Blog di Don Roy Benas

Israele, la fine dell’occhio di riguardo

Le scuole cristiane di Gerusalemme e un equilibrio istituzionale che sembra cambiare.

La vicenda delle scuole cristiane di Gerusalemme meriterebbe di essere raccontata con una certa precisione, proprio perché tocca questioni delicate: permessi di ingresso per insegnanti residenti in Cisgiordania, riconoscimento dei titoli professionali, programmi scolastici, rapporti tra istituzioni cristiane e Stato di Israele. Avvenire sceglie invece un’altra strada e già dal titolo trasforma una controversia amministrativa in qualcosa di diverso: «Vietato l’ingresso ai docenti palestinesi».

Ma non esiste un divieto generale contro i docenti palestinesi. La controversia riguardava poco più di settanta persone residenti in Cisgiordania che, per entrare a Gerusalemme, necessitano di un permesso. Le scuole sostenevano che alcuni permessi non fossero stati rinnovati o fossero temporanei; le autorità israeliane affermavano che tutti coloro che avevano superato i controlli e possedevano i requisiti li avessero ricevuti. Lo sciopero, annunciato come grave emergenza, è durato un giorno e le lezioni sono riprese.

Si può naturalmente discutere se Israele abbia gestito bene la questione, se sia ragionevole rendere più rigidi i criteri, se i tempi amministrativi abbiano messo in difficoltà le scuole. Ma una controversia sui permessi non diventa, soltanto cambiando le parole, un divieto imposto a una categoria etnica.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

L’“israelizzazione”

Avvenire introduce poi il termine «israelizzazione» per descrivere la crescente presenza del curriculum israeliano nelle scuole di Gerusalemme Est. Anche questa parola è rivelatrice, perché non descrive semplicemente un processo amministrativo o scolastico: appartiene già al vocabolario della lotta nazionale, suggerisce conquista, assimilazione, cancellazione dell’identità.

Le scuole di Gerusalemme Est hanno status differenti e non tutte sono sottoposte alle stesse regole. Ma dove una scuola appartiene al sistema pubblico israeliano, o opera all’interno di forme di riconoscimento e finanziamento statale, non c’è nulla di intrinsecamente fascista nel fatto che lo Stato stabilisca titoli validi per insegnare, programmi, standard educativi e controlli. Sarebbe curioso parlare di «italianizzazione» perché una scuola inserita nel sistema pubblico italiano deve rispettare le norme del Ministero dell’Istruzione.

La realtà è persino più complicata, perché una parte delle famiglie palestinesi sceglie il curriculum israeliano proprio per offrire ai figli maggiori possibilità di accesso all’università, una migliore conoscenza dell’ebraico e migliori prospettive professionali. La tensione identitaria naturalmente esiste ed è seria; proprio per questo meriterebbe di essere raccontata nella sua complessità, invece di essere risolta con una parola da guerriglia come «israelizzazione». Il materiale stesso mostra che le scuole private continuano a utilizzare il programma palestinese e che, in alcuni settori, la domanda delle famiglie per il curriculum israeliano supera persino i posti disponibili.

C’è inoltre un elemento quasi completamente rimosso: Israele non contesta alcuni contenuti dei libri palestinesi per un capriccio ideologico. Lo studio indipendente commissionato dall’Unione Europea ha rilevato, accanto a contenuti positivi, anche antisemitismo, glorificazione della violenza e carte nelle quali Israele scompare. Si può contestare la risposta israeliana, ma non si può cancellare il problema e poi presentare la risposta come pura volontà di assimilazione.

Dalla legge al «bastone»

A questo punto Avvenire abbandona quasi completamente la vicenda iniziale e ci porta a Qalandia, dove una controversia distinta riguardante una struttura UNRWA viene presentata come un’altra tappa dello stesso «piano israeliano». Il nesso non viene dimostrato, viene creato attraverso il montaggio: permessi, programmi scolastici, UNRWA, blindati, soldati, fino a Ben-Gvir. Eventi differenti diventano progressivamente le manifestazioni di un’unica volontà di sopraffazione.

La frase forse più rivelatrice è: «alla legge si sovrappone il bastone».

