Una chiacchierata con un amico che studia l’uso dell’intelligenza artificiale negli scenari di aggressione alle società democratiche
Tra il 30 e il 31 luglio oltre 72.000 persone attraversano in pochi giorni il confine tra il Marocco e Ceuta, dopo la diffusione sui social di informazioni false o fuorvianti su una frontiera aperta. Meno di due mesi dopo, dal 21 settembre, una protesta nata in un liceo di Créteil per i posti di insegnamento scoperti si estende a tutta la Francia. Mercoledì 30 settembre, secondo il ministro dell’Interno Laurent Nuñez, gli istituti perturbati sono 356, le persone fermate 625 e i poliziotti e gendarmi feriti 83. Giovedì 1° ottobre gli istituti coinvolti superano quota mille, le interpellazioni sfiorano le 2.000 e il governo, per il giorno dopo, chiude circa 400 scuole e vieta le manifestazioni nelle vicinanze (dati al 2 ottobre). Due eventi diversi, una domanda comune: siamo davanti a una propaganda che non si limita più a cambiare ciò che le persone pensano, ma riesce a muovere direttamente ciò che fanno?
Da qualche mese torno su una questione che mi sembra destinata a pesare sempre di più: il passaggio dalla propaganda che modifica ciò che una popolazione pensa a qualcosa che ne modifica direttamente ciò che fa. Ne avevamo parlato dopo Ceuta; oggi, guardando i licei francesi e la protesta che è dilagata fino a Liegi, vale la pena riprendere il ragionamento.
Non perché sappiamo chi abbia organizzato che cosa. Proprio questo è il problema: forse continuiamo a cercare nell’arma nuova le caratteristiche delle armi vecchie.
Da qualche mese usiamo due espressioni un po’ provocatorie: “bomba atomica strategica” e “bomba atomica tattica” della propaganda. Che cosa intendiamo?
La propaganda del Novecento era soprattutto strategica: lavorava nel lungo periodo sull’immagine che milioni di persone avevano del mondo, del nemico, del proprio governo. Anche gran parte della propaganda social funziona ancora così: crea narrazioni, polarizza, sposta consenso.
Il passaggio ulteriore è un altro. Non serve più convincere milioni di persone della stessa cosa: basta individuare un gruppo piccolo ma già sensibilizzato, raggiungerlo attraverso i suoi canali, dargli lo stimolo giusto e ottenere un comportamento concreto, in un luogo e in un momento precisi. Se riesco a far credere a cinquantamila persone qualcosa, ho fatto propaganda. Se riesco a far sì che, sulla base di ciò che credono, vadano tutte nello stesso posto nelle stesse ore, ho fatto qualcosa di diverso. Il messaggio non è più soltanto un contenuto: è diventato un dispositivo di mobilitazione.
Il caso da cui siete partiti è Ceuta. Perché?
Perché è il più intuitivo. Tra il 30 e il 31 luglio 2026 oltre 72.000 persone attraversarono irregolarmente il confine dal Marocco verso l’enclave spagnola. Reuters raccolse testimonianze di ragazzi che avevano visto su Instagram video di persone che passavano e avevano deciso di partire subito; l’intelligence spagnola, alla vigilia, aveva individuato appelli social che indicavano perfino giorno, orario e modalità di attraversamento.
Chi ci sia dietro non lo sappiamo: le accuse sono state molto diverse e reciprocamente contestate, e Le Monde sottolineava che non c’erano elementi per concludere che all’origine ci fosse una singola operazione. Ma proprio questa incertezza lo rende interessante. Il risultato è indiscutibile anche se la catena di comando rimane opaca: informazioni e istruzioni diffuse in rete hanno contribuito a muovere fisicamente decine di migliaia di persone. A quel punto non stiamo più studiando soltanto propaganda.
E in Francia che cosa ti fa pensare a un passaggio simile? Le proteste studentesche esistono da sempre.
Infatti non direi che abbiamo dimostrato un’operazione. Dobbiamo tenere separate tre cose: quello che osserviamo, quello che possiamo ragionevolmente inferire e quello che per ora resta soltanto una possibilità.
