Cosa ci fa un prete al Kotel?
A settembre 2026 sono stato a Gerusalemme, l’intento era di partecipare alle preghiere ebraiche in vista di Rosh Hashanah e soprattutto verso Yom Kippur.
In questi giorni più di qualcuno mi ha chiesto perché io abbia voluto andare in Israele proprio adesso e soprattutto perché abbia voluto partecipare alle Selichot, queste grandi preghiere penitenziali che precedono Rosh Hashanah e Yom Kippur, e la domanda è legittima perché, vista da fuori, la cosa può prestarsi a letture abbastanza curiose: qualcuno può pensare che sia andato a fare il cheerleader degli ebrei, oppure che stia cercando qualcosa che nella mia fede non trovo più. Un amico prete, tra il serio e lo scherzoso, mi ha detto: «Ti stai radicalizzando».
Do comunque subito una risposta veloce: sì, è vero che faccio advocacy per Israele e per gli ebrei, ma a Gerusalemme sono andato come pellegrino. Sono andato lì perché amo la Bibbia.
Per me l’ebraismo vissuto, soprattutto quando lo incontro a Gerusalemme, è un po’ come seguire uno spin-off della Bibbia: ritrovo continuamente parole, gesti, nomi, feste, benedizioni, modi di rivolgersi a Dio, domande antichissime che conosco da una vita e che improvvisamente vedo continuare a respirare dentro persone vere. Naturalmente l’ebraismo di oggi non è semplicemente l’Antico Testamento, ha avuto duemila anni di storia e di sviluppi, così come li ha avuti il cristianesimo, ma per me resta questa impressione fortissima di una storia che continua a camminare davanti ai miei occhi. Come ritrovare delle pagine della Bibbia che non avevo ancora letto.
Io non riesco a pensare alla Parola di Dio come a un libro che a un certo punto cambia protagonista e lascia indietro tutto ciò che è venuto prima. Abramo non sparisce quando arrivo al Vangelo, Israele non sparisce, Gerusalemme non sparisce, i salmi non spariscono, e allo stesso modo il Nuovo Testamento non nasce da qualche altra parte, come se improvvisamente Dio avesse cominciato una storia diversa. Per questo dentro di me ebrei e cristiani finiscono per appartenere sempre alla stessa Gerusalemme amata da Dio, quella che l’Apocalisse descrive con dodici porte sulle quali sono scritti i nomi delle tribù d’Israele e dodici fondamenta che portano i nomi degli apostoli dell’Agnello. Non due città, non due storie che si ignorano, ma una sola città, nella quale porte e fondamenta restano diverse e tuttavia appartengono allo stesso edificio. Andare a Gerusalemme per me significa entrare per qualche giorno dentro questa immagine.
Poi c’era un secondo motivo, molto personale. Da decenni, ogni venerdì mattina, recito nella Liturgia delle Ore il Salmo 50, il Miserere:
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Lo recito da così tanti anni che a volte le parole arrivano prima del pensiero, e proprio per questo avevo il desiderio di incontrare quel salmo fuori dal breviario, di vederlo diventare qualcosa di grande, collettivo, quasi fisico.
Le Selichot mi attiravano soprattutto per questo. Migliaia, decine di migliaia di persone che per giorni pregano al Kotel o nelle varie sinagoghe, cantano nel pentimento, confessano il peccato, chiedono misericordia, ricordano continuamente a Dio che Egli è misericordioso. Noi cristiani conosciamo la penitenza, i tempi penitenziali, la Quaresima, ma almeno nella mia esperienza non abbiamo qualcosa di veramente equivalente a questa enorme esperienza collettiva, nella quale un popolo sembra mettersi davanti a Dio dicendo insieme: abbiamo peccato, ma Tu sei misericordioso.
Non era mia intenzione assistere a una cerimonia suggestiva come ho fatto a luglio a Gion, a Kyoto, non sono andato a fare fotografie al Kotel o a collezionare un’altra esperienza religiosa interessante, ma a vivere per qualche giorno quel Salmo 50 che accompagna la mia vita di preghiera; sentirlo articolato dentro una lingua, una liturgia, delle melodie, dei gesti, dei luoghi e soprattutto dentro un modo di pensare il rapporto tra peccato e misericordia che mi tocca profondamente.
Sono andato a imparare da loro.
Quindi una seconda risposta, forse un po’ bizzarra, è questa: sono andato a Gerusalemme per fare un pellegrinaggio al Miserere.
