Quando il metodo cede al consenso

Il caso Pappé e la crisi silenziosa
delle istituzioni del sapere

Chi discute anche solo occasionalmente di Israele sui social lo conosce fin troppo bene, questo scenario: nella conversazione con un interlocutore schierato dalla parte palestinese arriva, prima o poi, il nome di Ilan Pappé — spesso l’unico storico che quella persona abbia mai letto per intero, brandito come prova definitiva. Chi sta dalla parte opposta, di solito, non lo conosce affatto nel merito: sente solo il nome, gli si accappona la pelle, e si ritira con una battuta o una faccina che ride, senza sapere bene perché dovrebbe controbattere. Sarebbe onesto ammetterlo da entrambi i lati: pochi, tra chi lo cita e chi lo detesta, hanno davvero letto le sue opere con l’attenzione che meritano — nel bene e nel male.

C’è, in questo meccanismo, un dettaglio che vale la pena isolare prima ancora di entrare nel merito storiografico: perché conta tanto che a dirlo sia proprio uno storico israeliano? La frase “anche gli storici israeliani ammettono” ricorre ovunque, e la nazionalità dell’autore non è un dettaglio accessorio dell’argomento — ne è parte integrante. Detta da un israeliano, un’affermazione sfavorevole a Israele smette di suonare come una tesi da vagliare e comincia a suonare come una confessione, con tutto il peso probatorio che una confessione porta con sé. È un meccanismo retorico che funziona a senso unico: uno storico ebreo o israeliano che conferma la cornice già data viene accolto con clamore, come prova che “persino uno di loro” lo ammette; qualunque altro storico ebreo o israeliano che quella cornice la contesta — Anita Shapira, lo stesso Morris quando corregge le proprie tesi in senso opposto, decine di altri meno noti al grande pubblico — viene invece scartato a priori, bollato come voce interna a un’ideologia sionista giudicata per definizione incapace di giudicare sé stessa. Non è un caso isolato di doppio standard: è la stessa logica di conferma del pregiudizio che ritroveremo, più avanti, nel modo in cui si maneggiano le fonti storiche — solo spostata dal documento d’archivio alla persona dello storico, selezionato o scartato non in base al valore del suo lavoro, ma in base a quanto conferma ciò che si voleva sentir dire.

Il fenomeno è talmente riconoscibile che nel dibattito online israeliano e filoisraeliano ha guadagnato un’etichetta ironica, “AsAJew” — dalla formula con cui certi opinionisti aprono i propri interventi (“as a Jew, I…”) per dare peso identitario a una tesi che, guarda caso, coincide quasi sempre con la lettura più ostile a Israele in circolazione. Non è un’invenzione da social: la stessa logica ha un suo equivalente pubblico anche in Italia, dove personaggi come Moni Ovadia trovano un palcoscenico mediatico sproporzionato rispetto al loro peso specifico come voci ebraiche proprio perché critici di Israele — la loro appartenenza non viene presentata come un punto di vista tra i tanti, ma come una sorta di autorizzazione morale a dire ciò che, detto da chiunque altro, susciterebbe più cautela. Pappé non ricorre esplicitamente a questa retorica — la sua legittimazione dichiarata è metodologica, non identitaria — ma nell’uso che se ne fa pubblicamente (“anche uno storico israeliano lo ammette”) viene trattato esattamente allo stesso modo: come testimone-chiave chiamato a deporre contro la propria stessa comunità.

Vale la pena allora fare, una volta per tutte, il lavoro che di solito manca a entrambe le parti: chi è davvero Ilan Pappé, storico israeliano oggi all’Università di Exeter dopo essere uscito da quella di Haifa, diventato negli ultimi vent’anni il volto più noto — e più controverso — dei cosiddetti “New Historians”. È il gruppo di studiosi che, a partire dagli anni Ottanta, ha riletto la storia del 1948 grazie all’accesso agli archivi israeliani via via desecretati, correggendo non poche zone d’ombra di una storiografia fino ad allora piuttosto agiografica verso lo Stato nascente.

