Coloni e dove trovarli

Occupiamoci della Cisgiordania

Da tempo provo a occuparmi della questione “Cisgiordania”, o meglio: Giudea e Samaria. Visto? Già la scelta dei nomi ci mette da una parte o dall’altra. Io sto dalla parte israeliana: chi mi conosce lo sa, chi non mi conosce fa bene a saperlo, così partiamo senza equivoci.

Siccome si continua a vociare “coloni”, “genocidio”, “terre rubate” e quant’altro, ho voluto andare a vedere cosa si nasconde dietro quello che di fatto è diventato l’ennesimo slogan, una di quelle frasi che servono a chiudere ogni possibile ragionamento. Quando inizi a spacchettare un po’ della propaganda scopri che c’è molto meno di quello che sembrava oppure, cosa ancora più interessante, qualcosa di completamente diverso.

Quando uno legge gli articoli della stampa e trova un articolo che parla delle questioni legate alla Giudea e Samaria, fatti che riguardano i famigerati coloni e distingua le tre zone definite dagli accordi di Oslo II del 1995 mi sembra un esercizio di onestà lodevole. Io voglio partire proprio da questa geografia perché è il contesto geopolitico del fenomeno che voglio capire. Facciamo un breve riassunto:
L’Area A, circa il 18% del territorio, è quella in cui l’Autorità Palestinese esercita amministrazione civile, ordine pubblico e sicurezza interna.
Nell’Area B, circa il 22%, la PA ha le competenze civili e di ordine pubblico, mentre Israele mantiene la responsabilità prevalente per la sicurezza contro il terrorismo e per la protezione degli israeliani.
L’Area C, circa il 60%, è sotto controllo israeliano per sicurezza, pianificazione e territorio, e ospita gli insediamenti.

Nell’Area A non ci sono insediamenti israeliani e agli israeliani è vietato entrare, l’IDF vi compie comunque operazioni quando ritiene necessario arrestare ricercati, smantellare cellule terroristiche, sequestrare armi o distruggere laboratori e infrastrutture militari. Nell’Area C troviamo invece abitati ebraici anche grandi, alcuni vecchi di decenni, insieme a villaggi palestinesi e comunità beduine. Se poi si guarda la disposizione delle tre aree, i confini sono quanto mai frastagliati: l’Area A sembra un arcipelago, l’Area B la avvolge in molti punti, l’Area C costituisce la grande continuità territoriale nella quale si trovano anche gli insediamenti.

Se osserviamo su Google Maps molte località israeliane sono riconoscibili: abitati compatti, spesso su alture, accessi controllabili, strade organizzate, recinzioni e barriere. Molti villaggi palestinesi sono cresciuti in modo più organico, con case, proprietà familiari, campi e strade aggiunti nel tempo. Certo, spesso confrontiamo villaggi storici con abitati costruiti ex novo, ma non credo sia solo una differenza estetica: chi vive lì ha dovuto incorporare nella propria forma mentis la possibilità dell’attacco, e questo ha inciso anche sul modo di costruire.
Tutto questo serve, però, se non ci limitiamo a seguire i titoli dei giornali o i post strappalacrime degli account propal, ma ci prendiamo la briga di capire dove avvengono le cose. Per i più pedanti, segnare sulla mappa col pennarello i luoghi degli episodi aiuta ad avere un’idea d’insieme. Chi vuole davvero entrare nella notizia deve capire non solo dove avviene il fatto, ma anche la storia del posto, con le sue dinamiche, le sue tensioni e le persone coinvolte, con le loro ragioni.

