๐๐๐๐ ๐๐ ๐ก๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐ ๐ ๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐, ๐๐๐โ๐ ๐ ๐ ๐๐๐ ๐๐๐ก๐ก๐ ๐๐ ๐๐ข๐๐ ๐ก๐ ๐ก๐๐๐๐๐๐, ๐ฬ ๐๐ ๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐ข๐ก๐ก๐๐๐ ๐๐ ๐๐๐๐ก๐ ๐๐๐ ๐๐๐ฃ๐๐๐๐๐ก๐ ๐๐๐๐๐ก๐๐๐, ๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐ ๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐. ๐ด๐๐ง๐, ๐ฬ ๐๐๐ฃ๐๐๐ก๐๐ก๐ ๐๐ ๐๐๐ ๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐ข๐๐, ๐ข๐ ๐ก๐๐๐ ๐๐ ๐ ๐๐๐ข๐ก๐๐๐๐๐ก๐ ๐๐๐๐ก๐๐๐๐ ๐ ๐ ๐ ๐ ๐ฃ๐๐๐๐๐๐๐ ๐ ๐๐๐ข๐๐๐ ๐๐ ๐ก๐๐๐๐๐ ๐๐ ๐๐ข๐๐ ๐ก๐ ๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐ก๐๐๐๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐ ๐๐๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐ก๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐ ๐๐๐๐๐ก๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐ก๐๐๐.
Cโรจ perรฒ in tutto questo un paradosso: il pensiero decoloniale รจ esso stesso un prodotto esclusivamente occidentale che oggi viene usato come argomento antioccidentale. Nasce nelle universitร europee e americane, si fonda su categorie elaborate da intellettuali formatisi tra Parigi, Londra, Cambridge e Columbia. ร quindi l’Occidente che decide quali colonizzazioni meritano di essere decostruite e quali no. Abbiamo colonizzato e imposto unโidea eurocentrica al decolonialismo?
In questโottica รจ proprio l’Occidente che ha forgiato l’immagine romantica e idealizzata dell’espansionismo islamico come esperienze positiva, tollerante, civile.
๐๐ฅ ๐ฆ๐ข๐ญ๐จ ๐๐ข ๐๐ฅ-๐๐ง๐๐๐ฅ๐ฎ๐ฌ
Prendiamo il caso piรน clamoroso messo in evidenza anche da un recente studio di Eric Calderwood in โColonial al-Andalusโ: la convivencia, il mito della Spagna islamica come paradiso di coesistenza tra cristiani, ebrei e musulmani. Da dove viene questa narrativa sconosciuta agli storici arabi o dalle tradizioni popolari andaluse. Viene dallo spagnolo Amรฉrico Castro, che coniรฒ il termine nel 1948 per combattere le pretese nazionaliste del regime franchista sull’identitร “pura” della Spagna cattolica. Era un argomento anticattolico prima ancora che storico: non una riscoperta del passato, ma un’arma nella guerra civile culturale del Novecento spagnolo.
Con obiettivi diversi la stessa narrativa fu strumentalizzata in precedenza dalla Spagna coloniale in Marocco: il ricordo condiviso di al-Andalus divenne il pretesto ideologico con cui Madrid giustificava la propria presenza coloniale in Marocco spacciata come “fratellanza culturale” piuttosto che come occupazione. Ottantamila marocchini combatterono al fianco di Franco negli anni Trenta, e una parte non trascurabile del collante fu proprio questo: il mito europeo di un passato islamico comune. Questa costruzione ideologica spagnola รจ passata addirittura dentro lโidentitร stessa marocchina.
