Articolo pubblicato su Facebook il 17 luglio 2026
Segnalo altri due articoli riguardanti Kairos II Palestine:
Chi c’Γ¨ dietro a Kairos? e Chi sta arruolando le nostre parocchie?
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Il documento nasce da un gruppo che si presenta come la voce dei cristiani palestinesi β ma chi parla davvero in quel nome? Il testo porta la firma di un movimento chiamato Kairos Palestine, nato a Betlemme nel 2009 attorno a un nucleo di preti e laici attivisti. Tra i primi firmatari comparve anche un vescovo luterano, Munib Younan, l’unico capo di chiesa realmente in carica tra gli autori β che poi chiese di essere tolto dall’elenco, per non compromettere i propri rapporti con Israele. Restarono gli altri: figure che sono insieme preti e attivisti politici, con un confine tra le due funzioni sempre meno chiaro. Le gerarchie storiche di Terra Santa, che da secoli tengono aperte le porte dei luoghi santi e accompagnano una comunitΓ sempre piΓΉ esigua, restano invece su un registro ben piΓΉ cauto: critiche verso ciΓ² che definiscono occupazione e certamente non simpatizzano con Israele ma ben lontane dal linguaggio del documento βKairos Palestine IIβ.
“Kairos Palestine II non si limita a condannare la guerra a Gaza o le politiche dei governi israeliani. Accusa Israele di genocidio, descrive lo Stato ebraico come Β«un’impresa coloniale costruita sul razzismoΒ» e presenta il massacro del 7 ottobre soprattutto come il prodotto di decenni di oppressione israeliana. Rileggendolo per intero, ho fatto quello che faccio sempre: ho cercato le parole che mancano, o come vengono usate quelle che ci sono β a partire dalle mie preferite, “Hamas” e “terrorismo”. ‘Hamas’ compare una sola volta in tutto il documento β nella frase che spiega l’attacco del 7 ottobre come conseguenza di decenni di ingiustizia. La parola ‘terrorismo’ compare sei volte, e mai una sola riferita a Hamas: sempre ai coloni israeliani, o per respingere come accusa ingiusta quella rivolta ai palestinesi. Chi si strugge per i palestinesi cancella, nei documenti, il nemico contro cui l’esercito israeliano sta combattendo rendendo i fatti incomprensibili e i morti ingiustificabili.”
Si comprende allora la durezza della reazione ebraica. Il documento non contesta soltanto un governo o una guerra: mette in discussione la legittimitΓ stessa di Israele e inserisce il 7 ottobre in una catena causale che rischia di attenuare la responsabilitΓ degli aggressori, trasformando le vittime nella conseguenza quasi inevitabile delle colpe attribuite al loro Stato. Per molti ebrei, questo non Γ¨ semplice giudizio politico, ma delegittimazione dello Stato ebraico e giustificazione indiretta della violenza subita.
Il vocabolario usato – apartheid, colonialismo, genocidio – ci porta dentro una sfera ben conosciuta a chi Γ¨ dentro la storia del movimento BDS e lβattivismo antiisraeliano. Il nome che spunta Γ¨ il Sudafrica che ha avuto ed ha ancora un grande peso in tutto questo. Il nome del documento “Kairos Palestine II”, Γ¨ un aggancio al documento teologico sudafricano degli anni Ottanta contro l’apartheid: βKairosβ. Non Γ¨ un nome scelto a caso, il Sudafrica oggi accusa Israele di genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Il documento discusso nel Sinodo dβInghilterra e la causa del Sudafrica contro Israele si richiamano a vicenda. Va detto perΓ² che la causa presentata dal Sudafrica Γ¨ ancora in una fase preliminare e non ha concluso nulla, le scadenze sono fissate al 2029. Nessun verdetto Γ¨ stato ancora emesso. Il titolo del documento ecclesiale lo dΓ perΓ² giΓ per scontato, come se il pronunciamento teologico potesse anticipare e sostituire quello giuridico. Un documento di denuncia prodotto a quel livello dovrebbe usare prudenza; invece si getta a capofitto dentro una narrativa di parte, senza esitazioni.
Capisco perchΓ© il rabbinato britannico abbia reagito con tanta durezza. Il Gran Rabbino Mirvis, dopo il voto, non ha usato mezzi termini: lo ha chiamato semplicemente un giorno triste per le relazioni ebraico-cristiane. E capisco ancora di piΓΉ chi, dentro quella stessa aula, ha ricordato che a pochi passi dal luogo del dibattito sorge la torre dove nel 1190 morirono gli ultimi ebrei di York, un secolo prima che tutti gli ebrei venissero espulsi dall’Inghilterra, nel 1290. Allora la Chiesa tacque. Oggi gli ebrei britannici tornano a chiedersi se restare in un paese sempre piΓΉ ostile verso di loro, e la Chiesa questa volta parla e invece che farsi interprete capace di leggere e restituire la complessitΓ diventa parte del problema.