Oslo e la scala sul ballatoio

Oslo lasciava ancora da definire confini, insediamenti, Gerusalemme, rifugiati e altre materie dello status finale. Oslo non ha risolto il problema dividendo la Cisgiordania in tre zone praticamente impossibili da scindere, anche perché non doveva risolverlo subito: era una base da cui sviluppare un processo, partendo dal riconoscimento reciproco fra Israele e OLP. Nel 1993 l’OLP riconobbe formalmente il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza e rinunciò al terrorismo. Ma che quel riconoscimento abbia risolto il problema più profondo, l’accettazione dello Stato ebraico, mi pare molto più difficile sostenerlo. Quanto alla rinuncia al terrorismo, la firma non ha cambiato la sostanza: l’idea che Israele non debba esistere è rimasta, e si è continuato a fare di tutto perché diventasse un fatto. Per le organizzazioni terroristiche questo è esplicito, per l’Autorità Palestinese probabilmente implicito. Lo mostra, per esempio, la bozza di Costituzione palestinese presentata ad Abbas nel febbraio 2026: Gerusalemme è indicata come capitale, restano il diritto al ritorno e il riferimento al ruolo dell’OLP secondo la National Covenant, e la parola “Israel” non compare nemmeno. Una costituzione che indica che il riconoscimento del 1993 non ha chiuso la questione del posto che lo Stato ebraico occupa nel futuro immaginato dalla leadership palestinese.

Il processo, del resto, fu colpito quasi subito. Rabin, che si era assunto politicamente quel rischio, fu assassinato nel 1995 da un estremista israeliano contrario agli accordi; Hamas e le altre organizzazioni che rifiutavano Oslo continuarono a usare il terrorismo, fino alla Seconda Intifada del 2000 e agli attentati suicidi. Eppure una parte importante della società israeliana continuò per anni a credere che separazione territoriale e sicurezza potessero procedere insieme. Nel 2005 Sharon arrivò a una decisione estrema: il ritiro unilaterale da Gaza e lo smantellamento di tutti gli insediamenti della Striscia. Non era Oslo, era una scelta israeliana autonoma, ma nasceva dalla stessa convinzione, che togliere la presenza israeliana da un territorio potesse diminuire il conflitto. Poi vennero la vittoria elettorale di Hamas nel 2006, la presa violenta di Gaza nel 2007, il riarmo e infine il 7 ottobre.

Sono passati trent’anni e nulla di tutto questo si è risolto. La PA ha cooperato con Israele in determinati ambiti, soprattutto sulla sicurezza quando la cooperazione coincideva con i propri interessi, ma non è mai diventata quella struttura rappresentativa stabile e indiscussa su cui costruire lo status finale; Hamas, poi, Oslo non l’ha mai accettato.
Continuiamo a parlare di una struttura amministrativa del 1995 mentre tutto ciò che avrebbe dovuto darle un senso politico è cambiato. Mi viene in mente un simbolo: la scala sul cornicione sopra l’ingresso del Santo Sepolcro: è lì da secoli, nessuna delle comunità che condividono la basilica può spostarla senza violare lo Status Quo, ed è diventata il simbolo di quell’equilibrio, per i cristiani, per gli ebrei, per i palestinesi e soprattutto per la diplomazia. Ma quello Status Quo ormai non esiste più, anche se tanti sembrano non accorgersene.

A che gioco si gioca in Cisgiordania?

Per capire la situazione a me è molto più utile il Go che gli scacchi. Negli scacchi la strategia punta a mangiare i pezzi e arrivare al re; nel Go metti sassolini sulla scacchiera, occupi spazi, chiudi passaggi, circondi zone e lentamente impedisci all’avversario di muoversi. Non hai bisogno di conquistare tutto, devi controllare i punti che contano.

Giudea e Samaria assomiglia terribilmente a questo. Ci sono zone in mano all’uno o all’altro, aree vuote, aree contese, alture, strade, pascoli, sorgenti, corridoi, e su questa scacchiera israeliani e palestinesi mettono sassolini da trent’anni. Pensare che basti definire una situazione nel 1995 per congelarla fino al negoziato finale significa fingere che trent’anni di storia non siano esistiti.

Il 7 ottobre è stato anche questo: un enorme tentativo di Hamas e delle organizzazioni armate che agiscono a nome della causa palestinese cambiare la partita con la violenza. Sinwar immaginava uno sconvolgimento regionale, Hezbollah e Teheran avevano un ruolo nel quadro strategico, e Hamas voleva spezzare il processo di integrazione di Israele nella regione. La mossa è stata temeraria, il prezzo pagato è enorme per tutti; molti equilibri precedenti sono saltati e Israele guarda oggi a Giudea e Samaria con presupposti molto diversi da quelli del 1995. Ben-Gvir, Smotrich e altri hanno colto la situazione e cercano di trasformarla in un’opportunità; altri politici usano linguaggi diversi, ma lo spazio per tornare allo Status Quo di fatto non c’è più. C’era il tempo di Oslo, con le sue fragilissime basi, e c’è il tempo del dopo 7 ottobre, nel quale quelle basi hanno subito un’altra tremenda frattura che porterà con sé inevitabili nuove dinamiche, rapporti di forza e dunque trasformazioni. Nella metafora del Go, i coloni diventano sassolini particolarmente interessanti. Ma non sono sassolini, sono persone.