Tra le difese ricorrenti a chi critica il suo modo di usare e interpretare le fonti, ce n’è una che a ben guardare è abbastanza paradossale: Pappé applica a Israele il metodo che va usato per le potenze coloniali. Prima ancora di iniziare lo studio, cioè, Israele va guardato con un’ottica che rivela già, di fatto, un pregiudizio. Presuppone come già acquisito ciò che una ricerca storica seria dovrebbe, semmai, dimostrare o confutare — cioè che Israele sia, appunto, una “potenza coloniale”. Se lo è per definizione fin dall’inizio, allora ogni fonte israeliana va letta con sospetto sistematico, come l’archivio di un’amministrazione coloniale che occulta e mente. Ma è proprio qui che il presupposto si scontra con un fatto verificabile, e piuttosto scomodo per chi lo sostiene: le amministrazioni coloniali, per definizione, non aprono i propri archivi al vaglio critico di chi le studia — li tengono chiusi, li filtrano, li distruggono. Israele ha fatto l’esatto contrario: ha reso pubbliche, dopo alcuni decenni, ampie porzioni dei propri archivi di Stato, militari e diplomatici — ed è precisamente questa apertura ad aver reso possibile il lavoro dei New Historians, Pappé compreso. Gli archivi corrispondenti dei paesi arabi coinvolti nel 1948 sono rimasti, nella grande maggioranza dei casi, chiusi o assai meno accessibili. Il paradosso è quindi doppio: non solo il framework coloniale viene assunto invece che dimostrato, ma viene assunto proprio nei confronti dell’unica parte in causa che si è resa trasparente — mentre la controparte, non aprendo i propri archivi, resta sottratta allo stesso tipo di verifica e quindi, curiosamente, anche allo stesso tipo di sospetto. Se non lo è — o se è una tesi tra le altre, tutta da verificare — allora quel presupposto andrebbe dichiarato e argomentato, non incorporato silenziosamente nel metodo come se fosse già un fatto.

Una frattura interna, non tra “sionisti” e “antisionisti”

Prendiamo come spunto uno dei passaggi più incisivi della ricerca di Pappé: i profughi palestinesi del 1948. Pappé ha sostenuto fin da subito la responsabilità esclusiva israeliana, come esito di un piano deliberato di espulsione. Lo stesso gruppo di storici a cui appartiene — quello in cui si collocano anche Morris e Segev — distribuiva invece le responsabilità dell’espulsione degli arabi tra le parti coinvolte.

Il punto che sorprende, a guardare da vicino, è che Pappé non viene criticato dall’establishment israeliano, ma dagli stessi storici a lui più vicini: Benny Morris, Avi Shlaim e Tom Segev condividevano con lui l’impianto di fondo — usare gli archivi israeliani per correggere una storiografia troppo clemente, se non addirittura agiografica, di quel periodo storico.

Con la Seconda Intifada, nel 2000, quella divergenza interpretativa diventa rottura personale e istituzionale. È significativo — e va detto per onestà, perché complica ogni lettura tribale del caso — che anche Morris si sia spostato su posizioni sempre più dure, arrivando a rimpiangere pubblicamente che l’espulsione del 1948 non fosse stata più completa. I “New Historians” non sono mai stati un blocco compatto: si sono divisi, e proprio quella divisione interna è la prova migliore che il dissenso su Pappé non è una guerra di trincea tra fazioni politiche precostituite, ma un problema che riguarda il metodo con cui ciascuno di loro ha maneggiato le stesse fonti.

Ed è precisamente su questo terreno — il metodo — che Pappé riceve le critiche più dure, e non da avversari ideologici di comodo. È lo stesso Morris a liquidare il suo lavoro come “ideologia travestita da storia”. Gli si contesta, in particolare, l’uso selettivo di alcuni documenti — i verbali del cosiddetto “Comitato Trasferimenti”, la cui autenticità altri storici mettono in dubbio — trattati come rivelatori quando confermano la tesi, e la tendenza a costruire narrazioni nette, senza le complessità che infatti gli stessi New Historians a lui più vicini riconoscono.

Il vero problema non è Pappé

Sarebbe un errore, però, ridurre tutto questo a una disputa erudita su un singolo storico, per quanto influente. Il caso Pappé è utile proprio perché è un caso di scuola — nel senso letterale: rende visibile con chiarezza inusuale un meccanismo che si sta riproducendo, silenziosamente, in interi settori del sapere accademico contemporaneo.

Il meccanismo è questo: un framework interpretativo — che sia il “colonialismo di insediamento”, una teoria di genere, o qualunque altra cornice — smette di funzionare come ipotesi sottoposta a verifica, ed diventa presupposizione non negoziabile. A quel punto le fonti che lo confermano vengono accolte, quelle che lo complicano vengono aggirate o la loro autenticità contestata solo quando serve. Non è necessariamente disonestà cosciente: è quello che si potrebbe chiamare un bias di conferma strutturale, incorporato nel metodo stesso di un intero campo di studi, non solo nella testa di un singolo ricercatore.

Come si arriva, però, a un punto in cui un intero settore accademico smette di accorgersene? Non per complotto, ma per un concorso di meccanismi, tutti osservabili e nessuno, preso da solo, scandaloso.