Osserviamo una velocità di propagazione straordinaria. Il movimento parte il 21 settembre da un liceo di Créteil per problemi concretissimi, come i posti di insegnamento scoperti; il 1° ottobre supera i mille istituti mobilitati, il giorno dopo circa quattrocento scuole sono chiuse per ragioni di sicurezza, e in alcuni luoghi la protesta degenera in incendi e scontri con la polizia.
La cosa interessante è come si propaga. Le Monde ha trovato decine di volantini circolati su Snapchat, Instagram e TikTok, molti realizzati con l’intelligenza artificiale e adattati alle rivendicazioni di ogni singolo liceo: qui mancavano i professori, altrove il problema erano gli edifici, la mensa, il divieto dei cellulari. Non uno slogan imposto a tutti, ma la possibilità di parlare a gruppi diversi attraverso la loro frustrazione particolare.
E nella fase iniziale VIGINUM, il servizio francese che monitora le ingerenze digitali straniere, non aveva individuato alcuna amplificazione artificiale riconducibile ad attori stranieri. Non abbiamo bisogno di inventare una centrale segreta per spiegare quello che vediamo: un fenomeno di questo tipo potrebbe usare proprio processi autentici e spontanei come moltiplicatori.
Poi la protesta sembra cambiare natura.
Sì. Le Monde descrive il 1° ottobre come un punto di svolta: accanto agli studenti che protestavano per ragioni scolastiche compaiono giovani estranei agli istituti e piccoli gruppi interessati soprattutto allo scontro. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che alcuni agitatori si spostavano deliberatamente da un liceo all’altro per alimentare la violenza.
Secondo una fonte riportata dalla stampa, i servizi avrebbero attribuito un ruolo nell’attivazione del movimento a La France Insoumise (LFI), il partito della sinistra radicale fondato da Jean-Luc Mélenchon, che respinge questa ricostruzione. Ma non possediamo gli elementi su cui quella valutazione è stata costruita, e sarebbe scorretto trasformarla in una conclusione nostra.
Possiamo però osservare una struttura: una mobilitazione autentica e inizialmente locale, una propagazione social rapidissima, un processo imitativo, la comparsa di soggetti esterni e infine piccoli nuclei capaci di spostarsi tra punti diversi della rete fisica. È lo scenario in cui diventa difficile dire dove finisce la mobilitazione spontanea e dove comincia il suo eventuale sfruttamento.
Se parliamo di social engineering, su chi viene esercitato? Dire “i giovani” non significa quasi nulla. Possiamo provare a tracciare un identikit, come ipotesi?
Dobbiamo farlo, altrimenti il discorso resta astratto, ma con una premessa: non abbiamo statistiche sull’origine familiare degli arrestati, e il movimento si è esteso a licei di ogni tipo, compresi istituti del centro di Parigi e alcuni licei cattolici. Quindi non sto descrivendo i manifestanti: sto cercando un possibile strato più facilmente sensibilizzabile e mobilitabile.
Sono adolescenti francofoni, immersi nei social, in territori con una forte componente post-migratoria: ragazzi che, anche alla seconda o terza generazione, costruiscono la propria identità pure attraverso l’origine familiare, la religione, il quartiere e un’esperienza reale o percepita di esclusione. A questo si sovrappone una forte sensibilizzazione sulla questione palestinese: al liceo Condorcet, per esempio, sono state esposte bandiere palestinesi e Gaza è entrata esplicitamente nella protesta. E una parte importante della sinistra radicale francese ha fatto di quella causa uno dei suoi grandi temi di mobilitazione.
Poi c’è Liegi. Il 1° ottobre centinaia di studenti hanno bloccato istituti di quella città, e il giorno dopo molte scuole secondarie sono state chiuse per sicurezza. Il Belgio francofono aveva già tensioni proprie sulla scuola, quindi non è un movimento “esportato”; ma lo stesso repertorio d’azione si è innestato subito su una protesta locale. È un pattern che segue la lingua, la francofonia, più dei confini.