Quello che mi inquieta di piΓΉ, perΓ², non Γ¨ la singola vicenda, ma il disegno che si intravede dietro. Il sinodo ha votato β venticinque vescovi a favore e nessuno contrario, centoquindici sacerdoti a favore venti contrari, centotredici laici pro e ventisette contro, il documento non Γ¨ stato discusso, Γ¨ stato acclamato dallβassemblea! I fedeli che riempiono le chiese in Inghilterra non sanno nemmeno che l’assemblea esista. A questi dibattiti partecipano attivisti, coordinatori, promotori di cause, una minoranza organizzata, e la loro presenza nelle sedi giuste con strumenti giusti finisce per parlare a nome di tutti. Γ un salto pericoloso, in cui una posizione di parte diventa, attraverso il voto sinodale, lettura teologica e morale per l’intera comunitΓ .
Γ un meccanismo preciso: caricare il linguaggio di parole assolute β genocidio β sposta il terreno del confronto dal dato all’emozione, e chiude il dibattito in partenza, lasciando solo l’adesione o la colpa, senza nulla in mezzo. L’ambito religioso Γ¨ terreno particolarmente fertile per questo meccanismo, perchΓ© possiede sensibilitΓ morali fortissime e sa da sempre come si maneggia il senso di colpa. Lo sento anch’io, piΓΉ spesso di quanto vorrei β mi Γ¨ capitato di sentirmelo dire da un confratello: ‘Ma sei ancora dalla parte dei nazisti?’ Oppure: βMa come puoi difendere chi massacra i bambini?β Non sono domande, sei giΓ messo con le spalle al muro perchΓ© sono discorsi a senso unico.
Questa modalitΓ Γ¨ anche testimoniata da unβaltra causa promossa allo stesso sinodo: il fondo per le riparazioni della tratta degli schiavi: stessa domanda-trappola, applicata a un’altra causa β “Come puoi essere contro chi vuole riparare un torto storico verso gli africani?” Un gruppo di attivisti, portatori di una causa e di una narrativa che ha poco a che fare con la vita quotidiana della Chiesa in Inghilterra, vota di destinare cento milioni di sterline (117-118 milioni di euro) a quel fondo β sottraendoli alle parrocchie che ne avrebbero bisogno vero, e che chiudono a decine ogni anno. Lo fanno sopra la testa dell’ottanta per cento dei fedeli che, secondo i sondaggi, vorrebbe che quei soldi restassero a disposizione delle parrocchie sempre piΓΉ in affanno anche economico.
Bisogna dunque chiedersi dove sia finita la prudenza pastorale. Prima di pronunciarsi con tanta nettezza su materie proposte da organizzazioni militanti cβΓ¨ da chiedersi quali conseguenze queste hanno per la vita concreta della Chiesa ma anche tenere presente il rispetto per un lavoro nella Chiesa e durato decenni ad es. con la comunitΓ ebraica e che un documento (fosse solo quello!) rischia di prendere a calci. Una Chiesa dovrebbe usare gli strumenti dell’analisi storica e giuridica, non solo l’urgenza del sentimento morale proposto da qualche organizzazione di advocacy per una causa passata come urgente e necessaria.
Sarah Mullally, arcivescovo di Canterbury e guida di tutta la Chiesa anglicana, Γ¨ stata, nel bene e nel male, protagonista di ciΓ² che Γ¨ stato deciso: ha aperto lei stessa il dibattito, ha parlato a favore della mozione. Eppure, davanti a un testo cosΓ¬ netto, senza sfumature, ha sentito il bisogno di prendere le distanze dal proprio stesso risultato, rifugiandosi in una distinzione che sembra sottile ma Γ¨, nella sostanza, un ripensamento dell’ultima ora: la mozione, nata per far sΓ¬ che la Chiesa “accogliesse” il testo con le sue accuse a Israele, Γ¨ stata corretta in aula perchΓ© la Chiesa si limitasse ad “ascoltarlo” β un cambio di verbo deciso proprio mentre si votava, che tradisce un passo indietro rispetto all’intenzione con cui la mozione era stata presentata. Non riesco a leggerci una prudenza teologica. Ci leggo piuttosto lo spavento di essersi trovata tra le mani qualcosa di troppo netto, perfino per chi lo aveva, nei fatti, giΓ fatto proprio.
Guardo tutto questo come si guarda una Chiesa sorella: con affetto e rispetto per una grande tradizione cristiana, ma anche con il timore di vederla progressivamente indebolita. Temo una Chiesa sempre piΓΉ dipendente da linguaggi prodotti altrove, sempre piΓΉ esposta alle agende degli attivisti e sempre meno capace di elaborare un giudizio proprio: evangelico, prudente e immediatamente riconoscibile come cristiano. E mi domando, con la preoccupazione di chi ha giΓ visto dinamiche simili anche nella propria casa: dove sta andando questa Chiesa?
Soprattutto penso alla maggioranza silenziosa dei fedeli. A coloro che continuano a entrare in chiesa perché lì hanno pregato i loro genitori, hanno battezzato i figli e hanno sepolto le persone amate. Spesso non conoscono le mozioni, i documenti e i voti sinodali. Ma, un passo alla volta, avvertono che le parole pronunciate in loro nome appartengono sempre meno alla loro fede e sempre più a un mondo nel quale non riescono più a riconoscersi. La maggioranza silenziosa, infine, in silenzio non torna più. Senza dichiarazioni, senza possibilità di replica.

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