Il mitico “colonus judaicus”.

Chi sono, allora, questi famosi coloni? A forza di sentirne parlare sembra che esista una specie antropologica autonoma, il colonus judaicus, che la mattina si sveglia, mette il fucile in spalla e va a cercare un palestinese al quale rubare un ulivo. A Gerusalemme, durante le Selichot al Kotel, alcuni li riconoscevi a colpo d’occhio: kippà lavorata all’uncinetto, facce cotte dal sole, scarponi impolverati, pantaloni pesanti e camicie a quadri, l’aria di chi passa molto più tempo fuori.

Abitare in Israele costa moltissimo, soprattutto a Gerusalemme e nell’area centrale, mentre diversi insediamenti hanno offerto per decenni case più accessibili, terreni, incentivi e soprattutto spazio a famiglie giovani che nelle città israeliane avrebbero potuto permettersene molto meno. Devi accettare il rischio e condizioni anche difficili, soprattutto se hai il coraggio (o l’incoscienza) di entrare in un avamposto o addirittura di crearne uno: vivere per un periodo in una struttura provvisoria, con servizi limitati, strade precarie e una sicurezza che senti dipendere molto da te, da chi vive accanto a te, da tua moglie, dai figli ormai grandi. Non tutti arrivano su una collina perché hanno passato la notte a leggere il Libro di Giosuè e hanno deciso di riconquistare la Samaria. Qualcuno ci arriva perché si sposa, ha tre figli, ne vuole altri tre, a Gerusalemme paga una fortuna per un appartamento piccolo e cinquanta minuti più in là scopre che può permettersi una casa. È una frontiera nel senso umano del termine: vai dove costa meno e c’è spazio, accetti più disagio e più rischio in cambio di un’opportunità che altrove non avresti. Poi arrivano la strada, l’asilo, il supermercato, il piccolo gruppo diventa un villaggio e il villaggio una cittadina.

In Italia non abbiamo una situazione paragonabile, ma il meccanismo umano non dovrebbe sembrarci misterioso. Basta guardare, con tutte le differenze del caso, a ciò che è avvenuto per decenni attorno al Vesuvio o nei Campi Flegrei: si costruisce dove sarebbe più prudente non farlo, talvolta contro regole e pianificazioni, perché quando una famiglia ha bisogno di una casa il rischio astratto di domani pesa meno del problema concreto di oggi. Non serve immaginare dietro ogni scelta il fanatismo religioso o il messianismo: molto spesso bastano un affitto insostenibile, una famiglia che cresce e la possibilità di avere finalmente quattro mura proprie. Oslo? Chi se ne frega di Oslo, più o meno come chi costruisce sotto un vulcano pensa poco al magma che ribolle più sotto. Sarebbe meglio se tutti rispettassero regole, pianificazioni e diritti altrui, e magari si comportassero pure con amore e senso della giustizia; trovo curioso, però, pretendere che proprio in Cisgiordania gli esseri umani smettano di comportarsi come fanno ovunque, per poi trasformare ogni abuso o prepotenza in una spiegazione totale dell’intero fenomeno.

Non penso affatto che esista una sala di comando in cui qualcuno decide dove mandare ogni singolo colono. Le dinamiche sono spesso banalmente locali: una famiglia, una fattoria, un pascolo, una sorgente, un sentiero, un pezzo di terra che fa gola, il fastidio perché qualcuno passa dove non lo vuoi. Ci sono prepotenti, fanatici, opportunisti, persone che credono di avere un diritto religioso sulla terra e persone che cercano solo di allargare il proprio spazio.

Solo che, su una scacchiera del genere, una piccola mossa locale può produrre un risultato molto più grande. Un presidio su una collina controlla un passaggio, una fattoria incide sull’accesso a un pascolo, un avamposto crea la necessità di una strada, la strada richiede sicurezza, e una presenza nata come iniziativa di pochi diventa progressivamente un fatto territoriale. Non necessariamente una strategia dall’origine, dunque, ma spesso un’opportunità che viene riconosciuta, protetta, consolidata e incorporata in una logica israeliana più ampia.

