Blog di Don Roy Benas

Il decolonialismo: l’ennesima idea coloniale.

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Cโ€™รจ perรฒ in tutto questo un paradosso: il pensiero decoloniale รจ esso stesso un prodotto esclusivamente occidentale che oggi viene usato come argomento antioccidentale. Nasce nelle universitร  europee e americane, si fonda su categorie elaborate da intellettuali formatisi tra Parigi, Londra, Cambridge e Columbia. รˆ quindi l’Occidente che decide quali colonizzazioni meritano di essere decostruite e quali no. Abbiamo colonizzato e imposto unโ€™idea eurocentrica al decolonialismo?

In questโ€™ottica รจ proprio l’Occidente che ha forgiato l’immagine romantica e idealizzata dell’espansionismo islamico come esperienze positiva, tollerante, civile.

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Prendiamo il caso piรน clamoroso messo in evidenza anche da un recente studio di Eric Calderwood in โ€œColonial al-Andalusโ€: la convivencia, il mito della Spagna islamica come paradiso di coesistenza tra cristiani, ebrei e musulmani. Da dove viene questa narrativa sconosciuta agli storici arabi o dalle tradizioni popolari andaluse. Viene dallo spagnolo Amรฉrico Castro, che coniรฒ il termine nel 1948 per combattere le pretese nazionaliste del regime franchista sull’identitร  “pura” della Spagna cattolica. Era un argomento anticattolico prima ancora che storico: non una riscoperta del passato, ma un’arma nella guerra civile culturale del Novecento spagnolo.

Con obiettivi diversi la stessa narrativa fu strumentalizzata in precedenza dalla Spagna coloniale in Marocco: il ricordo condiviso di al-Andalus divenne il pretesto ideologico con cui Madrid giustificava la propria presenza coloniale in Marocco spacciata come “fratellanza culturale” piuttosto che come occupazione. Ottantamila marocchini combatterono al fianco di Franco negli anni Trenta, e una parte non trascurabile del collante fu proprio questo: il mito europeo di un passato islamico comune. Questa costruzione ideologica spagnola รจ passata addirittura dentro lโ€™identitร  stessa marocchina.

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Il concetto dellโ€™โ€etร  dellโ€™oro arabaโ€ non compare nei testi medievali islamici: nessuno, mentre viveva nel Cairo abbaside o nella Cรณrdoba degli Omayyadi, si percepiva come abitante di un’”etร  dell’oro”. Il termine compare per la prima volta in letteratura orientalistica ottocentesca, in un manuale di viaggio in Siria e Palestina del 1868. รˆ un costrutto elaborato dall’Occidente, speculare al concetto di Rinascimento europeo, funzionale a quell’infatuazione romantica per l’Oriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Ed รจ la stessa operazione intellettuale che ha portato a restaurare e reinventare monumenti siciliani secondo uno stereotipo orientaleggiante โ€” cupole aggiunte dove non ce n’erano, superfici arabizzate che i documenti storici non confermano โ€” per adattarli a un’immagine di magnificenza islamica che serviva agli stati nazionali europei come contraltare alla civiltร  cristiana medievale. Oggi questa tendenza in Sicilia e Italia รจ piรน attuale che mai, sembra quasi che la Sicilia prima della venuta degli arabi fosse una landa deserta dove le persone vivevano nelle caverne vestite di pelli e con le unghie sporche. Lโ€™altro giorno avevo visto un meme o immagine: โ€œTi piace la granita? Devi ringraziare gli arabi!โ€ Come se a nessuno nei millenni fosse passato per la testa di bere qualcosa di fresco e dolce. Nei dรฉpliant una cattedrale diventa magicamente arabo-normanna e poi vai a cercare in che cosa รจ araba e trovi che tra le travature delle capriate ci sono delle immagini zoomorfe riconducibili a stili nord africani dellโ€™epoca.

Tornando a noi: quella che oggi si presenta come rivendicazione decoloniale dell’Islam contro l’Occidente รจ il prodotto di una disputa interna all’Occidente. La sinistra accademica europea usa la civiltร  islamica medievale come argomento retorico contro la destra cristiana europea. L’Islam autentico โ€” quello delle comunitร  che vissero le conquiste del VII secolo, quello dei persiani che elaborarono il pensiero falsamente detto “arabo”, quello dei greci e degli assiri e degli armeni islamizzati a forza โ€” non รจ mai stato interpellato. รˆ rimasto sullo sfondo come fondale dipinto, utile all’une e all’altro secondo le necessitร  del momento.

