Blog di Don Roy Benas

Palestina: chi sta arruolando le nostre parrocchie?

Un’occasione locale non per andare a cercare di attaccare qualcuno e far polemiche tra preti, non è questa la mia intenzione, ma come spunto per analizzare un fenomeno che si sta facendo strada e dietro a sacrosante intenzioni nasconde ben alte sfide e criticità. Restiamo amici ma anche un po’ più consapevoli!


Giovedì 5 novembre, nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata di Valmaura, a Trieste, si terrà un incontro con don Nandino Capovilla nel quale verranno presentati il documento di Kairos Palestine «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio» e il documentario «Il genocidio silenzioso». La serata sarà preceduta da un aperitivo palestinese e tra le realtà indicate come collaboratrici compaiono, oltre alla parrocchia, Kairos Italia, il Comitato Pace Danilo Dolci, Istruzione vs Distruzione Batik e la Scuola e Casa di Pace della Diocesi di Trieste.

Confesso che, leggendo inizialmente il programma, sono rimasto particolarmente colpito proprio da quest’ultima indicazione. Avevo capito che la Diocesi fosse direttamente coinvolta nell’iniziativa, possibile? Non avevo mai sentito parlare della «Scuola e Casa di Pace», solo andando a cercare ho scoperto che si tratta invece di una cornice pastorale attraverso la quale associazioni, movimenti e parrocchie possono ottenere un patrocinio diocesano per le proprie iniziative; su che cosa questo significhi concretamente preferisco per ora non pronunciarmi. Una domanda: se perfino io, sacerdote della Diocesi, leggendo quella denominazione ho pensato che la Diocesi fosse presente nell’iniziativa, quale impressione può ricavarne un normale fedele? È forse anche per questo che l’evento mi è stato segnalato da amici ebrei triestini? Diciamolo chiaramente: la Diocesi di Trieste non è coinvolta!


Da questo equivoco iniziale però è nata la curiosità di guardare meglio l’iniziativa e soprattutto le realtà che la sostengono. A prima vista la locandina restituisce l’immagine di una coalizione di associazioni o enti abbastanza ampia. Quando però si comincia a verificare che cosa ci sia dietro le diverse sigle, il quadro — per essere buoni — si ridimensiona. Invito chi è curioso a cercare cosa c’è dietro queste sigle, perché la volontà di gonfiare le cose mi pare molto evidente. Perché farlo?

Che cosa produce allora questa somma di nomi? Diciamolo così: un’impressione di convergenza più ampia di quella che si ricava osservando separatamente le singole realtà. Una sigla offre il collegamento nazionale, un’altra la presenza locale, una parrocchia mette a disposizione lo spazio, una denominazione diocesana presta un peso istituzionale ecclesiastico… insomma una grande evento con tutti i clismi!

Cosa abbiamo dunque davanti? Io userei la parola “prodotto”: un format costruito per creare un evento che ha già una tesi come presupposto. «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio»: è un momento di verità e di fede nel quale il presupposto minimo è già il genocidio, accompagnato da un rebechin che, a Trieste, sarebbe già sufficiente da solo a far accettare quasi ogni tesi.

“Advocacy” significa azione organizzata per sostenere pubblicamente una causa e influenzare l’opinione pubblica, le istituzioni e le decisioni politiche. Un prodotto di advocacy è dunque un insieme di strumenti pensato per essere replicabile: un documento che offre una chiave interpretativa, un filmato che la traduce in immagini, un relatore che la spiega, testimonianze che la rendono concreta, una rete territoriale che trova gli spazi e interlocutori ecclesiali che ne facilitano la diffusione.

Possiamo ritrovare questo format ad es. a Catania, nel giugno scorso, è stato distribuito lo stesso documento di Kairos Palestine e proiettato lo stesso «Genocidio silenzioso»; Pax Christi ha parlato esplicitamente di un filmato diffuso in tutta Italia. In altri incontri ritornano Kairos Italia, don Nandino Capovilla, il documento, il film, testimonianze palestinesi e comunità cristiane locali.

A quel punto quello di Valmaura smette di apparire come una serata nata casualmente attorno a un tema di attualità e diventa una tappa di una campagna costruita per essere portata da una comunità all’altra. Questo, di per sé, non è ancora un giudizio sui suoi contenuti. È semplicemente il dato da cui partire per capire che cosa viene proposto e con quale finalità.