Per capire quanto il fenomeno sia reale bisognerebbe prendere la cartina della Cisgiordania e segnare gli episodi uno per uno. Si vedrebbe che sono concentrati in alcune zone e hanno spesso natura puntiforme: non una grande armata di coloni che avanza da ovest verso est, ma un attrito continuo intorno a certe colline, passaggi, sorgenti, strade e aree pastorali. Ci sono intimidazioni, aggressioni, furti, persone che cercano di mandare via altre persone da un luogo che interessa loro; qualche volta ci sono feriti e qualche volta scappa anche il morto. Tutto questo esiste. Ma invece di pronunciare semplicemente la parola “coloni”, apriamo la scatola dei numeri e vediamo che fenomeno sia realmente.

I numeri dietro al fenomeno che fa tremare il mondo

C’è gente che non sa distinguere Gaza dalla Cisgiordania, segno che non hanno mai neanche aperto un cartina. Quindi anche i numeri e gli eventi nelle loro teste si sovrappongono. Voglio entrare nel merito dei numeri. Nel 2026, fino al 20 luglio, OCHA registrava 18 palestinesi morti nel contesto degli attacchi dei coloni: 12 uccisi direttamente da coloni israeliani, tre dalle forze israeliane, tre con attribuzione controversa. È un fenomeno in crescita rispetto all’anno precedente. Ma per capire le proporzioni bisogna trovare il modo di analizzarli con un minimo di metodo. In ambito statistico  i fenomeni di omicidi e altri crimini si misurano facendo la proporzione degli eventi ogni 100 000 abitanti. In Cisgiordania vivono circa 3,46 milioni di palestinesi: quei 12 morti equivalgono a circa 0,35 ogni 100.000 abitanti fino a luglio e, proiettando linearmente il ritmo sull’intero anno, a circa 0,63. Per avere un ordine di grandezza, l’Italia, uno dei paesi europei con il tasso di omicidi più basso, nel 2024 ha avuto 327 omicidi, cioè 0,55 ogni 100.000. E la cosa interessante è che in un territorio con tensione alle stelle, armi, terrorismo, operazioni militari, contesa nazionale e teste calde da entrambe le parti, la letalità direttamente attribuibile ai coloni resta sorprendentemente contenuta rispetto all’immagine di violenza sterminatrice che spesso accompagna il racconto.

Non serve però che ci scappi il morto per avere una situazione violenta, quindi guardiamo anche a feriti, furti, aggressioni, intimidazioni e danni. Per curiosità mi sono chiesto come stesse Trieste, una provincia di 228.000 abitanti che nessuno considera teatro di un conflitto etnico-territoriale: nel 2024 la Prefettura ha registrato 2.762 furti, 425 lesioni dolose, 135 rapine in pubblica via e 56 estorsioni, oltre a risse e uso di armi da taglio. In proporzione sono circa 1.210 furti, 186 lesioni dolose, 59 rapine e 25 estorsioni ogni 100.000 abitanti in un anno. Nessuno ne concluderebbe che “i triestini” siano una popolazione di predoni e aggressori, perché sappiamo che ogni società contiene persone disposte a usare forza, intimidazione o scaltrezza contro chi ritengono più debole. In Cisgiordania, al 20 luglio 2026, OCHA attribuiva direttamente ai coloni circa 720 palestinesi feriti dall’inizio dell’anno, poco più di 20 ogni 100.000 nei primi sette mesi, circa 38 annualizzando brutalmente: circa un quinto delle lesioni dolose registrate a Trieste. Una lesione dolosa a Trieste e un’aggressione di coloni non sono la stessa cosa ovviamente perché riguarda ciò che fanno gli ebrei alla causa palestinese; il confronto serve solo a ricordare che centinaia di casi, citati senza popolazione di riferimento e senza capire di cosa si tratta, evocano una realtà molto diversa da quella effettiva.

Una delle tante immagini che mostrano la nostra attualità triestina, antifascisti che trovano fascisti veri o presunti ad es.