Il pensiero decoloniale รจ strutturato per leggere la storia come un conflitto tra colonizzatori occidentali e colonizzati non-occidentali. Questa griglia lascia fuori qualsiasi imperialismo non europeo, e in particolare lascia fuori l’espansione islamica medievale, che fu una conquista di popolazioni non occidentali su altre popolazioni non occidentali, con strumenti di dominio sistematici e documentati.

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Il sistema della dhimma โ€” lo statuto giuridico dei non-musulmani nelle terre conquistate โ€” prevedeva il pagamento della jizya, un’imposta di capitazione riservata ai soli non-convertiti, esplicitamente concepita per incentivare la conversione e marcare una gerarchia tra sudditi di serie A e di serie B (Per essere precisi: Serie A i musulmani, serie B i popoli del Libro ossia cristiani ed ebrei, di Serie C tutti gli altri, disponibili alla mercรฉ di qualsiasi musulmano!). Prevedeva restrizioni alla costruzione e alla riparazione di luoghi di culto, divieti di testimoniare in processo contro un musulmano, obblighi di abbigliamento distintivo. Non era tolleranza: era subordinazione codificata in diritto. Nell’XI secolo il califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah ordinรฒ la distruzione di trentamila chiese in Egitto e Siria in un solo anno. Il sistema del devshirme ottomano sottraeva ogni anno bambini cristiani dai Balcani e dall’Anatolia, li convertiva forzatamente all’Islam e li arruolava come soldati o funzionari di stato โ€” una pratica che durรฒ dal XIV al XVII secolo. La turchizzazione linguistica e religiosa dell’Anatolia cancellรฒ popolazioni greche, armene e assire presenti da millenni: non per migrazione volontaria, ma attraverso la pressione fiscale, le conversioni forzate, le deportazioni e, nel caso armeno, un genocidio che lo stato turco rifiuta ancora di riconoscere.

Questi sono fatti di storia documentata, non interpretazioni controverse. Eppure non compaiono nel vocabolario decoloniale. I greci pontici che ancora oggi si risvegliano “turchi” dopo generazioni di identitร  sepolta โ€” come racconta Mert Kaya, sociologo che ha scoperto di essere il discendente di un bambino greco separato dalla sua famiglia durante le deportazioni del 1919-1925 โ€” non hanno categoria nel pensiero postcoloniale. Non si chiamano vittime di colonialismo perchรฉ il loro colonizzatore non era europeo. I siciliani greco-bizantini che resistettero culturalmente all’occupazione islamica e produssero โ€” sotto la corte normanna e sveva, non prima โ€” la prima scuola poetica italiana, non hanno spazio nella narrativa della “Sicilia araba fiorente”.

Il colonialismo diventa civilizzazione a seconda della prospettiva

C’รจ poi una prova della memoria che nessuno cita mai nelle universitร  europee: mentre nelle accademie franco-britanniche si favoleggiava di eleganti signori in vesti bianche che discutevano di Aristotele e Averroรจ in splendidi palazzi, nel Mediterraneo settentrionale si costruivano castelli e si erizzavano di torri le cittร  per difendersi da quegli stessi signori. Quelle architetture difensive esistono ancora. In Croazia, in Bosnia, in Romania, in Ungheria, le chiese fortificate, i monasteri trasformati in fortezze, le mura doppie e triple delle cittร  di confine raccontano una storia che la popolazione locale non ha mai dimenticato. E quando oggi si presenta loro l’immagine romantica della “civilizzazione ottomana”, faticano a riconoscervisi: per secoli hanno preservato la propria identitร  cristiana non come nostalgia, ma come resistenza. Il loro silenzio nel dibattito accademico occidentale non รจ consenso: รจ assenza forzata dal tavolo in cui altri decidono come interpretare la loro storia.

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Il rapporto tra Arabi e Persiani comincia prima ancora della conquista islamica della Persia nel 651. La tradizione islamica attesta che a suggerire a Maometto lo scavo del fossato difensivo intorno a Medina โ€” la tattica militare che salvรฒ la cittร  nell’assedio del 627 โ€” fu Salman al-Farisi, un ex-schiavo persiano, grazie a lui i musulmani vinsero la prima battaglia nella storia. Questo episodio quasi simbolico diventa una metafora del rapporto degli arabi nei confronti della piรน progredita cultura persiana. Con lโ€™espansione araba, per fare un altro esempio, i conquistatori arabi non avevano esperienza nella gestione di un grande impero, si affidarono ai Persiani, che divennero i veri ingegneri della politica dei califfati, specialmente durante la dinastia abbaside a Baghdad. Ibn Khaldun, il piรน grande storico della civiltร  islamica medievale, scrisse senza ambiguitร : quasi tutti gli studiosi musulmani in scienze intellettuali erano di origine persiana, e solo i Persiani si impegnarono nel compito di preservare e trasmettere la conoscenza scientifica, mentre gli Arabi non la coltivarono.

