𝑂𝑔𝑔𝑖 𝑖𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑛𝑖𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑐𝑜𝑙𝑜𝑛𝑖𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑖, 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑓𝑖𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑢𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑜𝑣𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑖, 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑖𝑐𝑖. 𝐴𝑛𝑧𝑖, 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑏𝑎𝑠𝑒 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑒, 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑢𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑠𝑒 𝑠𝑖 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑜𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑒𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑒 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑖 𝑜𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑖.
C’è però in tutto questo un paradosso: il pensiero decoloniale è esso stesso un prodotto esclusivamente occidentale che oggi viene usato come argomento antioccidentale. Nasce nelle università europee e americane, si fonda su categorie elaborate da intellettuali formatisi tra Parigi, Londra, Cambridge e Columbia. È quindi l’Occidente che decide quali colonizzazioni meritano di essere decostruite e quali no. Abbiamo colonizzato e imposto un’idea eurocentrica al decolonialismo?
In quest’ottica è proprio l’Occidente che ha forgiato l’immagine romantica e idealizzata dell’espansionismo islamico come esperienze positiva, tollerante, civile.
𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥-𝐀𝐧𝐝𝐚𝐥𝐮𝐬
Prendiamo il caso più clamoroso messo in evidenza anche da un recente studio di Eric Calderwood in “Colonial al-Andalus”: la convivencia, il mito della Spagna islamica come paradiso di coesistenza tra cristiani, ebrei e musulmani. Da dove viene questa narrativa sconosciuta agli storici arabi o dalle tradizioni popolari andaluse. Viene dallo spagnolo Américo Castro, che coniò il termine nel 1948 per combattere le pretese nazionaliste del regime franchista sull’identità “pura” della Spagna cattolica. Era un argomento anticattolico prima ancora che storico: non una riscoperta del passato, ma un’arma nella guerra civile culturale del Novecento spagnolo.
Con obiettivi diversi la stessa narrativa fu strumentalizzata in precedenza dalla Spagna coloniale in Marocco: il ricordo condiviso di al-Andalus divenne il pretesto ideologico con cui Madrid giustificava la propria presenza coloniale in Marocco spacciata come “fratellanza culturale” piuttosto che come occupazione. Ottantamila marocchini combatterono al fianco di Franco negli anni Trenta, e una parte non trascurabile del collante fu proprio questo: il mito europeo di un passato islamico comune. Questa costruzione ideologica spagnola è passata addirittura dentro l’identità stessa marocchina.
𝐋’𝐞𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐨 𝐚𝐫𝐚𝐛𝐚
Il concetto dell’”età dell’oro araba” non compare nei testi medievali islamici: nessuno, mentre viveva nel Cairo abbaside o nella Córdoba degli Omayyadi, si percepiva come abitante di un’”età dell’oro”. Il termine compare per la prima volta in letteratura orientalistica ottocentesca, in un manuale di viaggio in Siria e Palestina del 1868. È un costrutto elaborato dall’Occidente, speculare al concetto di Rinascimento europeo, funzionale a quell’infatuazione romantica per l’Oriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Ed è la stessa operazione intellettuale che ha portato a restaurare e reinventare monumenti siciliani secondo uno stereotipo orientaleggiante — cupole aggiunte dove non ce n’erano, superfici arabizzate che i documenti storici non confermano — per adattarli a un’immagine di magnificenza islamica che serviva agli stati nazionali europei come contraltare alla civiltà cristiana medievale. Oggi questa tendenza in Sicilia e Italia è più attuale che mai, sembra quasi che la Sicilia prima della venuta degli arabi fosse una landa deserta dove le persone vivevano nelle caverne vestite di pelli e con le unghie sporche. L’altro giorno avevo visto un meme o immagine: “Ti piace la granita? Devi ringraziare gli arabi!” Come se a nessuno nei millenni fosse passato per la testa di bere qualcosa di fresco e dolce. Nei dépliant una cattedrale diventa magicamente arabo-normanna e poi vai a cercare in che cosa è araba e trovi che tra le travature delle capriate ci sono delle immagini zoomorfe riconducibili a stili nord africani dell’epoca.
Tornando a noi: quella che oggi si presenta come rivendicazione decoloniale dell’Islam contro l’Occidente è il prodotto di una disputa interna all’Occidente. La sinistra accademica europea usa la civiltà islamica medievale come argomento retorico contro la destra cristiana europea. L’Islam autentico — quello delle comunità che vissero le conquiste del VII secolo, quello dei persiani che elaborarono il pensiero falsamente detto “arabo”, quello dei greci e degli assiri e degli armeni islamizzati a forza — non è mai stato interpellato. È rimasto sullo sfondo come fondale dipinto, utile all’une e all’altro secondo le necessità del momento.