Ora entriamo nei contenuti! Il nome Kairos è programmatico, non è un nome a caso. Kairos Palestine si inserisce consapevolmente nella tradizione del Kairos Document sudafricano del 1985, uno dei testi cristiani che accompagnarono la lotta contro l’apartheid. Il modello non consisteva soltanto nel denunciare un’ingiustizia, ma nel contestare la prudenza delle Chiese, la loro ricerca di mediazione e quella che veniva considerata una falsa neutralità, chiedendo invece una “teologia profetica” capace di prendere parte alla lotta. Kairos Palestine assume apertamente questa genealogia e la trasferisce alla questione israelo-palestinese.

È quindi necessario leggere «Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio» per ciò che effettivamente propone. Il documento parte da una precisa lettura storica: il sionismo è interpretato come un progetto coloniale, la nascita dello Stato di Israele nel 1948 come prosecuzione di quella impresa e la situazione palestinese attuale come suo sviluppo coerente. Anche il 7 ottobre viene inserito all’interno di questo schema. L’attacco di Hamas, secondo il testo, nasce da decenni di ingiustizia, oppressione e sfollamento; nello stesso contesto viene richiamato il diritto dei popoli occupati alla resistenza. Tutte queste tesi che andrebbero eventualmente dibattute e dimostrate sono il materiale di partenza che uno dovrebbe accettare senza fiatare!

Kairos dichiara che questo contesto non giustifica l’uccisione o la cattura dei civili riferendosi agli eventi del 7 ottobre, ma contemporaneamente contesta a Israele il diritto di invocare l’autodifesa: nella logica del documento il colonizzatore non può pretendere di difendersi da chi ha colonizzato. (Rendiamoci conto del delirio!) Hamas compare come autore dell’attacco del 7 ottobre, ma non viene qualificato come organizzazione terroristica. Il terrorismo è condannato altrove in termini generali, mentre l’intero episodio del 7 ottobre viene ricondotto alla dinamica colonizzatore-colonizzato.
Che peso assume questa scelta di linguaggio quando un documento del genere entra in una parrocchia e viene proposto da pastori d’anime come strumento per leggere cristianamente uno scenario geopolitico tra i più complessi?


La lettura storica porta direttamente a un programma politico.
Kairos non resta nella teoria ma chiama all’azione; chiede alle Chiese di fare pressione sui governi perché Israele venga isolato, sottoposto a sanzioni e boicottato e perché cessino le forniture di armi. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni vengono presentati come forme di resistenza. Il documento chiede inoltre di distinguere il dialogo con gli ebrei dal dialogo con il sionismo e arriva a indicare il boicottaggio del dialogo con quelle voci sioniste considerate sostenitrici dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio.

Anche la proposta politica finale merita attenzione. Per Kairos non può esistere una soluzione autentica senza riconoscere l’ingiustizia prodotta fin dall’affermazione del movimento sionista e dalla Dichiarazione Balfour del 1917. Il sistema definito di colonialismo d’insediamento deve essere smantellato e l’orizzonte indicato è quello di uno Stato civile e democratico fondato sulla piena uguaglianza dei suoi abitanti. Facciamo finta di non capire cosa viene detto di fatto e chiediamo candidamente: ma che cosa rimane, dentro questo progetto, dello Stato di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico? Se il sionismo è definito all’origine come colonialismo, il 1948 come prosecuzione di quel progetto e la soluzione come suo superamento, quale forma dovrebbe assumere concretamente l’autodeterminazione ebraica? Il documento offre una formula generale sulla convivenza e l’uguaglianza, ma proprio questa domanda rimane aperta.


Le mie perplessità da sacerdote
Fino a questo punto potremmo limitarci a discutere una visione politica, radicale ma perfettamente riconoscibile come tale. Il problema che mi interessa nasce nel momento in cui quella visione viene trasformata in una lettura teologica alla quale le Chiese vengono chiamate ad aderire. Il “genocidio” diventa nel testo un «peccato strutturale contro Dio»; viene interrogata la comunione cristiana con chi lo nega, lo giustifica o rimane in silenzio; le Chiese che assumono posizioni contro il sionismo e chiedono la fine delle forniture militari a Israele vengono indicate come manifestazione della coscienza morale e perfino come «segno dello Spirito Santo». La ricerca di una pace “neutrale” o “bilanciata” viene invece descritta come una falsa logica attraverso la quale la diplomazia ecclesiale può sottrarsi alle proprie responsabilità. Palestina libera dal fiume al mare ma in nome dello Spirito Santo? Beh, magari così non viene detto, ma tu prova a contestarlo!
La mia preoccupazione che questo linguaggio pseudoteologico viene presentato da un nome come Pax Christi che non è certo una realtà bazana di gente stramba! Io ho prima letto il documento e solo dopo ho cercato chi fosse Pax Christi e sono esterreffatto di leggere simili contenuti.