Vale la pena aggiungere un dettaglio che dice tutto: con la conquista islamica, la scrittura araba soppiantรฒ gli alfabeti delle civiltร  sottomesse โ€” il pehlevico in Persia, il siriaco in Iraq e Siria, il copto e il greco in Egitto. I Persiani perรฒ non portarono la loro scrittura nell’islam: la persero, e impararono a scrivere il proprio pensiero in un alfabeto non loro. Quando Ibn Khaldun scrisse che solo i Persiani custodirono il sapere scientifico della civiltร  islamica, lo fece in arabo โ€” con le lettere di chi li aveva conquistati. Nel dibattito contemporaneo sulla “civiltร  islamica”, questo primato intellettuale scompare nel calderone indifferenziato di una cultura chiamata semplicemente “araba”.

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C’รจ poi un ultimo livello di questa approssimazione che vale la pena nominare. Quando l’Occidente parla di “arte araba”, “architettura araba”, “filosofia araba”, tratta come un blocco omogeneo realtร  che separano secoli, continenti, dinastie e culture radicalmente diverse tra loro: l’arte omayyade di Damasco non ha quasi nulla a che fare con quella abbaside di Baghdad, che a sua volta รจ distante quanto un altro mondo dall’arte safavide persiana, da quella ottomana turca, da quella moghul indiana. Chiamarle tutte “arabe” o semplicemente โ€œislamicheโ€ non รจ solo imprecisione storiografica โ€” รจ la spia di qualcosa di piรน rivelatore. Chi usa quella categoria indifferenziata non sta descrivendo una realtร  storica: sta costruendo un’entitร  artificiale, un blocco monolitico utile a fini ideologici. Ieri serviva all’Orientalismo romantico per contrapporre un Oriente esotico e fascinoso all’Europa cristiana. Oggi serve al discorso decoloniale per costruire una vittima collettiva altrettanto monolitica. In entrambi i casi, le civiltร  reali โ€” persiana, bizantina, berbera, indiana, siriaca โ€” scompaiono nell’unica categoria che serve a chi parla, non a chi viene descritto.

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La teoria che dichiara di voler restituire la parola alle civiltร  cancellate, opera sistematicamente la cancellazione di tutte le civiltร  cancellate dall’espansionismo islamico. Lo fa perchรฉ quelle cancellazioni sono avvenute โ€” e in alcuni casi continuano ad avvenire โ€” in un quadro che non รจ gestibile con gli strumenti concettuali disponibili. Lo fa perchรฉ ammettere che l’imperialismo non รจ una prerogativa europea significherebbe fare saltare l’intera architettura del discorso. E lo fa, infine, perchรฉ chi ha costruito quella narrativa erano intellettuali inseriti nel sistema universitario occidentale, con le sue battaglie intestine, i suoi usi strumentali del passato, le sue proiezioni ideologiche sul mondo non-europeo.

La decolonizzazione autentica, se avesse davvero a cuore le civiltร  sopraffatte, dovrebbe cominciare da lรฌ: dall’esame di quale colonizzazione ha prodotto le cancellazioni piรน profonde e piรน durature, quelle che non si possono piรน nemmeno nominare perchรฉ i popoli che le hanno subite hanno smesso di esistere come tali. Sarebbe un esercizio intellettuale piรน onesto, e assai piรน scomodo.

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Forse รจ anche l’ora di trarne le conseguenze pratiche. L’Occidente si รจ caricato delle proprie colpe storiche, le ha elaborate, ne ha chiesto scusa in modo iterato e pubblico. รˆ legittimo iniziare a pretendere lo stesso dagli altri. Un punto di partenza concreto esiste: far riconoscere alla Turchia che quello sugli armeni fu un genocidio. Oggi dirlo provoca reazioni diplomatiche piccate e silenzi imbarazzati. Eppure sarebbe il primo passo di un processo necessario: quello che la Turchia sta facendo con i curdi non รจ una novitร  โ€” รจ la ripetizione di un pattern che si รจ consumato piรน volte nella sua storia, ai danni di nazioni, tradizioni religiose e civiltร  che sono state livellate, fatte scomparire, ridotte in rovine. Nominarlo non รจ ostilitร : รจ la stessa onestร  che chiediamo a noi stessi


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