Il pensiero decoloniale è strutturato per leggere la storia come un conflitto tra colonizzatori occidentali e colonizzati non-occidentali. Questa griglia lascia fuori qualsiasi imperialismo non europeo, e in particolare lascia fuori l’espansione islamica medievale, che fu una conquista di popolazioni non occidentali su altre popolazioni non occidentali, con strumenti di dominio sistematici e documentati.
𝐅𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐬𝐥𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨.
Il sistema della dhimma — lo statuto giuridico dei non-musulmani nelle terre conquistate — prevedeva il pagamento della jizya, un’imposta di capitazione riservata ai soli non-convertiti, esplicitamente concepita per incentivare la conversione e marcare una gerarchia tra sudditi di serie A e di serie B (Per essere precisi: Serie A i musulmani, serie B i popoli del Libro ossia cristiani ed ebrei, di Serie C tutti gli altri, disponibili alla mercé di qualsiasi musulmano!). Prevedeva restrizioni alla costruzione e alla riparazione di luoghi di culto, divieti di testimoniare in processo contro un musulmano, obblighi di abbigliamento distintivo. Non era tolleranza: era subordinazione codificata in diritto. Nell’XI secolo il califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah ordinò la distruzione di trentamila chiese in Egitto e Siria in un solo anno. Il sistema del devshirme ottomano sottraeva ogni anno bambini cristiani dai Balcani e dall’Anatolia, li convertiva forzatamente all’Islam e li arruolava come soldati o funzionari di stato — una pratica che durò dal XIV al XVII secolo. La turchizzazione linguistica e religiosa dell’Anatolia cancellò popolazioni greche, armene e assire presenti da millenni: non per migrazione volontaria, ma attraverso la pressione fiscale, le conversioni forzate, le deportazioni e, nel caso armeno, un genocidio che lo stato turco rifiuta ancora di riconoscere.
Questi sono fatti di storia documentata, non interpretazioni controverse. Eppure non compaiono nel vocabolario decoloniale. I greci pontici che ancora oggi si risvegliano “turchi” dopo generazioni di identità sepolta — come racconta Mert Kaya, sociologo che ha scoperto di essere il discendente di un bambino greco separato dalla sua famiglia durante le deportazioni del 1919-1925 — non hanno categoria nel pensiero postcoloniale. Non si chiamano vittime di colonialismo perché il loro colonizzatore non era europeo. I siciliani greco-bizantini che resistettero culturalmente all’occupazione islamica e produssero — sotto la corte normanna e sveva, non prima — la prima scuola poetica italiana, non hanno spazio nella narrativa della “Sicilia araba fiorente”.
Il colonialismo diventa civilizzazione a seconda della prospettiva
C’è poi una prova della memoria che nessuno cita mai nelle università europee: mentre nelle accademie franco-britanniche si favoleggiava di eleganti signori in vesti bianche che discutevano di Aristotele e Averroè in splendidi palazzi, nel Mediterraneo settentrionale si costruivano castelli e si erizzavano di torri le città per difendersi da quegli stessi signori. Quelle architetture difensive esistono ancora. In Croazia, in Bosnia, in Romania, in Ungheria, le chiese fortificate, i monasteri trasformati in fortezze, le mura doppie e triple delle città di confine raccontano una storia che la popolazione locale non ha mai dimenticato. E quando oggi si presenta loro l’immagine romantica della “civilizzazione ottomana”, faticano a riconoscervisi: per secoli hanno preservato la propria identità cristiana non come nostalgia, ma come resistenza. Il loro silenzio nel dibattito accademico occidentale non è consenso: è assenza forzata dal tavolo in cui altri decidono come interpretare la loro storia.
𝗔𝗿𝗮𝗯𝗶 𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝗮𝗻𝗶?
Il rapporto tra Arabi e Persiani comincia prima ancora della conquista islamica della Persia nel 651. La tradizione islamica attesta che a suggerire a Maometto lo scavo del fossato difensivo intorno a Medina — la tattica militare che salvò la città nell’assedio del 627 — fu Salman al-Farisi, un ex-schiavo persiano, grazie a lui i musulmani vinsero la prima battaglia nella storia. Questo episodio quasi simbolico diventa una metafora del rapporto degli arabi nei confronti della più progredita cultura persiana. Con l’espansione araba, per fare un altro esempio, i conquistatori arabi non avevano esperienza nella gestione di un grande impero, si affidarono ai Persiani, che divennero i veri ingegneri della politica dei califfati, specialmente durante la dinastia abbaside a Baghdad. Ibn Khaldun, il più grande storico della civiltà islamica medievale, scrisse senza ambiguità: quasi tutti gli studiosi musulmani in scienze intellettuali erano di origine persiana, e solo i Persiani si impegnarono nel compito di preservare e trasmettere la conoscenza scientifica, mentre gli Arabi non la coltivarono.
