Articolo pubblicato il 8 maggio 2026
𝐴𝑙𝑐𝑢𝑛𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑢 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝐿𝑖𝑏𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑆𝑢𝑑 𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑟𝑒𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑡𝑟𝑎 𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑎𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖, 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜?
𝟭. 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 — 𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́
Da oltre vent’anni il confine settentrionale di Israele è il fronte di una guerra a bassa intensità che periodicamente si trasforma in conflitto aperto. Il protagonista principale è Hezbollah, la milizia sciita libanese nata nel 1982 con il supporto diretto dell’Iran, diventata nel tempo uno Stato nello Stato: partito politico, rete sociale, esercito.
Negli anni successivi al ritiro israeliano del 2000, e ancor più dopo la guerra del 2006, Hezbollah ha trasformato sistematicamente i villaggi del Libano meridionale in piattaforme militari. Abitazioni private, moschee, scuole e ospedali sono stati integrati in una rete di depositi d’armi, postazioni missilistiche e infrastrutture di comando. Parallelamente, un’estesa rete di tunnel — alcuni dei quali penetrano in territorio israeliano — è stata scavata per garantire mobilità e protezione in caso di conflitto su larga scala.
L’operazione condotta da Israele tra il 2024 e il 2025 ha risposto a questa realtà con uno strumento che le campagne precedenti non avevano mai usato in modo così sistematico: la decapitazione della struttura di comando. Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah per oltre trent’anni, è stato eliminato insieme alla gran parte dell’alto comando. I depositi di armi di precisione — nucleo della capacità offensiva accumulata in un decennio — sono stati colpiti massicciamente. Le infrastrutture tunnel parzialmente distrutte.
Il risultato sul terreno è una discontinuità rispetto a qualsiasi conflitto precedente: la popolazione civile del Libano meridionale si è spostata verso nord in proporzioni molto superiori al 2006, lasciando una fascia di territorio sostanzialmente svuotata lungo il confine. Hezbollah esiste ancora come organizzazione, ma è una forza che deve ricostruirsi — la leadership, l’arsenale, le strutture — partendo da una base gravemente degradata.
𝟮. 𝗚𝗹𝗶 𝗼𝗯𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗶𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗶
Nel breve periodo gli obiettivi di Israele si articolano su tre livelli.
Degradare Hezbollah come forza militare. Non si tratta di ridurre il numero di combattenti, ma di azzerare le capacità specifiche che rendevano Hezbollah una minaccia di scala esistenziale: i missili a guida di precisione capaci di colpire infrastrutture critiche, i sistemi antiaerei, la catena di comando. La perdita della leadership storica priva l’organizzazione di quella continuità strategica che le aveva permesso di sopravvivere e ricostruirsi dopo ogni scontro precedente.
Ristabilire la sicurezza delle comunità del Nord. Oltre centomila israeliani erano stati evacuati dalla Galilea settentrionale nei mesi precedenti. Il ritorno sicuro di queste popolazioni — a Kiryat Shmona, Metula, nei kibbutz lungo la frontiera — è una priorità politica interna oltre che militare. Non è possibile parlare di successo strategico se il Nord rimane inabitabile.
Creare una fascia cuscinetto verificabile. L’obiettivo territoriale immediato non è l’annessione formale, ma l’allontanamento delle forze di Hezbollah dal confine. La Risoluzione ONU 1701 del 2006 prevedeva già il dispiegamento esclusivo dell’esercito libanese a sud del Litani e il disarmo delle milizie. Non è mai stata applicata. Questa volta Israele sembra determinata a ottenere un’implementazione reale, con o senza garanzie internazionali formali.
𝟯. 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗻𝗱𝗼 — 𝗶𝗹 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗿𝗲𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲
Ciò che rende questa fase qualitativamente diversa dalle precedenti non è solo la scala delle operazioni militari, ma una convergenza di trasformazioni regionali che si manifestano simultaneamente.