Ed ecco il grande numero: nello stesso periodo OCHA registrava oltre 1.330 episodi attribuiti ai coloni con vittime, danni alla proprietà o entrambi. Milletrecento “attacchi”, wow, e uno immagina già centinaia di cadaveri sparsi per le colline. Poi apri la categoria e scopri che i morti direttamente attribuiti ai coloni erano 12, i feriti circa 720, e che dentro quel contenitore entrano anche incendi, vandalismi, case, veicoli, coltivazioni, bestiame, infrastrutture idriche e strutture agricole danneggiate. OCHA non nasconde questa definizione; il problema nasce quando il numero aggregato viene ripreso e nessuno si chiede più: 1.330 episodi di cosa?

Sfollati? Parliamone!

A settembre 2026 OCHA parlava di oltre 2.600 palestinesi sfollati dall’inizio dell’anno «nel contesto della violenza dei coloni e delle relative restrizioni di accesso». Letta in fretta, la cifra evoca facilmente 2.600 persone rastrellate, cacciate di casa da uomini armati e deportate. Dentro quella categoria però entrano aggressioni e minacce dirette ma anche famiglie che hanno progressivamente abbandonato una zona perché l’accesso ai pascoli, alle sorgenti o alle strade era diventato troppo difficile o economicamente insostenibile. E qui c’è un dettaglio decisivo: già a giugno OCHA indicava oltre 2.200 sfollati nel 2026 provenienti da comunità beduine e pastorali, mentre a settembre il totale complessivo aveva superato 2.600; non sono dati perfettamente simultanei e quindi non ne ricaverei una percentuale matematica, ma l’ordine di grandezza dice chiaramente dove si concentra il fenomeno. I quattro quinti delle persone che se ne sono andate via è costituito da beduini e pastori.  

Queste comunità appartengono a un mondo antichissimo che sta entrando in crisi un po’ ovunque: quello del pastoralismo mobile, nel quale il territorio non è semplicemente una casa con un appezzamento attorno, ma una rete di pascoli, acqua e percorsi che deve rimanere accessibile. La FAO ricorda che proprio la mobilità è la condizione essenziale perché questo sistema economico funzioni e che in molte parti del mondo confini, frammentazione del territorio, privatizzazioni e politiche di sedentarizzazione la stanno progressivamente riducendo. In Cisgiordania il problema generale diventa ancora più duro, perché questa società mobile si trova dentro un vero patchwork geopolitico: aree amministrative diverse, insediamenti, avamposti, strade, zone militari e, secondo OCHA, 925 ostacoli permanenti o intermittenti alla mobilità palestinese.

Per un contadino che vive accanto allo stesso uliveto da tre generazioni la soglia oltre la quale decide di andarsene può essere altissima; per un allevatore che perde una sorgente o una fascia decisiva di pascolo, invece, la sua economia può smettere di funzionare quasi subito e spostarsi fa già parte del repertorio materiale della sua vita. Questo non rende lo spostamento volontario quando è prodotto da intimidazioni o restrizioni, ma spiega perché la parola «sfollato» possa descrivere esperienze molto diverse. Non sorprende nemmeno che OCHA documenti casi di sfollamento ripetuto, con famiglie costrette a spostarsi più di una volta.

Forse anche per questo l’ulivo è diventato un simbolo così caro alla propaganda propal che cerca di costruire una narrazione diversa, quella del rapporto con la terra, quella delle radici, della permanenza e dello stesso appezzamento coltivato da generazioni. È un’immagine vera, ma non esaurisce la varietà dei modi con cui i palestinesi abitano il territorio. Nel caso delle comunità beduine e pastorali, il problema è quasi opposto: per poter restare devono poter continuare a muoversi, e oggi si trovano dentro uno dei territori più frammentati, controllati e contesi del mondo.