Vale la pena aggiungere un dettaglio che dice tutto: con la conquista islamica, la scrittura araba soppiantò gli alfabeti delle civiltà sottomesse — il pehlevico in Persia, il siriaco in Iraq e Siria, il copto e il greco in Egitto. I Persiani però non portarono la loro scrittura nell’islam: la persero, e impararono a scrivere il proprio pensiero in un alfabeto non loro. Quando Ibn Khaldun scrisse che solo i Persiani custodirono il sapere scientifico della civiltà islamica, lo fece in arabo — con le lettere di chi li aveva conquistati. Nel dibattito contemporaneo sulla “civiltà islamica”, questo primato intellettuale scompare nel calderone indifferenziato di una cultura chiamata semplicemente “araba”.
𝗟𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮
C’è poi un ultimo livello di questa approssimazione che vale la pena nominare. Quando l’Occidente parla di “arte araba”, “architettura araba”, “filosofia araba”, tratta come un blocco omogeneo realtà che separano secoli, continenti, dinastie e culture radicalmente diverse tra loro: l’arte omayyade di Damasco non ha quasi nulla a che fare con quella abbaside di Baghdad, che a sua volta è distante quanto un altro mondo dall’arte safavide persiana, da quella ottomana turca, da quella moghul indiana. Chiamarle tutte “arabe” o semplicemente “islamiche” non è solo imprecisione storiografica — è la spia di qualcosa di più rivelatore. Chi usa quella categoria indifferenziata non sta descrivendo una realtà storica: sta costruendo un’entità artificiale, un blocco monolitico utile a fini ideologici. Ieri serviva all’Orientalismo romantico per contrapporre un Oriente esotico e fascinoso all’Europa cristiana. Oggi serve al discorso decoloniale per costruire una vittima collettiva altrettanto monolitica. In entrambi i casi, le civiltà reali — persiana, bizantina, berbera, indiana, siriaca — scompaiono nell’unica categoria che serve a chi parla, non a chi viene descritto.
𝗟’𝗶𝗽𝗼𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼𝗻𝗶𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮
La teoria che dichiara di voler restituire la parola alle civiltà cancellate, opera sistematicamente la cancellazione di tutte le civiltà cancellate dall’espansionismo islamico. Lo fa perché quelle cancellazioni sono avvenute — e in alcuni casi continuano ad avvenire — in un quadro che non è gestibile con gli strumenti concettuali disponibili. Lo fa perché ammettere che l’imperialismo non è una prerogativa europea significherebbe fare saltare l’intera architettura del discorso. E lo fa, infine, perché chi ha costruito quella narrativa erano intellettuali inseriti nel sistema universitario occidentale, con le sue battaglie intestine, i suoi usi strumentali del passato, le sue proiezioni ideologiche sul mondo non-europeo.
La decolonizzazione autentica, se avesse davvero a cuore le civiltà sopraffatte, dovrebbe cominciare da lì: dall’esame di quale colonizzazione ha prodotto le cancellazioni più profonde e più durature, quelle che non si possono più nemmeno nominare perché i popoli che le hanno subite hanno smesso di esistere come tali. Sarebbe un esercizio intellettuale più onesto, e assai più scomodo.
𝗣𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝗱𝗲𝗿𝗲
Forse è anche l’ora di trarne le conseguenze pratiche. L’Occidente si è caricato delle proprie colpe storiche, le ha elaborate, ne ha chiesto scusa in modo iterato e pubblico. È legittimo iniziare a pretendere lo stesso dagli altri. Un punto di partenza concreto esiste: far riconoscere alla Turchia che quello sugli armeni fu un genocidio. Oggi dirlo provoca reazioni diplomatiche piccate e silenzi imbarazzati. Eppure sarebbe il primo passo di un processo necessario: quello che la Turchia sta facendo con i curdi non è una novità — è la ripetizione di un pattern che si è consumato più volte nella sua storia, ai danni di nazioni, tradizioni religiose e civiltà che sono state livellate, fatte scomparire, ridotte in rovine. Nominarlo non è ostilità: è la stessa onestà che chiediamo a noi stessi

Lascia un commento