Gli ebrei non possono governare

Prima di tutto: la frase di Bevin e l’origine del conflitto

Il 18 febbraio 1947 Ernest Bevin, ministro degli Esteri britannico, annunciò alla Camera dei Comuni che il Regno Unito rimetteva il problema palestinese alle Nazioni Unite. Non riusciva più a governarlo, e lo disse con una franchezza che oggi sorprende:

«Per gli ebrei, il punto essenziale di principio è la creazione di uno Stato ebraico sovrano. Per gli arabi, il punto essenziale di principio è resistere fino all’ultimo all’instaurazione della sovranità ebraica in qualsiasi parte della Palestina.»

Israele non esiste ancora. Non c’è stata la guerra del 1948, non c’è la Nakba, non ci sono i profughi nelle forme che conosciamo, non c’è Deir Yassin. Non esistono l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, gli insediamenti, l’OLP, Hamas, le Intifade, il 7 ottobre. Tutto questo verrà dopo — molto dopo. Bevin individua già il nodo del conflitto osservando solo i negoziati falliti di quei mesi.

Certo, tutti questi eventi renderanno in seguito la situazione più grave e complicata. Ma l’origine va cercata prima: in come gli ebrei immaginavano la propria presenza in quella terra, e in come la immaginavano gli arabi. È lì che le due visioni entrano in conflitto — ed è a quel punto, davanti a un conflitto già insanabile, che il ministro britannico si alza dal tavolo delle trattative e rimette la questione all’ONU.

Da una parte, nel 1947, c’era il movimento sionista, che chiedeva la possibilità di creare uno Stato ebraico sovrano su almeno una parte della Palestina mandataria. Dall’altra c’era una leadership araba che non contestava semplicemente dove tracciare un confine o quale percentuale di territorio assegnare a ciascuno: respingeva il principio stesso di una sovranità ebraica, in qualunque punto della Palestina si fosse voluta collocare.

Non è una disputa sui confini

Nel 1937 la Commissione Peel propose per la prima volta la spartizione della Palestina mandataria, e disegnò uno Stato ebraico minuscolo, poco meno di duemila miglia quadrate. I dirigenti sionisti protestarono: era troppo piccolo, escludeva Gerusalemme, lasciava fuori aree che consideravano vitali. Ma la leadership araba non lo rifiutò per le sue dimensioni: lo rifiutò come principio, qualunque fosse la sua estensione. Dieci anni dopo, nel 1947, il piano dell’ONU proponeva uno Stato ebraico molto più ampio, circa il 56% del territorio mandatario. Questa volta la leadership ebraica accettò, pur con riserve sui confini specifici. La leadership araba lo respinse di nuovo, in blocco, senza negoziarne l’estensione — il Comitato Arabo Superiore dichiarò che qualsiasi soluzione la quale riconoscesse pretese ebraiche di sovranità sulla Palestina fosse incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite.

Il confronto tra i due momenti è istruttivo proprio perché la variabile — la dimensione dello Stato ebraico proposto — cambia radicalmente, mentre la risposta araba resta identica: rifiuto totale. Se il problema fosse stato quanta terra riconoscere agli ebrei, un’offerta dieci volte più piccola e una dieci volte più grande avrebbero dovuto ricevere risposte diverse. Non fu così, perché il problema non era la misura, ma l’esistenza stessa di una sovranità ebraica.

Lo stesso principio fu messo per iscritto, in termini quasi giuridici, durante i negoziati del 1947 alle Nazioni Unite. Il rappresentante iracheno Fadhil Jamali pose come condizione preliminare a qualsiasi discussione un punto insindacabile: non vi sarebbe stato «alcuno Stato ebraico in nessuna parte del mondo arabo».

Quando nel 1947 si parlava di “Stato ebraico”, nessuno immaginava un territorio abitato esclusivamente da ebrei. Lo stesso piano di spartizione dell’ONU prevedeva che nello Stato ebraico sarebbe rimasta una popolazione araba consistente — il rapporto UNSCOP parlava esplicitamente di una «considerevole minoranza di arabi» — e per questo prescriveva garanzie forti: uguaglianza politica e civile, libertà religiosa, tutela di lingua, istruzione e cultura delle minoranze. La stessa assemblea rappresentativa dello Yishuv dichiarava, in quei mesi, l’obiettivo di cooperare con gli arabi di Palestina «sulla base di uguali diritti politici, religiosi, economici e culturali per ogni abitante del paese, senza dominio né egemonia». Pochi mesi dopo, quando Israele proclamò l’indipendenza, questo principio entrò nella dichiarazione fondativa dello Stato: una sovranità ebraica pensata fin dall’inizio come compatibile con una cittadinanza araba.