๐โ๐๐ญ๐ฬ ๐๐๐ฅ๐ฅโ๐จ๐ซ๐จ ๐๐ซ๐๐๐
Il concetto dellโโetร dellโoro arabaโ non compare nei testi medievali islamici: nessuno, mentre viveva nel Cairo abbaside o nella Cรณrdoba degli Omayyadi, si percepiva come abitante di un’”etร dell’oro”. Il termine compare per la prima volta in letteratura orientalistica ottocentesca, in un manuale di viaggio in Siria e Palestina del 1868. ร un costrutto elaborato dall’Occidente, speculare al concetto di Rinascimento europeo, funzionale a quell’infatuazione romantica per l’Oriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Ed รจ la stessa operazione intellettuale che ha portato a restaurare e reinventare monumenti siciliani secondo uno stereotipo orientaleggiante โ cupole aggiunte dove non ce n’erano, superfici arabizzate che i documenti storici non confermano โ per adattarli a un’immagine di magnificenza islamica che serviva agli stati nazionali europei come contraltare alla civiltร cristiana medievale. Oggi questa tendenza in Sicilia e Italia รจ piรน attuale che mai, sembra quasi che la Sicilia prima della venuta degli arabi fosse una landa deserta dove le persone vivevano nelle caverne vestite di pelli e con le unghie sporche. Lโaltro giorno avevo visto un meme o immagine: โTi piace la granita? Devi ringraziare gli arabi!โ Come se a nessuno nei millenni fosse passato per la testa di bere qualcosa di fresco e dolce. Nei dรฉpliant una cattedrale diventa magicamente arabo-normanna e poi vai a cercare in che cosa รจ araba e trovi che tra le travature delle capriate ci sono delle immagini zoomorfe riconducibili a stili nord africani dellโepoca.
Tornando a noi: quella che oggi si presenta come rivendicazione decoloniale dell’Islam contro l’Occidente รจ il prodotto di una disputa interna all’Occidente. La sinistra accademica europea usa la civiltร islamica medievale come argomento retorico contro la destra cristiana europea. L’Islam autentico โ quello delle comunitร che vissero le conquiste del VII secolo, quello dei persiani che elaborarono il pensiero falsamente detto “arabo”, quello dei greci e degli assiri e degli armeni islamizzati a forza โ non รจ mai stato interpellato. ร rimasto sullo sfondo come fondale dipinto, utile all’une e all’altro secondo le necessitร del momento.
Il pensiero decoloniale รจ strutturato per leggere la storia come un conflitto tra colonizzatori occidentali e colonizzati non-occidentali. Questa griglia lascia fuori qualsiasi imperialismo non europeo, e in particolare lascia fuori l’espansione islamica medievale, che fu una conquista di popolazioni non occidentali su altre popolazioni non occidentali, con strumenti di dominio sistematici e documentati.
๐ ๐จ๐ซ๐ฆ๐ ๐๐ข ๐๐จ๐ฅ๐จ๐ง๐ข๐๐ฅ๐ข๐ฌ๐ฆ๐จ ๐ข๐ฌ๐ฅ๐๐ฆ๐ข๐๐จ.
Il sistema della dhimma โ lo statuto giuridico dei non-musulmani nelle terre conquistate โ prevedeva il pagamento della jizya, un’imposta di capitazione riservata ai soli non-convertiti, esplicitamente concepita per incentivare la conversione e marcare una gerarchia tra sudditi di serie A e di serie B (Per essere precisi: Serie A i musulmani, serie B i popoli del Libro ossia cristiani ed ebrei, di Serie C tutti gli altri, disponibili alla mercรฉ di qualsiasi musulmano!). Prevedeva restrizioni alla costruzione e alla riparazione di luoghi di culto, divieti di testimoniare in processo contro un musulmano, obblighi di abbigliamento distintivo. Non era tolleranza: era subordinazione codificata in diritto. Nell’XI secolo il califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah ordinรฒ la distruzione di trentamila chiese in Egitto e Siria in un solo anno. Il sistema del devshirme ottomano sottraeva ogni anno bambini cristiani dai Balcani e dall’Anatolia, li convertiva forzatamente all’Islam e li arruolava come soldati o funzionari di stato โ una pratica che durรฒ dal XIV al XVII secolo. La turchizzazione linguistica e religiosa dell’Anatolia cancellรฒ popolazioni greche, armene e assire presenti da millenni: non per migrazione volontaria, ma attraverso la pressione fiscale, le conversioni forzate, le deportazioni e, nel caso armeno, un genocidio che lo stato turco rifiuta ancora di riconoscere.