Un’immagine di Google Maps su Ras Ein al-‘Auja

Entriamo nel merito di chi fossero gli sfollati in questo numero di 2600. Circa 600 di quegli sfollati provenivano da una sola comunità, Ras Ein al-‘Auja. Dopo anni di pressioni, problemi di accesso ai pascoli e alla sorgente, intimidazioni, furti di bestiame e danneggiamenti, la comunità si è praticamente svuotata. Basta guardare su Google Maps dove si trova per capire perché qualche centinaio di persone possa avere un valore territoriale molto superiore al proprio numero. È un caso quasi perfetto per il Go: una comunità pastorale occupa con le case pochissimo spazio, ma con pascoli, percorsi e acqua ne usa una fascia molto più vasta; quando scompare, non si liberano solo le poche centinaia di metri delle abitazioni, cambiano la continuità territoriale e l’uso di un’intera zona. Gli sviluppi successivi, fra avamposti, pascoli israeliani e consolidamento delle presenze vicine, mostrano almeno il risultato territoriale della pressione, a prescindere dal fatto che ogni singola azione fosse pianificata fin dall’inizio per ottenerlo.

È un’ingiustizia? Se una famiglia viene aggredita, intimidita, privata dell’accesso all’acqua o resa incapace di continuare il proprio modo di vivere fino a dover andarsene, certo che lo è, e non ho problemi a dirlo. Ma non siamo in un campeggio scout: siamo dentro un conflitto territoriale aperto e logorante, nel quale una sorgente, un sentiero o un pascolo possono avere un significato politico molto più grande del loro valore economico. Trovo curioso che questo sia diventato uno dei fenomeni più seguiti del pianeta, raccontato come se da quelle colline dipendesse l’intera misura dell’abiezione umana.

Terrorismo organizzato e terrorismo popolare

Mettiamo ora sul tavolo anche l’altro lato, perché la Cisgiordania non è un luogo in cui esiste soltanto una popolazione che aggredisce e un’altra che subisce. Nel 2024 OCHA ha registrato 22 israeliani uccisi da palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa. È il numero annuale più alto insieme al 2015, con l’eccezione del picco del 2023 che indica un’evoluzione. Nello stesso 2024 l’IDF registrava circa 250 attentati classificati come significativi in Giudea e Samaria e circa 1.100 episodi di cosiddetto terrorismo popolare, contro circa 850 attacchi significativi e 3.200 attacchi di terrorismo popolare nel 2023. Sparatorie, accoltellamenti, investimenti, esplosivi, pietre e molotov sono parte concreta dell’ambiente in cui vivono gli israeliani della zona.

A questo bisogna aggiungere un dato che non vien considerato ossia ciò che non è successo. Secondo il bilancio ufficiale dello Shin Bet, nel 2024 sono stati sventati in Giudea-Samaria e a Gerusalemme 1.040 attentati significativi: 689 progetti di sparatoria, 326 con esplosivi, 13 accoltellamenti, nove investimenti, due attentati suicidi e un rapimento. Sono attentati sventati, non compiuti e spiegano perché l’apparato israeliano faccia ciò che fa. Un risultato del genere non lo ottieni pensando intensamente alla pace: lo ottieni con controlli, intelligence, arresti, interrogatori, incursioni in città e abitazioni, smantellamento di cellule, sequestri di armi, distruzione di laboratori di esplosivi, checkpoint e barriere. Tutte cose che, isolate in una fotografia o in un titolo, possono essere raccontate come arbitrio israeliano, ma dietro c’è anche ciò che quelle operazioni cercano di impedire.

Per finire

Questo è il mio silenzio, o qualche volta la mia risata sarcastica, quando qualcuno pensa di aver esaurito la questione con: “Sì, ma i coloniiih?”.

Una precisazione, perché non si equivochi. Questo testo non pretende di spiegare la Cisgiordania, ma un fenomeno preciso: quello dei coloni. I palestinesi compaiono quindi solo in relazione a esso, come vittime di soprusi e ingiustizie oppure come attori che cercano di danneggiare la presenza israeliana o di reagire e difendersi. Non parlo di ciò che i palestinesi fanno di loro iniziativa, della loro organizzazione o della loro improvvisazione, che pure pesa moltissimo sul tavoliere del Go. Sarebbe materia per un altro articolo.

Il problema dei coloni esiste, la loro violenza esiste, gli abusi esistono e alcuni casi sono vere e proprie sopraffazioni. Quello che non accetto è che una parola venga usata per evitare di capire il fenomeno che pretende di descrivere. Voglio sapere quanti morti, quanti feriti, quanti danni, dove avvengono, per quale ragione, chi controlla quella collina, perché interessa quel pascolo, che cosa passa su quella strada e che cosa accade dall’altra parte, compresi attentati, armi e cellule terroristiche.


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