Ma il problema è precisamente l’opposto. Israele sostiene di applicare la legge, rivendicando la proprietà del terreno sulla base di un titolo del 1937; UNRWA oppone una diversa ricostruzione, fondata sull’assegnazione giordana del 1952 e sulle immunità dell’organizzazione. Quale delle due posizioni sia giuridicamente fondata è una questione che andrebbe discussa. Avvenire invece salta direttamente alla conclusione: quando Israele fa eseguire una decisione, la legge sarebbe già diventata «bastone».

È una costruzione curiosa, perché ogni Stato dispone della forza pubblica proprio per rendere effettive le proprie decisioni. Se la polizia esegue uno sfratto, la presenza della polizia non dimostra che il diritto sia stato abbandonato; bisogna stabilire se lo sfratto fosse legittimo. Altrimenti chiunque rifiuti di sottoporsi a una norma viene automaticamente collocato dalla parte dei diritti, mentre lo Stato che pretende di applicarla diventa automaticamente repressivo.

Ed è questo, alla fine, il filo dell’intero articolo. Non occorre scrivere esplicitamente «Israele è uno Stato fascista e di apartheid»: basta costruirne pazientemente la grammatica. I permessi diventano discriminazione etnica, il sistema scolastico diventa assimilazione, il controllo dei libri diventa cancellazione culturale, una controversia patrimoniale diventa attacco all’educazione, l’applicazione di una decisione diventa «bastone». Alla fine compare Ben-Gvir e il quadro è completo.

Il problema è che la tesi che dovrebbe essere dimostrata è stata utilizzata fin dall’inizio per interpretare ogni fatto.

L’occhio di riguardo

C’è però una questione più importante della polemica con Avvenire. Quando a marzo iniziarono a emergere le nuove regole sulle scuole, mi chiesi se non stesse cambiando qualcosa nel rapporto tra Israele e le istituzioni cristiane. Non una persecuzione, non una ritorsione, ma qualcosa di molto più sottile: la fine dell’“occhio di riguardo”.

Chi conosce i rapporti tra istituzioni civili ed ecclesiastiche sa bene cosa significhi. Non esistono soltanto i diritti scritti. Esistono consuetudini, facilitazioni, deroghe, tempi concessi per mettersi in regola, irregolarità sulle quali si preferisce non infierire, problemi risolti con una telefonata invece che con un verbale. In Terra Santa tutto questo è moltiplicato da secoli di Status Quo, privilegi, esenzioni, accordi e consuetudini ereditati da amministrazioni diverse, talvolta così antichi che ricostruirne l’origine è già un’impresa.

Un diritto resta un diritto e deve essere rispettato. Ma intorno ai diritti esiste anche una fascia di benevolenza istituzionale che diritto non è.

Ed è proprio quella che può restringersi. Dove prima si concedeva una deroga, si applica la regola; dove un’irregolarità veniva lasciata correre, si chiede di sanarla; dove bastava un controllo sommario, si comincia a guardare più a fondo. Nessuna guerra contro la Chiesa, nessuna rappresaglia da dimostrare: semplicemente meno disponibilità a chiudere un occhio.

Il rischio è che una parte del mondo cattolico non si renda conto di quanto questi equilibri siano delicati. Si può criticare Israele, anche duramente, e nessun favore può comprare il silenzio davanti a un’ingiustizia. Ma trasformare sistematicamente Israele nello Stato fascista, colonialista e di apartheid contro il quale ogni decisione amministrativa diventa automaticamente sopraffazione significa deteriorare un rapporto e contemporaneamente presumere che tutte le consuetudini favorevoli costruite in decenni resteranno intatte.

Potremmo scoprire che non funziona così.

E a pagare il prezzo non saranno necessariamente quelli che scrivono gli editoriali o rilasciano le dichiarazioni più rumorose, ma le scuole, le comunità religiose, le opere cristiane e chi vive ogni giorno in Terra Santa e ha bisogno che quei rapporti continuino a funzionare.

Forse, prima di gridare ogni volta al «bastone», qualcuno dovrebbe chiedersi se non stiamo contribuendo noi stessi a farci togliere quell’occhio di riguardo che, proprio perché non era un diritto, non avevamo alcuna garanzia di conservare per sempre.


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