E arriviamo a un terzo aspetto, molto intimo per me che sono cristiano. Mentre intorno a me quella preghiera saliva, mentre avevo da una parte e dall’altra decine di streimel, kippot all’uncinetto, grandi cappelli neri e tutte quelle forme diverse e bellissime di appartenenza, il mio cuore teneva continuamente aperto un collegamento con un altro luogo che era lì, vicinissimo, a pochi minuti di strada: il Golgota, il percorso tortuoso della Via Dolorosa e infine il Santo Sepolcro.
Mentre intorno cantavano e pregavano nella coscienza del peccato ma anche nella certezza ostinata che Dio è misericordioso, perché è questa una delle grandi lezioni che Dio ha impresso nell’esperienza spirituale di Israele, io custodivo dentro di me il volto che quella misericordia ha assunto per me. Il volto di Gesù. Il volto di Colui che ha ascoltato le preghiere del suo popolo.
Io credo che prima di tornare come Messia glorioso egli sia venuto come il Messia della misericordia e del perdono, come colui che apre una strada. Non sentivo nessuna necessità di contrapporre le due cose e neppure di sovrapporle artificialmente. La preghiera degli ebrei era la loro preghiera e io la rispettavo proprio per questo, ma io non potevo smettere di essere cristiano mentre pregavo accanto a loro e così quelle parole, entrando dentro di me, finivano inevitabilmente per attraversare Gerusalemme, risalire la Via Dolorosa e arrivare alla croce.
Quando loro chiedevano misericordia, io pensavo al volto della misericordia. Quando ascoltavo invocare il Dio compassionevole e lento all’ira, io pensavo a Gesù salito sulla croce, a quel Dio che per la mia fede ha voluto assumere un volto, una carne, una storia e rendersi perfino capace di soffrire.
Credo che sia difficile spiegare fino in fondo che cosa siano stati per me quei giorni perché, in realtà, sono stati soprattutto giorni di contemplazione dentro un’icona vivente che forse vedevo soltanto io. Un’icona composta da collegamenti inconsueti e personalissimi: il Kotel e il Golgota, le Selichot e il Miserere, l’Antico e il Nuovo Testamento, le dodici porte e le dodici fondamenta, la misericordia invocata e il volto di Cristo che custodivo nel cuore.
Non c’era bisogno di risolvere niente e, a dire il vero, nemmeno di capire tutto. Non ero andato a cercare una nuova identità e nemmeno una fede più esotica della mia. Non mi sentivo meno cristiano tra gli ebrei, ma forse ancora più consapevole di ciò che significa esserlo.
Gerusalemme permette questo: cose che altrove diventano categorie teologiche lì diventano luoghi che si possono percorrere a piedi, il pensiero diventa cammino, la Scrittura diventa pietra, strada, voce, presenza. Per qualche giorno ho semplicemente cercato di stare dentro questa immagine con il cuore aperto, senza trasformarla subito in parole. Le parole vengono adesso, perché qualcuno mi ha chiesto di spiegare. Allora c’era soprattutto presenza.
E poi, quando le Selichot finivano, quando uscivo da quella folla e tornavo verso l’albergo attraversando Gerusalemme nella notte, il loro canto taceva ma dentro di me ne continuava un altro, come un controcanto. È uno dei pochissimi che riescono ancora davvero a commuovermi ogni volta che lo canto tra me e me. È di santa Teresina e forse dice meglio di tutte queste parole quello che portavo dentro:
Se avessi mai commesso il peggiore dei crimini,
per sempre manterrei la stessa fiducia,
poiché io so che questa moltitudine di offese
non è che goccia d’acqua in un braciere ardente.
Oh, se potessi avere un cuore ardente d’amore
che resti il mio sostegno, non m’abbandoni mai,
che ami tutto in me, persino la mia debolezza,
e non mi lasci mai, né il giorno né la notte.
Non ho trovato mai creatura capace
d’amarmi a tal punto e senza mai morire,
di un Dio ho bisogno, che assunta la mia natura
si faccia mio fratello, capace di soffrire.
Io so fin troppo bene che le nostre giustizie
non hanno ai Tuoi occhi il minimo valore,
ed io, per dare un prezzo ad ogni mio sacrificio,
gettare lo vorrei, nel Tuo divino cuore.
No, Tu non hai trovato creatura senza macchia,
dettasti la Tua legge, tra i fulmini del cielo,
e nel Tuo sacro cuore, Gesù mi nascondo,
non tremo perché sei la sola mia virtù.
Santa Teresa di Gesù Bambino

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