Primo: la concentrazione degli interessi. In ogni comunità accademica il controllo di qualità non è mai esercitato da tutti, ma da pochi nodi strutturali: comitati di reclutamento, comitati editoriali delle riviste, commissioni che assegnano tesi e fondi di ricerca. Vale la pena avere un’idea concreta delle dimensioni in gioco, perché raramente chi è fuori dall’accademia lo sa: un dipartimento umanistico di un ateneo di medie dimensioni conta in genere tra i venti e i quaranta professori strutturati, a cui si affianca una platea assai più numerosa di dottorandi, assegnisti e ricercatori a contratto — l’esercito di collaboratori il cui futuro dipende, anno dopo anno, dal giudizio di chi sta sopra di loro, e che per questo hanno tutte le ragioni per non esporsi mai. Ma le decisioni che contano davvero — chi vince un concorso, chi viene pubblicato, chi ottiene una borsa — passano quasi sempre nelle mani di commissioni ristrette, spesso non più di tre o cinque persone alla volta. Sono poche decine di persone, per ogni sottocampo, a decidere chi entra, chi pubblica, chi viene finanziato — ed è così anche in condizioni del tutto sane, perché qualcuno deve pur giudicare. Il problema comincia quando, tra i molti studiosi che compongono un campo, un piccolo gruppo condivide un’agenda esplicita e ha un interesse molto forte a occupare proprio quei pochi nodi decisionali, mentre la maggioranza — impegnata semplicemente a fare il proprio lavoro, senza un progetto comune da difendere — non ha lo stesso motivo per candidarsi, presenziare alle riunioni, scrivere le linee guida. Non serve immaginare una cospirazione: basta la differenza tra chi ha un obiettivo dichiarato e organizzato e chi, semplicemente, non ne ha uno. È lo stesso meccanismo per cui, in tante organizzazioni — non solo accademiche — un piccolo comitato molto motivato riesce a orientare decisioni che riguardano centinaia di persone indifferenti: non perché sia più forte, ma perché è l’unico ad essersi presentato.

Il meccanismo si rafforza ulteriormente quando, tra quei pochi nodi, siede una figura dotata di carisma personale oltre che di potere formale — il professore che ha fondato il dipartimento, il “senior” che tutti citano, quello la cui parola pesa più di un voto in commissione perché nessuno vuole essere ricordato come colui che gli si è opposto, e chissà, magari è anche quello che è in grado di reperire finanziamenti per progetti che altri dipartimenti si sognano. Il carisma, in questi ambienti, si nutre spesso di credenziali che nessun altro può vantare: si pensi a un docente che abbia trascorso anni di formazione in un paese come l’Iran, spendibili come autorità esperta ineguagliabile su tutta l’area mediorientale — a prescindere dal fatto che quella stessa formazione sia avvenuta dentro un sistema il cui apparato ufficiale definisce da decenni Stati Uniti e Israele, letteralmente, il grande e il piccolo Satana. Nessuno chiede conto di quale sguardo sul mondo si sia assorbito insieme alla lingua e ai testi studiati in un simile contesto: la credenziale esotica funziona da sola, come lasciapassare, indipendentemente dal contenuto ideologico che porta silenziosamente con sé. Nel caso di Pappé, è la stessa agenda decolonialista e antisionista — che negli ultimi decenni ha guadagnato peso crescente nei Middle East Studies anglosassoni — ad avere tutto l’interesse a promuovere proprio i lavori che confermano quella cornice interpretativa. Ed è lo stesso motivo per cui, come si è visto, un autore ebreo o israeliano conforme a quell’agenda viene promosso e citato con un’intensità sproporzionata rispetto al valore intrinseco del suo lavoro: la sua appartenenza rende la tesi già condivisa ancora più spendibile pubblicamente.