Comunque, qui emerge il problema che mi interessa davvero. Una precisa lettura del sionismo, della nascita di Israele, del 7 ottobre, della guerra di Gaza, del diritto all’autodifesa, del BDS e del futuro politico della regione non viene più proposta soltanto come opinione da discutere: viene caricata di un significato morale e teologico. Se quella lettura rappresenta la profezia, la giustizia e perfino l’azione dello Spirito, quale spazio rimane per un cristiano che ne contesti le premesse storiche o politiche?
Prendiamo proprio la parola “genocidio”: nel documento viene assunta come una conclusione acquisita e definitiva, quando nella realtà giuridica non lo è affatto. La Corte internazionale di giustizia, chiamata a giudicare precisamente questa accusa, non ha ancora pronunciato alcuna sentenza sul merito. Kairos prende dunque un’accusa ancora oggetto di giudizio, la trasforma prima in un fatto indiscutibile e poi utilizza quel fatto come punto dal quale giudicare moralmente e teologicamente gli altri.

A quel punto che cosa accade a chi contesta la premessa? Il dissenso viene ancora considerato una posizione con cui confrontarsi, oppure diventa il sintomo di una coscienza che non ha ancora compreso da quale parte stia il Vangelo? Perché è questo il passaggio che mi inquieta: una questione politica e giuridica ancora controversa entra nel documento come certezza e ne esce trasformata in criterio di fedeltà cristiana. Ma chi ha così disperatamente bisogno della parola “genocidio”? Noi cristiani? Abbiamo davvero bisogno di questa qualificazione per riconoscere la sofferenza dei palestinesi, condannare ciò che riteniamo ingiusto, proteggere i civili, chiedere la pace e soccorrere chi soffre? Oppure quella parola serve soprattutto a un dispositivo con un’agenda politica che ha bisogno di fissare in anticipo il quadro morale entro cui tutto il resto deve essere interpretato?


Don Nandino Capovilla
È dentro questo quadro che va collocata anche la presenza di don Nandino Capovilla. Non arriva a Valmaura come uno studioso chiamato a presentare dall’esterno il pensiero di Kairos Palestine. Io lo conosco anche per quella foto con la casula bianca, lo stolone con la trama della kefiah e davanti una cartina ricamata della Palestina che occupa l’intero territorio tra il Mediterraneo e il Giordano, senza alcuna indicazione di Israele. (La metto in fondo all’articolo.) È anche quel don Nandino al quale nel 2025 fu negato l’ingresso in Israele all’aeroporto Ben Gurion e che venne rispedito in Italia. Da anni partecipa alla campagna «Ponti e non muri» di Pax Christi, è direttamente impegnato nella diffusione di Kairos Palestine in Italia e ha scritto che criticare Israele nelle scuole, nelle chiese, nelle università e nei media costituisce un «dovere di umanità».

Insomma, non interpreta questo documento da una posizione esterna o accademica: è uno degli attori dell’advocacy che lo promuove. Ed è proprio per questo che, quando parla di riconciliazione fra israeliani e palestinesi, mi viene spontanea una domanda molto concreta: quale spazio hanno realmente, dentro questo suo attivismo, gli israeliani e gli ebrei che non condividono la lettura di Kairos Palestine? Lo trovo in quella cartina ricamata che lui mostra con tanto entusiasmo? Si è accorto che Tel Aviv non c’è?

Questo rende inevitabile un’altra domanda. Se in una parrocchia cattolica di Trieste viene offerto questo spazio a don Capovilla e a Kairos Palestine, lo stesso spazio sarebbe disponibile a chi lo contesti o voglia offrire una versione più equilibrata? La domanda riguarda la possibilità stessa del dissenso. Chi difendesse quelle posizioni verrebbe ascoltato come interlocutore o dovrebbe anzitutto difendersi dall’accusa di sostenere colonialismo, apartheid o genocidio? Quando una parte arriva al confronto avendo già assegnato a se stessa le categorie della profezia, della giustizia e dello Spirito, mentre all’altra rimane la necessità del pentimento, quanto spazio resta davvero per una discussione? Io, dopo questo evento e dopo tutta l’atmosfera creata, davvero non avrei il coraggio di comparire davanti agli stessi che si sono sciroppati il documentario, hanno mangiato cose fatte dalla zdora palestinese e ascoltato don Nandino presentare la sua creatura.
A questo servono questi format!