Più che una categoria etnica, quindi, parlerei di uno spazio d’intersezione: adolescenti francofoni, periferie e popolazioni post-migratorie, forte immersione nei social, sensibilità propalestinese, possibili contatti con la sinistra radicale. E dobbiamo chiederci se in una parte dello stesso spazio agiscano anche reti dell’islamismo politico. La domanda è legittima; sostenere che abbiamo già dimostrato un loro ruolo andrebbe oltre ciò che sappiamo.
Però qui rischiamo di diventare così prudenti da finire nel mondo delle fate. L’islamismo politico organizzato in Europa non è un’ipotesi.
Sì, purché teniamo distinta la presenza dell’infrastruttura dalla prova del suo utilizzo in questa mobilitazione.
Che esista non dipende dalle nostre impressioni. Nel maggio 2025 il ministero dell’Interno francese ha reso pubblico un rapporto, commissionato dal governo, intitolato “Les Frères musulmans et islamisme politique en France”. È un rapporto discusso e contestato da una parte della sinistra, ma parla di un “islamismo dal basso” e di una strategia di entrismo, e lo considera una minaccia per la coesione nazionale. Secondo i dati diffusi, 139 luoghi di culto sono legati alla Fratellanza: il 7% del totale, ma il 10% di quelli aperti tra il 2010 e il 2020. E l’istruzione è indicata come settore strategico.
La documentazione parlamentare successiva descrive la mouvance a cerchi concentrici: un nucleo ristretto e, attorno, persone e organizzazioni che non ne fanno formalmente parte ma contribuiscono agli stessi obiettivi. Questo conta per noi, perché significa che l’influenza non passa necessariamente da una tessera o da un ordine: passa da scuole, associazioni, luoghi di culto, organizzazioni giovanili, influencer, identità collettive.
E i soldi? Da dove arrivano?
In buona parte dall’estero, ed è qui che l’idea della spontaneità comincia a reggere meno. Un rapporto dell’Assemblée nationale ricostruisce finanziamenti qatarioti per decine di milioni di euro, con circa 140 progetti riconducibili a Qatar Charity, soprattutto moschee, scuole e centri islamici, e circa 25 milioni solo in Francia. In audizione si è detto che il canale statale diretto sarebbe stato interrotto, mentre potrebbero proseguire i finanziamenti privati. La Turchia agisce invece con una politica di Stato, attraverso la Diyanet e Millî Görüş, e la documentazione governativa francese la indica come un sostegno logistico e finanziario importante alla branca europea della mouvance frérista.
Ma allora qual è il fine di tutto questo investimento?
Qui bisogna evitare una scorciatoia: Turchia e Qatar non sono “governi della Fratellanza” e i loro interessi non coincidono sempre. Però non è credibile che decine di milioni investiti per vent’anni in moschee, scuole e centri non abbiano uno scopo. Quello che emerge dai rapporti è un obiettivo di lungo periodo: costruire un ambiente educativo, religioso, identitario in cui una certa lettura dell’islam politico diventi egemone in una parte delle comunità, e quindi pesi sulle scelte dei Paesi che le ospitano. È una strategia di influenza, non di insurrezione.
È qui che prende senso la formula del rapporto, “minaccia per la coesione nazionale”. Come l’ha spiegata l’allora ministro dell’Interno Bruno Retailleau, il separatismo costruisce piccole contro-società separate dalla comunità nazionale, mentre l’entrismo punta a piegare dall’interno le regole comuni. Tradotto: una società in cui parti sempre più ampie non si riconoscono più nelle stesse regole, nelle stesse istituzioni, nella stessa idea di appartenenza. E questo è esattamente ciò che stiamo osservando in questa fase: più le fratture sono profonde, più è facile trasformare un’emozione in comportamento. Non è un effetto collaterale, è il terreno su cui la propaganda tattica può funzionare.