Questi sono fatti di storia documentata, non interpretazioni controverse. Eppure non compaiono nel vocabolario decoloniale. I greci pontici che ancora oggi si risvegliano “turchi” dopo generazioni di identitร sepolta โ come racconta Mert Kaya, sociologo che ha scoperto di essere il discendente di un bambino greco separato dalla sua famiglia durante le deportazioni del 1919-1925 โ non hanno categoria nel pensiero postcoloniale. Non si chiamano vittime di colonialismo perchรฉ il loro colonizzatore non era europeo. I siciliani greco-bizantini che resistettero culturalmente all’occupazione islamica e produssero โ sotto la corte normanna e sveva, non prima โ la prima scuola poetica italiana, non hanno spazio nella narrativa della “Sicilia araba fiorente”.
Il colonialismo diventa civilizzazione a seconda della prospettiva
C’รจ poi una prova della memoria che nessuno cita mai nelle universitร europee: mentre nelle accademie franco-britanniche si favoleggiava di eleganti signori in vesti bianche che discutevano di Aristotele e Averroรจ in splendidi palazzi, nel Mediterraneo settentrionale si costruivano castelli e si erizzavano di torri le cittร per difendersi da quegli stessi signori. Quelle architetture difensive esistono ancora. In Croazia, in Bosnia, in Romania, in Ungheria, le chiese fortificate, i monasteri trasformati in fortezze, le mura doppie e triple delle cittร di confine raccontano una storia che la popolazione locale non ha mai dimenticato. E quando oggi si presenta loro l’immagine romantica della “civilizzazione ottomana”, faticano a riconoscervisi: per secoli hanno preservato la propria identitร cristiana non come nostalgia, ma come resistenza. Il loro silenzio nel dibattito accademico occidentale non รจ consenso: รจ assenza forzata dal tavolo in cui altri decidono come interpretare la loro storia.
๐๐ฟ๐ฎ๐ฏ๐ถ ๐ผ ๐ฝ๐ฒ๐ฟ๐๐ถ๐ฎ๐ป๐ถ?
Il rapporto tra Arabi e Persiani comincia prima ancora della conquista islamica della Persia nel 651. La tradizione islamica attesta che a suggerire a Maometto lo scavo del fossato difensivo intorno a Medina โ la tattica militare che salvรฒ la cittร nell’assedio del 627 โ fu Salman al-Farisi, un ex-schiavo persiano, grazie a lui i musulmani vinsero la prima battaglia nella storia. Questo episodio quasi simbolico diventa una metafora del rapporto degli arabi nei confronti della piรน progredita cultura persiana. Con lโespansione araba, per fare un altro esempio, i conquistatori arabi non avevano esperienza nella gestione di un grande impero, si affidarono ai Persiani, che divennero i veri ingegneri della politica dei califfati, specialmente durante la dinastia abbaside a Baghdad. Ibn Khaldun, il piรน grande storico della civiltร islamica medievale, scrisse senza ambiguitร : quasi tutti gli studiosi musulmani in scienze intellettuali erano di origine persiana, e solo i Persiani si impegnarono nel compito di preservare e trasmettere la conoscenza scientifica, mentre gli Arabi non la coltivarono.
Vale la pena aggiungere un dettaglio che dice tutto: con la conquista islamica, la scrittura araba soppiantรฒ gli alfabeti delle civiltร sottomesse โ il pehlevico in Persia, il siriaco in Iraq e Siria, il copto e il greco in Egitto. I Persiani perรฒ non portarono la loro scrittura nell’islam: la persero, e impararono a scrivere il proprio pensiero in un alfabeto non loro. Quando Ibn Khaldun scrisse che solo i Persiani custodirono il sapere scientifico della civiltร islamica, lo fece in arabo โ con le lettere di chi li aveva conquistati. Nel dibattito contemporaneo sulla “civiltร islamica”, questo primato intellettuale scompare nel calderone indifferenziato di una cultura chiamata semplicemente “araba”.