Il successo di Kairos II Palestine nella Chiesa Anglicana
Questa domanda diventa meno teorica se si guarda a ciò che è accaduto nella Church of England. Io avevo già scritto più diffusamente di questo evento: link nei commenti. Sabeel-Kairos UK si presenta apertamente come una realtà cristiana di campaigning e descrive il proprio lavoro nelle Chiese britanniche in termini molto concreti: formazione nelle parrocchie, promozione del disinvestimento, sostegno agli obiettivi BDS, mozioni nei deaneries e nei sinodi diocesani, interlocuzione con gli organismi finanziari e con la leadership ecclesiale. Il percorso è salito progressivamente dalle realtà locali fino al General Synod della Church of England, dove nel luglio 2026 i documenti Kairos sono entrati formalmente nell’agenda del massimo organismo deliberativo della Chiesa anglicana. L’azione fatta da pochi attivisti che promuovevano le tesi di Kairos II Palestine è stata così efficace da portare quel paradigma fino al Sinodo; quest’ultimo un po’ spaventato dalla mancanza di mediazione ha modificato la formulazione della mozione scegliendo di “ascoltare” i documenti Kairos invece di “recepirli”, proprio per evitare che l’atto venisse interpretato come adesione integrale al loro contenuto. Ci sono stati anche quelli che hanno provato reagire e a dare un’interpretazione diversa degli argomenti oggetto del documento ma è stato un bagno di sangue e letame per loro che hanno osato! Di fatto il Sinodo non ha prodotto una critica organica o una modulazione autonoma delle tesi portate dagli attivisti che hanno saputo blindare ciò che volevano ottenere. Il dato che mi interessa è che una rete di advocacy aveva lavorato per anni dentro strutture ecclesiali diverse ed era riuscita a portare la propria lettura della questione israelo-palestinese fino al livello nazionale della Chiesa.

Possiamo già dire che qualcosa di simile stia accadendo in Italia? Sarebbe prematuro. Possiamo però osservare il metodo, confrontarlo con ciò che avviene qui e chiederci dove possa portare. Kairos Italia nasce precisamente per diffondere il documento e i suoi appelli, i materiali vengono replicati nelle diocesi, sacerdoti e parrocchie diventano luoghi di presentazione, e nella parrocchia triestina di Valmaura compare perfino una denominazione pastorale che reca il nome della Diocesi. Quanto è lontano questo primo livello da un successivo ingresso del linguaggio di Kairos nelle prese di posizione ecclesiali, nei documenti pastorali o nelle scelte istituzionali? Non lo sappiamo, ma il precedente inglese rende almeno legittimo porre la domanda.


Quale prezzo dovranno pagare le nostre comunità cattoliche?
Quello che alla fine mi preoccupa, da prete, va oltre Kairos Palestine. Vedo movimenti e reti di attivismo con obiettivi sempre più chiaramente politici avvicinarsi alle nostre comunità, cercando nelle parrocchie, nei sacerdoti, nelle strutture pastorali e nel linguaggio della fede una possibilità di legittimazione e mobilitazione. Quando una campagna entra attraverso una chiesa e parla di pace, giustizia, profezia e Spirito non viene percepita come un volantino distribuito in piazza: porta con sé, inevitabilmente, qualcosa dell’autorevolezza della Chiesa. Siamo sicuri di aver capito che cosa stiamo facendo entrare?

La domanda diventa ancora più seria guardando comunità già piccole, fragili e attraversate dalle divisioni della società. Uno dei pochi luoghi nei quali persone con idee politiche opposte riescono ancora a pregare e riconoscersi nella stessa appartenenza cristiana rischia di diventare un altro terreno di mobilitazione. Che cosa rimarrebbe delle nostre comunità se cominciassimo anche noi ad arruolarle nelle battaglie politiche portate dall’esterno, con un’agenda già scritta e rivestita del nostro stesso linguaggio religioso?

Io stesso faccio apertamente advocacy per Israele. Lo faccio sui social e ora anche sul mio blog, che ho voluto proprio come luogo nel quale poter esporre, documentare e, se necessario, difendere pubblicamente le mie posizioni. Molti miei parrocchiani sanno perfettamente come la penso. Ma non trovano queste posizioni nelle mie Messe, nelle omelie o nelle normali occasioni pastorali della parrocchia, semplicemente perché so di essere il prete di tutti.

È una scelta consapevole e qualche volta significa anche mordermi la lingua. Chi viene a Messa non viene per sapere che cosa penso del governo israeliano, di Gaza o del sionismo. Può pensarla come me, in modo opposto o non avere alcun interesse per la questione, e non dovrebbe sentirsi meno a casa nella propria chiesa per questo.

È proprio per questo che guardo con particolare preoccupazione a iniziative nelle quali questa distinzione sembra dissolversi. La domanda, per me, non riguarda quale delle due advocacy sia moralmente migliore. Riguarda quale idea abbiamo del ministero, della parrocchia e delle persone che ci sono affidate.


Nella foto: Don Nandino Capovilla di cui parlo nell’articolo.


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