Secondo: l’omofilia nel reclutamento. Una volta occupati quei nodi, si inizia a filtrare ciò che è conforme da ciò che non lo è rispetto agli obiettivi che quel gruppo si prefigge di raggiungere. In una facoltà che si occupa, ad esempio, di studi sul Medio Oriente, questo significa che alcune tesi, persone, progetti vengono favoriti e altri no. Ma il confronto non è mai diretto e frontale: ciò che condivide le premesse di chi giudica viene accolto semplicemente come “più solido”, “più aggiornato”; quello che le contesta appare ingenuo o superato. Si risolve quasi sempre con un no accompagnato da un sorriso, a metà tra la compassione e il rimprovero — e chi ci ha provato capisce, senza che nessuno debba dirglielo esplicitamente, che non conviene riprovarci. In un simile contesto, anche senza bisogno di aggressioni verbali o fisiche, quanto può sopravvivere un professore ebreo che non si allinea, o uno studente che prova ingenuamente a riportare la palla al centro del campo solo perché ha trovato cose di cui nessuno parla? È una forma di antisemitismo implicito che, di fatto, nessuno può impugnare: come si denuncia un professore che ti elimina con un sorriso, dicendoti che la tua bibliografia non è autorevole o è ormai superata? Non c’è una frase discriminatoria da portare a un ufficio disciplinare, non c’è un atto che regga davanti a una commissione — c’è solo un giudizio accademico, formalmente ineccepibile, che però produce sempre lo stesso identico effetto. È esattamente ciò che è successo, nel campo dei Middle East Studies, a lavori come quelli di Pappé: nel giro di una generazione sono diventati bibliografia di riferimento nei programmi di dottorato, citazione obbligata nei nuovi articoli, punto di partenza dato per acquisito invece che tesi tra le altre da vagliare — mentre gli storici che gli si oppongono nel merito, a partire dagli stessi ex compagni di percorso come Morris, vengono relegati a posizione minoritaria o “superata” all’interno dello stesso campo che un tempo li aveva formati insieme. Ogni ciclo di assunzioni, di dottorati aperti, di riviste che scelgono cosa recensire rafforza leggermente questa composizione, in un processo cumulativo che in una generazione accademica — quindici, vent’anni — può ribaltare un intero dipartimento senza un solo atto dichiaratamente ideologico: basta che, anno dopo anno, i nuovi assunti abbiano più probabilità di condividere quella cornice di chi la mette in discussione.

Terzo: la falsificazione delle preferenze. Il politologo Timur Kuran ha descritto come, dove il costo sociale del dissenso pubblico è alto e il beneficio nullo, le persone smettano di esprimere pubblicamente un giudizio che mantengono in privato. Un dottorando o un ricercatore precario che intuisce il problema metodologico ha tutto da perdere e nulla da guadagnare a dirlo in un comitato o in un peer review. Il risultato è una spirale del silenzio: ciascuno crede di essere isolato nel proprio dubbio, perché nessun altro lo esprime, e il consenso apparente si autoalimenta anche quando il consenso reale è più fragile di quanto sembri.

Quarto — il più sottile: la ridefinizione stessa del rigore. Non si dice più “la tua tesi è debole perché non condivide le nostre premesse”: si dice che è “metodologicamente ingenua”, che “ignora la letteratura più aggiornata” — dove quella letteratura è, per costruzione, prodotta da chi già controlla il giudizio. Il dissenso non viene confutato nel merito: viene ricategorizzato come incompetenza tecnica. È una mossa molto più efficace di una censura dichiarata, perché non si presenta mai come imposizione — si presenta come merito, come evoluzione naturale della disciplina. E proprio per questo è più difficile da denunciare: nessun atto specifico di censura da indicare, solo un pattern di esiti sempre confutabile caso per caso.

Presi insieme, questi quattro meccanismi producono un effetto che va oltre la singola ingiustizia verso il singolo ricercatore scavalcato: fanno venire meno la possibilità stessa di fare ricerca. Vale la pena essere precisi su cosa significhi, perché il punto sfugge facilmente: non si tratta di garantire che ogni tesi raggiunga la conclusione “giusta”, né tantomeno quella che il ricercatore avrebbe preferito raggiungere. Si tratta di garantire che il metodo sia stato applicato correttamente, a prescindere da quale conclusione produca. Una tesi di dottorato non certifica che lo studente abbia detto qualcosa di condivisibile — certifica che ha dimostrato di possedere il metodo della propria disciplina, qualunque sia l’argomento che ha scelto di trattare. Ed è per questo che una tesi resta per definizione esposta alla confutazione: non perché debba piacere a tutti, ma perché quella confutazione può avvenire solo dentro la stessa cornice metodologica — si contesta se il metodo è stato applicato bene, non se la conclusione è gradita.

Quando questo viene meno — quando il giudizio smette di vertere sul metodo e comincia a vertere sull’allineamento — non si perde solo un po’ di rigore: si perde la possibilità stessa di fare uno studio nel senso proprio del termine. Ciò che resta al suo posto è un modo elegante per far valere un’opinione, suffragata non da un metodo verificabile ma dai nodi di potere che quel consenso lo fabbricano e lo proteggono. Ed è paradossale, se ci si pensa, che sia proprio questo il rischio in cui cade l’accademia contemporanea: l’università moderna nasce e si legittima come superamento della logica scolastica medievale, quella in cui una tesi era vera perché la sosteneva l’autorità costituita, non perché lo dimostrasse un metodo verificabile. Quando il giudizio accademico si riduce a “è solido perché lo dice chi controlla il consenso”, non si è affatto usciti da quella logica — la si è semplicemente rivestita di linguaggio critico e progressista, restando nella sostanza una caricatura di ciò che si crede di aver superato.