๐๐ฎ ๐๐ฒ๐บ๐ฝ๐น๐ถ๐ณ๐ถ๐ฐ๐ฎ๐๐ถ๐ผ๐ป๐ฒ ๐ฟ๐ผ๐บ๐ฎ๐ป๐๐ถ๐ฐ๐ฎ
C’รจ poi un ultimo livello di questa approssimazione che vale la pena nominare. Quando l’Occidente parla di “arte araba”, “architettura araba”, “filosofia araba”, tratta come un blocco omogeneo realtร che separano secoli, continenti, dinastie e culture radicalmente diverse tra loro: l’arte omayyade di Damasco non ha quasi nulla a che fare con quella abbaside di Baghdad, che a sua volta รจ distante quanto un altro mondo dall’arte safavide persiana, da quella ottomana turca, da quella moghul indiana. Chiamarle tutte “arabe” o semplicemente โislamicheโ non รจ solo imprecisione storiografica โ รจ la spia di qualcosa di piรน rivelatore. Chi usa quella categoria indifferenziata non sta descrivendo una realtร storica: sta costruendo un’entitร artificiale, un blocco monolitico utile a fini ideologici. Ieri serviva all’Orientalismo romantico per contrapporre un Oriente esotico e fascinoso all’Europa cristiana. Oggi serve al discorso decoloniale per costruire una vittima collettiva altrettanto monolitica. In entrambi i casi, le civiltร reali โ persiana, bizantina, berbera, indiana, siriaca โ scompaiono nell’unica categoria che serve a chi parla, non a chi viene descritto.
๐’๐ถ๐ฝ๐ผ๐ฐ๐ฟ๐ถ๐๐ถ๐ฎ ๐ฑ๐ฒ๐ฐ๐ผ๐น๐ผ๐ป๐ถ๐ฎ๐น๐ถ๐๐๐ฎ
La teoria che dichiara di voler restituire la parola alle civiltร cancellate, opera sistematicamente la cancellazione di tutte le civiltร cancellate dall’espansionismo islamico. Lo fa perchรฉ quelle cancellazioni sono avvenute โ e in alcuni casi continuano ad avvenire โ in un quadro che non รจ gestibile con gli strumenti concettuali disponibili. Lo fa perchรฉ ammettere che l’imperialismo non รจ una prerogativa europea significherebbe fare saltare l’intera architettura del discorso. E lo fa, infine, perchรฉ chi ha costruito quella narrativa erano intellettuali inseriti nel sistema universitario occidentale, con le sue battaglie intestine, i suoi usi strumentali del passato, le sue proiezioni ideologiche sul mondo non-europeo.
La decolonizzazione autentica, se avesse davvero a cuore le civiltร sopraffatte, dovrebbe cominciare da lรฌ: dall’esame di quale colonizzazione ha prodotto le cancellazioni piรน profonde e piรน durature, quelle che non si possono piรน nemmeno nominare perchรฉ i popoli che le hanno subite hanno smesso di esistere come tali. Sarebbe un esercizio intellettuale piรน onesto, e assai piรน scomodo.
๐ฃ๐ฒ๐ฟ ๐ฐ๐ผ๐ป๐ฐ๐น๐๐ฑ๐ฒ๐ฟ๐ฒ
Forse รจ anche l’ora di trarne le conseguenze pratiche. L’Occidente si รจ caricato delle proprie colpe storiche, le ha elaborate, ne ha chiesto scusa in modo iterato e pubblico. ร legittimo iniziare a pretendere lo stesso dagli altri. Un punto di partenza concreto esiste: far riconoscere alla Turchia che quello sugli armeni fu un genocidio. Oggi dirlo provoca reazioni diplomatiche piccate e silenzi imbarazzati. Eppure sarebbe il primo passo di un processo necessario: quello che la Turchia sta facendo con i curdi non รจ una novitร โ รจ la ripetizione di un pattern che si รจ consumato piรน volte nella sua storia, ai danni di nazioni, tradizioni religiose e civiltร che sono state livellate, fatte scomparire, ridotte in rovine. Nominarlo non รจ ostilitร : รจ la stessa onestร che chiediamo a noi stessi

Rispondi