Per la leadership araba, la relazione era rovesciata. L’Arab Higher Committee proponeva uno Stato unitario a maggioranza araba, nel quale gli ebrei avrebbero potuto restare come minoranza con diritti civili ma non come soggetto sovrano.


A quale titolo

Qui la questione smette di essere una disputa territoriale e diventa qualcosa di più profondo.

Il problema, nel 1947, non era se gli ebrei potessero vivere in Palestina: vi abitavano da sempre, e prima ancora, per secoli, comunità ebraiche importanti erano vissute a Baghdad, Damasco, Aleppo, Gerusalemme, Hebron, Fez, Tunisi, il Cairo. La presenza fisica dell’ebreo in terra d’islam non era mai stata, in sé, il problema.

Quella presenza, però, si inseriva in un ordine politico preciso. Come i cristiani, gli ebrei appartenevano alle comunità protette delle religioni del Libro, e vivevano sotto una sovranità che non era la loro — con condizioni molto variabili nel tempo e nei luoghi, tra periodi di convivenza relativamente prospera e altri di discriminazione o persecuzione aperta. Un elemento attraversa i secoli e i regimi: la sovranità apparteneva ad altri.

Il sionismo rompe esattamente questo schema. Gli ebrei non volevano più essere dhimmi in nessuna forma.Non chiede che l’ebreo possa abitare, pregare, commerciare in Palestina sotto una sovranità altrui, come era stato per secoli. Chiede che gli ebrei tornino a essere soggetto della propria sovranità politica — non più comunità tollerata o protetta, ma popolo capace di autogoverno.

È probabilmente questo il punto più profondo dello scontro che Bevin fotografa con tanta semplicità. Il problema non era se gli ebrei potessero vivere in Palestina. Era a quale titolo potessero viverci.

Le spiegazioni che partono troppo tardi

Se si sostiene che tutto cominci con l’occupazione del 1967, resta da spiegare perché una guerra fosse già scoppiata nel 1948. Se si sostiene che la causa fondamentale siano gli insediamenti, resta da spiegare perché il rifiuto di uno Stato ebraico fosse già esplicito vent’anni prima che quegli insediamenti esistessero. Se si individua nella Nakba l’origine di tutto, bisogna almeno riconoscere che il conflitto che l’ha prodotta era già in corso.

Nel 1947 si poteva ancora immaginare che due movimenti nazionali trovassero, magari in modo imperfetto e doloroso, una forma di divisione della terra. Il piano dell’ONU nasceva proprio da questa idea: non perché fosse giusto in ogni dettaglio, ma perché riconosceva l’esistenza di due aspirazioni nazionali ormai incompatibili dentro lo stesso quadro politico. La leadership ebraica accettò il principio della spartizione, pur con riserve. Quella araba lo respinse.

Perché non funziona mai?

È qui che la frase di Bevin resta aperta quasi ottant’anni dopo. Costringe a chiedersi se il cuore originario del conflitto fosse davvero la quantità di terra da assegnare, oppure qualcosa di precedente e più radicale.

Se il problema fosse stato il confine, il confine si sarebbe potuto discutere. Se fosse stata la percentuale di territorio, quella percentuale si sarebbe potuta negoziare. Ma se il principio era che nessuna parte della Palestina potesse diventare sovranità ebraica, allora il conflitto partiva già, nel 1947, da un punto molto più difficile da comporre — e forse è da lì che bisogna ricominciare a leggere anche tutto ciò che è venuto dopo.
Forse è esattamente questo il nodo per il quale ogni tavolo di trattative salta e Bevin l’aveva capito l’ONU ancora no, non si tratta di sistemare i confini ma di affrontare una volta per tutte la pretesa della tradizione islamica che ispira l’idea di superiorità e che non accetta di essere alla pari degli altri soprattutto se questi sono considerati dhimmi o ancora inferiori in quanto non parte del Popoli del Libro. Forse bisogna iniziare a contrastare proprio questa idea più attuale che mai.


Commenti

Lascia un commento