Vale la pena un esempio da un campo apparentemente lontanissimo dal caso di Pappé, per mostrare che non è un problema specifico della storiografia mediorientale: anche in una disciplina come l’esegesi biblica, io non posso far dire a un testo ciò che voglio, ciò che mi servirebbe per sostenere una tesi magari utile, magari persino buona nelle sue intenzioni. Devo essere onesto con il testo, e dire soltanto ciò che quel testo, nella sua lingua e nel suo contesto, effettivamente mi permette di dire. C’è un principio di onestà intellettuale senza il quale non esiste né metodo, né disciplina scientifica, né confronto accademico. Esiste solo il dogma, e la forza necessaria a imporlo.

Il vero criterio, in fondo, non cambia da un campo all’altro: una tesi merita di dirsi contributo accademico solo se resta esposta al rischio di essere smentita da chi non è d’accordo. Quando quel rischio scompare — quando il framework smette di essere ipotesi e diventa dogma — l’università non ha prodotto un nuovo sapere. Ha prodotto la messa in scena erudita di una conclusione già scritta altrove.

Torniamo a Pappé

Resta allora da rispondere alla domanda con cui, in fondo, si era partiti: che valore ha davvero Pappé per chi voglia conoscere la storia moderna di Israele? La risposta onesta, dopo questo percorso, non è né quella di chi lo cita come prova definitiva né quella di chi lo liquida senza averlo letto. Va riconosciuto che Pappé, insieme agli altri New Historians, ha avuto il merito di aprire per primo gli archivi israeliani desecretati a una lettura meno agiografica — questo lo ammettono, sul piano storico, anche i suoi critici più severi, Morris in testa. Ma è un merito che riguarda l’accesso alle fonti, non l’uso che ne è stato fatto: da un certo punto in avanti, il suo lavoro ha smesso di interrogare quelle fonti per costruire una tesi, e ha cominciato piuttosto a selezionarle per confermare una cornice interpretativa — quella del colonialismo di insediamento, mutuata da Said prima ancora di essere verificata sui documenti — decisa a monte della ricerca. Non è più, a quel punto, uno storico che segue le fonti dove lo portano: è un caso di conferma del proprio pregiudizio, per quanto sofisticato e ben scritto. I suoi lavori, di conseguenza, vanno maneggiati con questa consapevolezza — utili per capire come è nato un certo dibattito e quali domande ha sollevato, ma inaffidabili se presi come conclusione già dimostrata invece che come tesi di parte tra le altre.
Chi lo cita come oracolo commette lo stesso errore che abbiamo passato l’intero articolo a smontare. Puoi brandirlo come nella foto, un bel libro con la sua copertina, e te lo buttano addosso su una folla di gente che urla. E chi lo detesta senza averlo mai aperto, semplicemente, non ha alcun titolo per dirsi informato sull’argomento.

Il punto, in fondo, è semplice, ed è lo stesso ripetuto in ogni riga di questo articolo: non si accetta o si respinge un autore perché è ebreo, o perché è antisionista e anticolonialista. Si apre il libro. Si prendono le singole pagine, i singoli argomenti, le singole tesi, e li si confronta con quanto altri hanno scritto sullo stesso tema. Chi vuole fare un lavoro serio, di valore accademico, prende in mano le fonti e — dichiarando pure, magari in una prefazione, il proprio punto di vista — soppesa le tesi altrui con onestà intellettuale, vagliando cosa le fonti disponibili permettono davvero di dire, lasciando cadere ciò che non lo permettono, segnalando le criticità individuate, le conferme trovate, gli approfondimenti ancora da fare. Il tutto con una bibliografia solida, e infine pubblicando, per entrare in un dibattito tra pari, con lo stesso metodo che quella disciplina richiede a chiunque.

Ilan Pappé non è, per chi scrive, un punto di riferimento della storiografia su Israele — ma spiegare perché per altri lo sia diventato, e a quale prezzo metodologico, era il vero oggetto di questo articolo. Non è, in altre parole, il “boss finale”: lo diventa solo per chi smette di leggere prima di arrivare in fondo.


Commenti

Una risposta a “Quando il metodo cede al consenso”

  1. Avatar Mauro Suttora
    Mauro Suttora

    perfetto

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