C’è poi un punto che il rapporto, per sua natura, non affronta: la Fratellanza non è l’unico soggetto interessato a una società francese meno coesa. Lo sono, per ragioni diverse, anche altri attori: l’Iran, la Russia, la Cina. Stesso bersaglio, non stessa causa. Non serve immaginare un coordinamento: ciascuno può muoversi per conto proprio, con i propri mezzi e i propri obiettivi, e il risultato per la società presa di mira è lo stesso. Per la Russia abbiamo un riscontro documentato, le operazioni come Storm-1516 di cui parleremo più avanti; per gli altri parlo di interessi convergenti, non di prove di un loro ruolo in questa mobilitazione. Ed è proprio la convergenza a rendere il quadro così difficile da leggere.
E quello che vediamo in Francia è coerente con questo?
Con l’esistenza di quell’ambiente sì: giovani sensibilizzati, una causa che funziona da linguaggio comune, reti capaci di rilanciare un messaggio. Con gli incendi e gli scontri molto meno, perché chi lavora sull’influenza dal basso ha tutto l’interesse a non farsi reprimere. L’ambiente può essere il terreno; non sappiamo se qualcuno lo stia usando.
Forse è proprio questo il punto: continuiamo a cercare il momento in cui qualcuno dà un ordine. E se l’obiettivo di un investimento di lungo periodo fosse creare una popolazione che non ha bisogno di ordini?
Questa mi sembra la domanda centrale. Il social engineering più sofisticato non consiste nel telefonare a qualcuno dicendo: domani incendia quella scuola. Sarebbe un sistema rozzo, pericoloso e facilmente attribuibile. È più efficace costruire nel tempo un ambiente in cui certi messaggi vengano capiti, condivisi e trasformati in comportamento senza una catena di comando evidente.
Un ragazzo può essere arrabbiato per ragioni autentiche, perché nella sua scuola mancano gli insegnanti o perché giudica ingiusta la situazione palestinese; può sentirsi francese e insieme riconoscersi nell’origine dei genitori; può seguire influencer propalestinesi, contenuti della sinistra radicale e predicatori islamici senza appartenere a nessuna organizzazione. Nessuna di queste cose, da sola, significa che qualcuno lo controlli.
Ma per chi volesse produrre una mobilitazione, proprio questa pluralità è una risorsa. Non devi creare la rabbia: devi individuarla. Non devi inventare l’identità: devi trovare il linguaggio che la attiva. Non devi persuadere tutti dello stesso argomento: puoi parlare a ciascuno attraverso il motivo che già possiede.
L’intelligenza artificiale cambia la scala: la stessa mobilitazione può avere mille motivazioni diverse, confezionate per mille gruppi, e portare tutti verso lo stesso comportamento.
Un’operazione moderna avrebbe interesse a non bruciare i propri asset migliori. È fantascienza?
No. VIGINUM descrive una crescente dissimulazione e il ricorso a intermediari che rendono difficile identificare il vero committente. Il caso russo Storm-1516 è istruttivo: account preparati per settimane, altri acquistati e tenuti in serbo, profili che pubblicavano contenuti autentici per sembrare normali e, dopo il lancio della narrativa, account cancellati o resi privati, probabilmente per rendere più difficile la ricostruzione.
Qualcosa di molto simile l’abbiamo visto a Ceuta. I ragazzi che raccontavano di essere partiti dicevano di aver visto video e ricevuto messaggi ovunque, senza sapere da chi arrivassero davvero. E le cronache confermano che non è chiaro chi fosse dietro l’annuncio della frontiera aperta né chi gestisse molti di quegli account, parecchi dei quali sono stati cancellati poco dopo gli attraversamenti. È proprio questo il meccanismo: il messaggio viene ripetuto, rimbalza da un utente all’altro, e chi ha cominciato sparisce.
Da qui un’inferenza, senza pretendere che descriva la Francia: un ecosistema sofisticato potrebbe usare account diversi per funzioni diverse, alcuni sacrificabili, altri moltiplicatori, altri preziosi perché autentici. Un account che esiste da dieci anni e ha un pubblico vero vale troppo per essere usato come un bot; potrebbe servire solo a dare credibilità all’inizio e poi ritirarsi. L’attore più efficace potrebbe essere proprio quello che scompare prima che ci accorgiamo che esiste.