Il fallimento certificato degli strumenti internazionali. UNIFIL — dispiegata dal 1978 e rafforzata nel 2006 — ha dimostrato in quasi vent’anni una capacità di deterrenza vicina a zero. Hezbollah ha costruito la sua infrastruttura militare sotto gli occhi dei caschi blu senza che venisse impedito nulla. La Risoluzione 1701 è rimasta lettera morta. Questo fallimento non è controverso: è documentato e riconosciuto dagli stessi governi che contribuiscono alle forze UNIFIL.
Il Libano come Stato strutturalmente incapace. Il sistema politico libanese — fondato sull’equilibrio confessionale degli Accordi di Taif del 1989 — è incapace per costruzione di esercitare sovranità sul proprio territorio meridionale. L’esercito libanese, sottodimensionato e privo di risorse, non ha mai avuto né la forza né la volontà politica di disarmare Hezbollah. La questione non è la malafede libanese: è l’assenza di un attore statale capace di essere interlocutore affidabile.
La caduta di Assad e la linea di rifornimento spezzata. Il crollo del regime siriano alla fine del 2024 ha reciso la principale arteria logistica terrestre attraverso cui l’Iran riforniva Hezbollah. Questo “corridoio sciita” dall’Iraq alla Siria al Libano era la spina dorsale del progetto iraniano di proiezione di potenza nel Mediterraneo. La sua interruzione non è necessariamente permanente — le rotte si adattano — ma aggiunge una pressione logistica significativa in un momento in cui Hezbollah è già in fase di ricostruzione forzata.
L’Iran sotto pressione. Le campagne israeliane del 2024 hanno colpito significativamente le capacità militari iraniane dirette, riducendo la capacità di Teheran di proiettare forza attraverso i suoi proxy regionali. L’Iran resta un attore determinante, ma con margini d’intervento diretto ridotti rispetto agli anni precedenti.
Una nuova disponibilità libanese. Paradossalmente, l’indebolimento di Hezbollah ha aperto uno spazio politico inedito. Per la prima volta da decenni, alcune componenti dello Stato libanese hanno mostrato disponibilità a contatti diretti con Israele su questioni di sicurezza. Quanto questo rappresenti una svolta strutturale o una congiuntura temporanea è ancora da valutare.
𝟰. 𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 — 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶
È in questo contesto che si apre una discussione concreta sugli scenari di medio termine. Non si tratta di speculazione astratta: è un dibattito reale nella società israeliana, registrato con preoccupazione anche dai media libanesi, che riflette pressioni genuine dopo anni di guerra nel Nord.
𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗹𝗲𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗴𝗼𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 — 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝗶𝗻𝗮𝗶 𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗚𝗮𝘇𝗮.
C’è un filo che attraversa la storia delle scelte territoriali israeliane e che viene spesso frainteso: Israele non è una potenza espansionista per vocazione. È una potenza che usa il territorio come moneta di scambio — e ha dimostrato di essere disposta a cederne quantità significative quando la controparte è credibile e le garanzie sono reali.
Il caso più eloquente è il Sinai. Nel 1967 Israele si trovò a occupare la penisola non per scelta offensiva ma come conseguenza di una guerra scatenata dall’Egitto con dichiarate intenzioni di annientamento. Tenne quel territorio per dodici anni, poi lo restituì integralmente con gli Accordi di Camp David del 1979. In cambio ottenne un trattato di pace con il paese arabo più popoloso e militarmente più rilevante del Medio Oriente. Quel trattato regge ancora oggi, quasi cinquant’anni dopo.
La storia di Gaza racconta l’altra faccia della stessa medaglia. Nel 2005 Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia, smantellando insediamenti e basi militari senza ottenere nulla in cambio — nessun accordo, nessuna controparte riconosciuta, nessuna architettura di sicurezza. Il risultato fu l’opposto di Camp David: Hamas prese il controllo, la Striscia divenne una piattaforma di lancio, e la sequenza culminò nel massacro del 7 ottobre 2023.
