isolata e immobile fino al loro arrivo. La Palestina ottomana e mandataria che emerge dai documenti era già una società di continuità e movimento, nella quale comunità antiche convivevano con nuovi arrivati e le appartenenze si formavano nel tempo.

C’è infine un paradosso che riporta il discorso alle origini stesse del nome Palestina. Una parte della narrativa nazionale palestinese vuole che l’ascendenza dei palestinesi arrivino fino ai filistei nominati nella Bibbia, in un’era remota precedente agli israeliti. Vogliono dimostrare che i palestinesi sono già stati vittime in epoche remote dello stesso popol. Le ricerche archeologiche e genetiche raccontano però dei Filistei una storia piuttosto scomoda per chi sostiene queste teorie. Le analisi del DNA dei resti di Ashkelon hanno individuato, all’inizio dell’età del Ferro, una componente genetica collegata all’Europa meridionale e al mondo egeo. I filistei erano originari da Creta, Cipro e dalle isole greche, erano -se volgiamo tenere queste categorie- bianchi europei. Dopo qualche generazione non si distinguono dalle altre popolazioni levantine. C’è però un punto quasi ironico: i filistei (Peleshtim) hanno il nome che gli ebrei hanno dato loro nella Bibbia, non si ricorda come loro chiamassero sé stessi ma solo che gli ebrei li chiamavano. “stranieri” o addirittura “invasori”. Senza forzare troppo questa interpretazione è interessante che proprio una popolazione talvolta scelta come simbolo di una continuità autoctona remotissima compaia nella storia come il risultato di un arrivo, di un insediamento e di una rapida integrazione con chi viveva sulla costa levantina. Per loro comunque è stata conservata la prospettiva ebraica di questo popolo non originario del Levante.

La Palestina che emerge da questa storia non è quella di popolazioni rimaste identiche a se stesse per millenni. È una terra nella quale continuità antiche e nuovi arrivi si sono continuamente intrecciati, fino a trasformare provenienze diverse in appartenenze locali. In questo senso il titolo non è soltanto un paradosso: è davvero la terra che rende palestinesi.


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