Quando migliaia di persone sono in movimento, l’operatore deve ancora controllarle?
Probabilmente no, ed è qui che il paragone con un’arma fisica diventa interessante. Pensiamo che un’operazione sia efficace solo finché chi l’ha avviata la controlla. Ma raggiunta una certa massa critica intervengono imitazione, pressione del gruppo, ricerca di visibilità, rabbia reale, opportunismo criminale e algoritmi che rendono virali le immagini più spettacolari. A quel punto l’operazione iniziale, se c’è stata, potrebbe anche non servire più.
Per questo cercare omogeneità tra i partecipanti è probabilmente inutile: non serve che siano d’accordo, basta che i loro comportamenti convergano abbastanza a lungo.
Non conosciamo un obiettivo politico finale. Ma un governo può essere sottoposto a ricatto senza che nessuno gli presenti le condizioni?
Userei la parola “coercizione”, che è più ampia. Se produco una situazione in cui centinaia di scuole devono chiudere, migliaia di persone vengono arrestate, le forze dell’ordine sono mobilitate in tutto il Paese e i trasporti si interrompono, costringo comunque il governo a scegliere. Se interviene duramente, lo accuseranno di repressione; se concede qualcosa, qualcuno leggerà la concessione come una vittoria della pressione; se attende, rischia che la situazione degeneri. L’effetto coercitivo sta nel ridurre lo spazio delle decisioni a basso costo.
Non sappiamo se sia l’obiettivo di quanto accade in Francia. Ma è una capacità che un simile strumento potrebbe offrire.
A questo punto la parola “arma” sembra meno metaforica. Dove sta la vera novità rispetto alla propaganda che conosciamo?
Propaganda, agenti provocatori, finanziamenti esteri e manipolazione delle masse sono più antichi di Internet. La novità è l’integrazione di tutto questo in uno spazio digitale che osserva continuamente una società, ne individua le fratture, segmenta le popolazioni, produce contenuti quasi gratis, li adatta a ogni gruppo, misura in tempo reale l’efficacia e trasforma in fretta un’emozione diffusa in comportamento collettivo. L’intelligenza artificiale industrializza una personalizzazione che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto eserciti di propagandisti.
Per questo la metafora della bomba atomica tattica mi sembra ancora utile, purché non venga presa alla lettera. Un’arma fisica contiene dentro di sé l’energia che libererà sul bersaglio. Questa possibile arma sociale funziona al contrario: utilizza l’energia che esiste già dentro la società presa di mira. Le frustrazioni sono reali, le identità sono reali, le ingiustizie possono essere reali, le convinzioni politiche e religiose sono autentiche. Il dispositivo non deve inventarle; deve soltanto imparare a farle convergere.
Ed è questo che rende il fenomeno così difficile da riconoscere. Dopo l’esplosione di una bomba possiamo raccogliere i frammenti e cercare chi l’ha costruita. Dopo una mobilitazione sociale possiamo trovare soltanto migliaia di persone, ognuna delle quali possiede una propria ragione perfettamente comprensibile per essere stata lì.
Per questo, guardando oggi la Francia, non abbiamo ancora gli elementi per dire che stiamo osservando un’operazione organizzata, e ancora meno per attribuirla all’islamismo politico, alla sinistra radicale o a un attore straniero. Abbiamo però abbastanza elementi per porre una domanda più precisa di quella da cui eravamo partiti.
Forse il problema non è più soltanto capire chi riesca a convincere una società di qualcosa. È capire chi stia imparando a individuare dentro le nostre società le popolazioni già sensibilizzate, a raggiungerle con il messaggio appropriato e, quando serve, a trasformare quella sensibilizzazione in movimento.
Ceuta ci ha mostrato che tecnicamente è possibile. La Francia potrebbe dirci qualcosa di più su come uno strumento del genere si sviluppa quando il bersaglio non è più una frontiera, ma la società stessa.


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