La variabile decisiva, quindi, non è il ritiro in sé. È la qualità della controparte e la solidità delle condizioni negoziate. Applicata al Libano, questa lezione storica suggerisce che Israele potrebbe essere disposta a non trasformare il controllo del Sud in occupazione permanente — ma solo se dall’altra parte esiste un interlocutore capace di firmare, rispettare e far rispettare un accordo. Oggi quel interlocutore libanese è fragile. La domanda strategica reale è se possa essere costruito, o se debba essere atteso.
𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 — 𝗹𝗲 𝗧𝗿𝗶𝗯𝘂̀ 𝗱𝗶 𝗗𝗮𝗻 𝗲 𝗡𝗲𝗳𝘁𝗮𝗹𝗶. Negli ultimi mesi sono circolate in Israele, con crescente visibilità, proposte che richiamano le antiche tribù bibliche insediate nel Libano meridionale come fondamento di una rivendicazione territoriale permanente fino al Litani. Sarebbe un errore leggerle solo come massimalismo ideologico. Queste proposte svolgono anche una funzione strategica precisa: segnalare che esiste una pressione interna reale verso soluzioni radicali, alzando il costo politico per chiunque voglia negoziare con Israele da una posizione di debolezza. Che Netanyahu o i suoi successori abbiano intenzione di realizzarle è meno rilevante del fatto che la loro sola circolazione modifica il perimetro negoziale percepito.
𝟱. 𝗟𝗲 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ — 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲
Nessuno di questi scenari è privo di ostacoli seri.
Il problema storico: l’IDF vince, la politica perde. Il 1982 è il caso di scuola: superiorità militare schiacciante, obiettivi politici non raggiunti, occupazione durata diciotto anni e conclusa con un ritiro che fu percepito, internamente e regionalmente, come una sconfitta. La fascia di sicurezza 1985-2000 fu abbandonata non per mancanza di capacità militare, ma per l’erosione del consenso interno israeliano di fronte alle perdite continue. La lezione è che la vittoria militare non si converte automaticamente in architettura politica stabile. Israele ha dimostrato ripetutamente di saper vincere le guerre. Ha dimostrato molto meno di saper costruire dopo la vittoria un assetto che regga nel tempo.
Il problema attuale: le IDF del 2025 non sono quelle del 2006. Va detto con chiarezza, però, che la situazione militare è oggettivamente diversa. L’integrazione di intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi, la precisione dei colpi a lunga distanza, la guerra elettronica avanzata hanno ridotto drasticamente il costo umano delle operazioni per Israele. Più importante: questa volta il territorio è svuotato prima di qualsiasi eventuale occupazione prolungata, eliminando il principale fattore di logoramento che rese insostenibile la fascia di sicurezza precedente. La finestra strategica è più ampia di quanto non sia mai stata.
Il problema politico interno israeliano. Netanyahu ha storicamente privilegiato la gestione tattica dei conflitti rispetto alle soluzioni strutturali, per ragioni che hanno a che fare tanto con il calcolo politico interno quanto con la complessità geopolitica. Le pressioni nella società israeliana verso una soluzione definitiva al Nord sono reali e crescenti, ma la traduzione di quelle pressioni in strategia coerente richiede una classe politica capace di pensiero di lungo periodo — e questo è tutt’altro che garantito.
𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 — Una finestra aperta, una domanda senza risposta
Per la prima volta in decenni, diverse variabili convergono nella stessa direzione: Hezbollah degradato, Siria neutralizzata, Iran sotto pressione, territorio svuotato, capacità militare israeliana al suo apice storico. È una combinazione che non si era mai presentata.
La domanda che rimane aperta non è se Israele abbia la forza per ridisegnare l’assetto del Libano meridionale. Ce l’ha. La domanda è se abbia la chiarezza strategica e la coerenza politica per trasformare una superiorità militare temporanea in un accordo duraturo — prima che la finestra si richiuda, Hezbollah si ricostruisca e il ciclo ricomincia dall’inizio.
La storia del conflitto israelo-libanese suggerisce cautela. Ma la storia non è un destino.

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